O Mecanismo. La discesa agli inferi del brasile

“Ciò che fotte il nostro Paese non è la violenza nelle favelas, non è la mancanza di educazione, non è il sistema sanitario fallito, il deficit pubblico o il tasso d’interesse. Ciò che fotte il nostro Paese è la causa di tutto questo”. E la causa di tutto questo è un cancro, un agente patogeno che si diffonde in tutte le articolazioni della grande nazione brasiliana. Chiamarlo “corruzione” sarebbe riduttivo. Marco Ruffo, ufficiale della Polizia Federale in servizio a Curitiba, formula questo pensiero nel 2003. Inizia così la serie O Mecanismo, creatura di José Padilha distribuita da Netflix per un totale di otto puntate, liberamente ispirata alla celebre, e ancora non conclusa, Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio), l’inchiesta della magistratura brasiliana che ha sconvolto il panorama politico del Paese sudamericano. Padilha, già sceneggiatore, produttore e regista dei fortunati e controversi Tropa de Elite 1 e 2, si presenta a questo appuntamento con gli appassionati delle serie tv forte di un curriculum di tutto rispetto, impreziosito dalla regia dei primi episodi di Narcos.

Ruffo, interpretato da Selton Mello, è sulle tracce di Roberto Ibrahim, sua vecchia conoscenza dai tempi della scuola, un superfaccendiere che movimenta miliardi per conto di poteri occulti. L’angelo emaciato e il demone rampante, la fragilità del bene e la sfacciataggine del male, faccia a faccia. Quando Ibrahim viene incastrato è già sicuro di restare in galera al massimo tre giorni. “Il denaro che passa dalle mie mani, dove pensi che vada? Il mio avvocato è il ministro della Giustizia. E chi paga il suo salario? Proprio le stesse persone che ricevono il mio denaro, il Congresso, senatori, governatori. Socialisti e democratici”. Passano dieci anni, siamo nel 2013, nel pieno della campagna per le elezioni presidenziali: Ruffo, affetto da sindrome bipolare, è fuori dai giochi, mentre Ibrahim si è trasferito a Brasilia, la capitale, per restare incollato ai pezzi grossi della politica. Il suo ufficio si trova al piano superiore di una stazione di rifornimento. La nuova ispettrice, Verena Cardoni (l’ottima Caroline Abras), riprende le indagini da dove si erano interrotte, e nella finzione narrativa eredita anche il ruolo di voce narrante. “Il Brasile non è un Paese giusto, Dio non esiste, e comunque non è brasiliano”. Eloquente.

In O Mecanismo confluiscono diverse influenze: il realismo narrativo spinto fin quasi alla sociologia in stile The Wire, la fusione problematica tra realtà e finzione tipica, appunto, di Narcos, l’irruzione della follia maniacale nella tecnica investigativa alla Homeland, il piacere di mettere alla berlina i vizi capitali di un’intera classe dirigente in via di liquidazione, come nel nostro 1992. Un prodotto ambizioso, quindi, con un problema strutturale appeso alla trama: O Mecanismo è troppo locale e ‘situato’ per rappresentare uno strumento di denuncia universale quale, nelle intenzioni degli autori, avrebbe voluto essere. Il prossimo sette ottobre in Brasile si vota per le elezioni presidenziali, e Lula non l’ha presa bene.

“Lo diciamo chiaramente nella presentazione, si tratta di un’opera di finzione. Se Lula e Dilma sapessero leggere il problema non si porrebbe”. La piccata puntualizzazione di Padilha ha esacerbato i malumori nel corpo elettorale del PT, il Partito dei Lavoratori pesantemente preso di mira in O Mecanismo. Autorevoli militanti, secondo alcune fonti, avrebbero stracciato l’abbonamento alla piattaforma. I vertici hanno reagito con durezza. «Non possiamo accettare questa ricostruzione, porteremo Netflix davanti alla giustizia». Le parole di Luiz Inácio Lula da Silva, in merito alle presunte menzogne contenute nella serie tv, viste alla luce dei recentissimi fatti di cronaca giudiziaria, si illuminano di una luce surreale. Parole pronunciate quando Lula aveva perso le speranze di poter essere rieletto, dopo la condanna a 12 anni in appello per corruzione. Ma in questi primi giorni di aprile tutto è precipitato. Il Tribunale Supremo Federale ha respinto la richiesta di habeas corpus avanzata dai suoi legali ed il giudice Moro ha ordinato all’ex Presidente di costituirsi. Lula in galera! Come interpretare, adesso, O Mecanismo? Documento tempestivo? Geniale premonizione? Furba operazione commerciale? O l’ennesima prova della verità di quanto affermato dal sociologo Jean Baudrillard, ovvero che reale e virtuale, ormai, sono una cosa sola?

Perché se è vero che non si fanno nomi e cognomi, è altrettanto evidente che le maschere sotto cui si celano i protagonisti del più grande scandalo brasiliano degli ultimi decenni sono veli sottili, camuffamenti provocatori nel gioco di dire e non dire. Qualche esempio: il nome del’azienda pubblica Petrobras è allungato in Petrobrasil, la compagnia di costruzioni OAS è trasformata in OSA, l’imprenditore Odebrecht è troncato in Brecht. Soprattutto, non è possibile confondersi di fronte alle caratterizzazioni dei due Presidenti, João Higino e Janete Ruscov, somiglianti in maniera inequivocabile a Luiz Inácio Lula e a Dilma Rousseff. Così come sono riprese, in piena fedeltà, tutte le pedine sullo scacchiere della drammatica vicenda: dal vicepresidente Michel Temer al capo della Petrobras Paulo Roberto Costa, dal giudice inquirente Julio Sérgio Moro al senatore Aécio Neves.

Lo scostamento più rilevante rispetto alla realtà sta nell’aver attribuito un peso maggiore alle attività investigative dei poliziotti, in testa Verena Cardoni ed il suo piccolo, agguerrito team coadiuvato da un redivivo Marco Ruffo, anziché alla magistratura, qui meno incisiva che nei fatti storici. È opportuno ricordare che molti commentatori internazionali non hanno esitato ad accostare l’inchiesta Autolavaggio alla nostra Tangentopoli, e per il giudice federale Moro sono fioccati i paragoni con Antonio Di Pietro. Ibrahim, finalmente in carcere, è schietto, di una schiettezza che riporta noi italiani a ripensare a quel periodo disgraziato: “Se parlo io la Repubblica cade”. Marco Ruffo, dal canto suo, si esibisce in stilettate disarmanti: “In Brasile la disputa politica è una guerra tra bande”, “A Brasilia è più facile trovare una giraffa che una persona onesta”. Nelle arterie del potere, intanto, circolano fiumi di reais. “Alla fine si tratta di economia, di milioni di posti di lavoro, di miliardi investiti in infrastrutture. In fondo, vogliamo tutti la stessa cosa”, questo dice, con naturalezza, l’ex ministro della giustizia (il Mago) al Procuratore Generale.

Il Mago è anche l’avvocato difensore del cartello politico-imprenditoriale denominato Clube dos 13. Tredici grandi gruppi imprenditoriali che si spartiscono i ricchi appalti provenienti dall’affare del petrolio. “È cominciato tutto nel 1808”, risponde João Pedro Rangel, direttore di Petrobrasil alla domanda degli inquirenti relativa alle origini del meccanismo, riferendosi al trasferimento della corte portoghese in Brasile e al conseguente innesco di pratiche clientelari. E cosa significhi l’appartenenza al Clube, lo capiamo nel penultimo episodio, quando uno dei tredici affiliati confessa i propri e altrui misfatti in un interrogatorio chiarificatore. La lucidità del male risplende nel suo affilato candore: incontri resi noti per SMS, imprenditori ribattezzati “squadre”, appalti definiti “opportunità”, fasi di negoziazione per raggiungere un accordo su ogni singolo appalto, votazioni a maggioranza in caso di disaccordo, rigide regole sui prezzi, sempre schiacciati al ribasso… Il giro dei soldi è un flusso ciclico e inarrestabile. Petrobrasil è la vacca da mungere ma le mani protese verso le mammelle del capitalismo di Stato sono sempre le stesse.

La consapevolezza finale è tagliente, asfissiante. “Il meccanismo è ovunque, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Non ci sono più partiti, o destra e sinistra. Così si eleggono i presidenti, così funziona tutto”. Il sistema si alimenta da sé, replica se stesso ad ogni livello, in tutti gli ordini di grandezza, ed espelle ciò che non è funzionale al suo scopo. In questo loop infernale affonda il Brasile. A tratti, O Mecanismo assume i contorni di un racconto distopico. Padilha ha dichiarato che il suo Paese è molto interessante come caso di studio sulla crisi della democrazia partecipativa nel mondo, dove le grande imprese private manipolano le elezioni e controllano gli eletti, e l’esplosione dello scandalo Cambridge Analytica conferma, peggiorandola, l’impressione di una regressione della sfera pubblica a terreno di contesa per portatori di interessi non esattamente limpidi e immacolati. Sul piano della resa fotografica, colpiscono molto gli accostamenti tra i colori sfavillanti dei grattacieli delle metropoli (San Paolo, Rio, Brasilia), colti all’alba o al tramonto, un’iconografia quasi alla Blade Runner, e gli interni delle ville dei super-ricchi, gabbie di lusso incastonate in paradisi tropicali e panorami da cartolina.

Apprezzabile la scelta degli autori di non cadere nei cliché, una volontà rintracciabile nel non mostrare le solite baraccopoli tanto care ai cultori dell’estetica della miseria, nell’assegnare a Verena un destino spiazzante, nell’avvicinare Ruffo all’antropologia deviata, modello bad lieutenant. Meno condivisibile la narrazione a una sola dimensione, la riduzione della portata dello scandalo ad una contesa tra integerrimi difensori dell’ordine e un’idra le cui teste sono riconducibili ai vertici del PT. Mancano il popolo, le manifestazioni, gli opposti schieramenti in piazza, è assente il cuore dialettico della contesa. Forse, gli anni di governo della Sinistra in Brasile meriterebbero una considerazione più equilibrata, al di là dei pronunciamenti della magistratura. Nel complesso, O Mecanismo è un prodotto di buon livello, dai ritmi avvolgenti però mai sostenuti, un Narcos al rallentatore, senza sangue, senza sgozzamenti. L’immagine del frattale, utilizzata nel corso della serie, ben si adatta a rappresentarla metaforicamente. .

O Mecanismo
Numero puntate: 8
Durata per puntata: 39~52 minuti
Distribuzione: Netflix
Data di uscita: 23 marzo 2018

Suggerimento di lettura: J.P. Cuenca, Ho scoperto di essere morto, Miraggi edizioni, 2017. «Quando l’Economist pubblicò, nel novembre del 2009, poco dopo l’annuncio da parte dell’Arcangelo Gabriele della Profezia Olimpica, che il Brasile a un certo punto del decennio “dopo il 2014” sarebbe diventato la quinta economia mondiale, superando il Regno Unito e la Francia, che l’unico rischio che il Brasile avrebbe corso da lì in poi sarebbe stato l’orgoglio eccessivo, che il Brasile, diversamente dall’India, non aveva conflitti etnici e insorgenti, che il Brasile, diversamente dalla Cina, era una democrazia, e, infine, che il Brasile, diversamente dalla Russia, esportava più di petrolio e armi, si è creduto che il futuro prossimo del paese del futuro remoto era finalmente arrivato». Come in O Mecanismo, un futuro che è già passato.

Qui una recensione al libro:

https://zonadidisagio.wordpress.com/2018/03/23/morte-apparente-di-uno-scrittore-brasiliano/

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.