Cannes 2018. Gongjak – The Spy Gone North

Gongjak – The Spy Gone North **1/2

In 1993, former military officer PARK Suk-young is recruited as a spy by South Korea’s National Intelligence Service, and given the codename “Black Venus”. He is then sent to infiltrate a group of high-ranking North Korean officials based in Beijing, with the ultimate goal of acquiring information on the North’s nuclear program. After becoming close to RiMyong-un, a key power broker, Black Venus succeeds beyond his wildest dreams of gaining the trust of North Korea’s leadership. But political machinations on both sides of the border threaten to derail his accomplishments.

Tradizione di Cannes da quasi un decennio, il film di genere made in Corea è quasi sempre una garanzia di spettacolo intelligente.

Quest’anno è toccato a The Spy Gone North di Yoon Jong-Bin, un film che prendendo lo spunto da un’operazioen realmente avvenuta nei primi anni ’90, rispolvera il clima della Guerra Fredda, con un sapore orientale fortissimo.

Siamo nei primi anni novanta, quando viene scoperto il programma di arricchimento dell’uranio della Corea del Nord del dittatore Kim Jong Il, che allarma la comunità internazionale e il vicino Giappone.

Al National Intelligence Service della Corea del Sud decidono quindi di infiltrare un loro agente nei ranghi più alti della burocrazia del regime del Nord, per conoscere la verità e raccogliere informazioni sulla minaccia nucleare.

L’operazione, conosciuta solo dai vertici politici e militari, prende il nome di Black Venus. L’agente Park si finge così uomo d’affari dalla discutibile moralità e pian piano si fa strada nelle gerarchie del nemico, sino ad arrivare al Generale Kim, quando la il continuo bisogno di dollari di una dittatura sanguinaria e poverissima, costringe i leader a venire a patti con il capitalismo dei fratelli del sud.

L’operazione riesce e comincia parallelamente una politica distensiva e di maggiore collaborazione tra i due paesi, che si fonda su un accordo comemrciale che consente di produrre al Nord delle pubblicità di prodotti del Sud, in cambio dell’apertura di un mercato per i reperti archeologici e le antichità del Nord.

Grazie alla distensione politica ed economica diventano possibili anche i ricongiungimenti familiari tra i due paesi.

Le elezioni politiche del 1997 in Corea del Sud rischiano però di vanificare il lavoro dell’agente Park, perchè il presidente in carica e gli esponenti del suo partito intendono usare la NIS e lo spauracchio della Corea del Nord, per rinsaldare il loro potere, minato dall’avanzata del suo avversario Kim Dae-Jung, oppositore dei regimi militari e dei conservatori che hanno retto la Corea sin dalgi anni ’60.

L’agente Park intercettando i leader del Nord viene a conoscenza delle connivenze di comodo tra i due regimi, degli affari sporchi e degli accordi per mantenere alta la tensione proprio quando più serve.

Il film di Yoon Jong Bin è un thriller spionistico tutto di caratteri e di scontri ideali, quasi senza azione, ma denso di dialoghi e parole. Lontanissimo dalle recenti incarnazioni di genere, si richiama alla nobiltà necessaria nell’arte della guerra.

I protagonisti, pur su fronti contrapposti si rispettano, si capiscono, in fondo hanno anche lo stesso obiettivo, che passa attraverso la fedeltà alla propria patria, ma che ha come fine ultimo il riavvicinamento di un popolo che è rimasto unico, anche dopo le divisioni subite sul 38° parallelo.

Film d’altri tempi e altri uomini quello di Yoon Jong Bin, che sembra arrivare perfettamente in tempo, nei giorni di un nuovo storico riavvicinamento tra i due paesi.

The Spy Gone North ci invita tuttavia a non prestare troppa fede, a quello che la propaganda intende mostrarci, ma a considerare il valore degli interessi in gioco ed a misurare soprattutto la statura degli uomini che guidano quei processi.

In un festival in cui sinora si è parlato quasi esclusivamente d’amore, The Spy Gone North ha invece vibrazioni politiche e ideali, decisamente old style. 

Retorico e con almeno un paio di finali di troppo, il film è comunque uno spettacolo godibile e avvincente, che punta più sulle trame sottili dell’onore e della fedeltà, che non sulle dinamiche di pura azione.

Forse non è quel cinema nuovo, a cui la Corea ci ha abituato in questi anni, ma è in ogni caso una bella storia, che valeva la pena di essere raccontata.

CREDITS

YOON Jong-Bin – Director

KWON Sung-Hui – Script / Dialogue

YOON Jong-Bin – Script / Dialogue

PARK El-Hen – Set decorator

KIM Sang-Bum – Film Editor

KIM Jae-Bum – Film Editor

CHO Young-Wuk – Music

CHOI Chan-Min – Director of Photography

KIM Chang-Sub – Sound

CASTING

HWANG Jung-Min – Suk-young Park

LEE Sung-Min – Myong-un Ri

CHO Jin-Woong – Hak-sung Choi

JU Ji-Hoon – Moo-taek Jong

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