Cannes 2018. Girls of the sun

Girls of the sun *1/2

Somewhere in Kurdistan, Bahar, commander of the “Girls of the Sun” battalion, is preparing to liberate her hometown from the hands of extremists, hoping to find her son who is held hostage.
A French journalist, Mathilde, comes to cover the attack and bear witness to the story of these exceptional warriors.
Since their lives have been turned upside down, they have all been fighting for the same cause: Women, Life, Liberty.

Il secondo film della regista francese Eva Husson sembra arrivare nel concorso di Cannes 71 esattamente al momento giusto, incarnando perfettamente lo spirito neofemminista, l’afflato revanscista, la retorica un po’ tronfia, che ha preso a soffiare sul mondo del cinema americano e ora anche francese.

Nulla di male, in verità, era ora che qualcuno cominciasse davvero a promuovere uno sguardo femminile, anche nei contesti cinematografici d’eccellenza.

Usare la strategia delle affirmative actions anche in campo cinematografico e in contesti che dovrebbero premiare il merito senza discriminazioni, può sembrare una pratica curiosa, a dir poco. Ma sospendiamo il giudizio.

Nel frattempo ci dobbiamo accontentare di avere una regista come Eva Husson in concorso ufficiale, con un film che è un polpettone di guerra, piuttosto polveroso, che racconta la storia di uno dei battaglioni delle Sun Girls, le guerrigliere curde, spesso scappate dalle torture e dalle violenze dell’ISIS, hanno deciso di imbracciare le armi per combattere lo Stato Islamico.

Fin dal 2015 la storia di queste indomite guerrigliere comuniste è apparsa sui media tradizionali, prima di essere raccontata in un bellissimo documentario di Zaynê Akyol, Gulistan – Land of Roses.

Il film della Husson però non è un’opera corale e politica, quanto piuttosto il tentativo di raccontare due donne sole, piegate dal destino, la combattente Bahar e la giornalista Mathilde.

Bahar era un avvocato, ha perso il marito fucilato dagli estremisti, è stata venduta ai trafficanti di schiave con la sorella, che is è uccisa dopo essere stata struprata. Anche lei ha subito violenze e sevizie, ma è riuscita a fuggire miracolosamente e si è arruolata per cercare il figlio, rapito e addestrato dall’ISIS alla lotta armata.

Mathilde invece ha perso un’occhio cercando di documentare la recrudescenza della guerra. Ha una figli a casa in Francia che chiede di lei ed ha perduto il marito, anche lui giornalista, saltato sopra un mina antiuomo.

Il film viaggia su due linee temporali diverse: l’attacco del battaglione femminile in un piccolo paese, per riconquistarlo al Kurdistan e i ricordi di Bahar, che in lunghi flashback ricorda la sua tragica storia familiare.

Thierry Fremaux, nel presentare il film, durante la conferenza stampa di annuncio del programma, si era dilungato sul film della Husson, “It’s like a hallelujah. My feeling is that this film is something rather new“.

Onestamente è difficile identificare cosa abbia visto di radicalmente nuovo in Girls of the Sun, nè se si tratti di un film capace di identificare uno sguardo femminile o femminista. Peraltro la stessa idea di applicare categorie di genere a quello che dovrebbe essere semplicemente uno sguardo morale sulla guerra e sul coinvolgimento di donne e bambini inermi tra le vittime primarie del conflitto, suona come una solenne sciocchezza.

Non solo, ma il film della Husson, diversamente dal documentario della Akyol, non tenta neppure di raccontare la guerra dal punto di vista delle donne soldato curde, mentre sembra invece molto più interessato a mettere in scena il legame, che si forma tra le due protagoniste, attraverso una drammaturgia piuttosto convenzionale, ordinaria, che sfrutta tutta l’enfasi e la retorica necessaria e che si saremmo attesi in un qualunque film bellico hollywoodiano.

La scrittura è modestissima, piena di banalità che dovrebbero essere edificanti e sono invece solo imbarazzanti, ma la regia della Husson è ancora peggio, piegata sui personaggi, estetizzante e vuota.

Golshifteh Farahani è una Behar fiera e determinata, che non perde mai la sua prorompente femminilità, ma il suo ruolo è davvero stucchevole e pedante. Assai più debole la Bercot bendata: la sua parte è così poco scritta e così mal scritta, che avrebbe faticato chiunque ad interpretarlo, ma di certo lei non fa nulla per migliorarlo. Un disastro assoluto.

Piuttosto che rivoluzionario, il film della Husson sembra invece complessivamente ordinario, sia nella sua costruzione drammatica complessiva, sia nel percorso scelto per le due protagoniste, con una sorta di doppio lieto fine sospeso e di lirico voice over finale, che accompagna i titoli di coda.

Forse le attese erano troppo alte per chiunque arrivi al concorso di Cannes con il suo secondo film – dopo un esordio peraltro orrendo e dimenticabilissimo come Bang Gang – ma la sensazione che prevale, alla fine di questo Girls of the sun è quella di un film piuttosto fragile e ordinario, che vuole stare dalla parte giusta e nulla più.

Durerà lo spazio di uno slogan.

Imbarazzante.

CREDITS

Eva HUSSON – Director

Eva HUSSON – Script / Dialogue

Emilie ORSINI – Film Editor

Morgan KIBBY – Music

Mattias TROELSTRUP – Director of Photography

David BERSANETTI – Set decorator

Olivier LE VACON – Sound

Alexis PLACE – Sound

Emmanuel DE BOISSIEU – Sound

CASTING

Golshifteh FARAHANI – BAHAR

Emmanuelle BERCOT – MATHILDE

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