Cannes 2018. Ayka

Ayka **1/2

Ayka just gave birth.
She can’t afford to raise a child.
She has no job, debts to be paid, not even a room of her own.
But there is no way to suppress her natural instincts.

Sono passai dieci anni da Tulpan ultimo film del kazako Dvotsevoy, premiato a Un certain regard.

Un tempo apparentemente infinito, necessario al regista per realizzare Ayka, un ritratto femminile che sembra prendere a prestito dal pedinamento della realtà dei fratelli Dardenne, la sua urgenza narrativa ed il suo stile nervoso, stretto sul primissimo piano della protagonista.

La recitazione nervosa e fisicamente prepotente di Samal Yeslyamova si candida certamente ad un premio nel palmares di domani sera.

Il film comincia in un ospedale, nel reparto maternità. Un donna, che ha appena partorito, corre in bagno, rompe una finestra e scappa, correndo nella neve fino a raggiungere un seminterrato squallido, dove assieme ad altre donne, lavora senza tregua, spennando e lavando polli, pronti per la vendita.

E’ un lavoro in nero, naturalmente. Le donne non vengono neppure pagate. Alla fine di due settimane senza tregua, quello che rimane a ciascuna è uno di quei polli.

Ayka è una clandestina kazaka a Mosca, vive in un appartamento fatiscente, dove lo spazio di ciascuno è delimitato dal giaciclio dove si riposano, sfiniti.

Il suo permesso è scaduto da un mese e nessuno la può pià assumere. E’ costretta ad arrangiarsi con quello che trova. Perde sangue, ha abbandonato il suo bambino, ma il suo telefono non smette di squillare. E’ qualcuno a cui deve dei soldi…

Tutto il film è un’odissea affannossa in cui il lavoro è la sola possibilità di sopravvivenza e la solidarietà tra ultimi è un’utopia irrealizzabile. Ciascuno fa finta di non vedere, mentre la polizia chiude un occhio, purchè adeguatamente ricompensata.

E’ un economia minima, ma che pure muove qualcosa, tra caporalato, sfruttamento, traffico di vite e di bambini. E’ il nadir della nostra civiltà, in cui ogni residuo di umanità sembra già miracolosamente sopravvissuto ad una bestialità animale, a cui tutti si sono inchinati.

Homo homini lupus. Mai così vero, come in questa deriva della nostra civiltà, che sembra lontanissima da noi, ed invece scorre proprio accanto alle nostre vite, nell’indifferenza più assoluta.

Meglio voltarsi, meglio non sapere, meglio non vedere dietro le porti di uno sgabuzzino, nelle case subaffittate ai trafficanti di uomini, nei bambini comprati e venduti per qualche dollaro.

A queste anime perdute, senza documenti e senza identità, è tolta ogni cosa, persino la dignità di un nome.

CREDITS

Sergey DVORTSEVOY – Script / Dialogue
Sergey DVORTSEVOY – Director
Gennadij OSTROWSKIJ – Script / Dialogue
Jolanta DYLEWSKA – Director of Photography
Martin FRÜHMORGEN – Sound
Joanna NAPIERALSKA – Sound
Petar MARKOVICH – Film Editor
Sergey DVORTSEVOY – Film Editor

CASTING

Samal YESLYAMOVA – Ayka

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