Stranger Things 2: i Duffer Brothers hanno messo sottosopra il mondo della serialità

La società di rilevazione di ascolti Nielsen ha comunicato un dato interessante: quasi sedici milioni di spettatori americani, la sera del 27 ottobre, hanno attivato la loro connessione a Netflix, per guardare la prima puntata della seconda stagione di Stranger Things. Sono numeri di poco inferiori a quelli raggiunti dalla première del nuovo ciclo di Game of Thrones. Questa premessa ci dice già molto di Stranger Things. Quante altre produzioni possono vantare di essersi avvicinate al colosso partorito dalla fantasia di David Benioff e Daniel Brett Weiss? Il trono di spade, quasi superfluo sottolinearlo, non è solo uno dei prodotti televisivi targati HBO, ma assurge ormai ad autentico fenomeno culturale, esteso su scala planetaria. La creatura sceneggiata e diretta dai trentatreenni fratelli gemelli Duffer, Matt e Ross, invece, cos’è? E cosa aspira a diventare?

Stranger Things appartiene alla nidiata Netflix. La prima serie di puntate, uscita nell’estate del 2016, fu un successo di pubblico e di critica coronato da 18 nominations agli Emmy Awards, e da molti altri riconoscimenti, compresa la candidatura per la miglior serie drammatica agli ultimi Golden Globe. Il sequel è ambientato un anno dopo, nelle giornate a cavallo della festività di Halloween del 1984, sempre ad Hawkins, immaginaria città dell’Indiana, sonnolenta, monotona, dove non succede mai nulla. O quasi.

Vicino ad Hawkins ha sede un misterioso laboratorio. Un team di scienziati, dipendente da una non meglio precisata agenzia governativa, svolge esperimenti su sfortunate cavie umane, bambine strappate in tenerissima età a ignari genitori per testarne i poteri mentali fuori dalla norma: psicocinesi, telepatia, ipnosi a distanza. Per chi crede che questa sia solo fantascienza, mi permetto di citare un articolo, apparso lo stesso giorno del ritorno di Stranger Things, su un giornale scientifico serissimo ed attento alle problematiche etiche sollevate dalle innovazioni tecnologiche in ambito militare: al netto dei deliri dei cospirazionisti, sappiamo per certo che la CIA, durante gli anni della Guerra Fredda, mise in piedi un programma denominato MK-Ultra, finalizzato al controllo totale della mente, con l’ausilio di invasive tecniche di modellamento psicologico e la massiccia somministrazione di acidi lisergici. Un’opera cinematografica che denuncia l’esistenza di pratiche simili è il celebre film The Manchurian Candidate (Va’ e uccidi) di John Frankenheimer del 1962.

Stranger Things 2 ruota attorno a cinque poli di attrazione: Eleven/Jane (ruolo interpretato da Millie Bobby Brown), la ragazzina scappata dal laboratorio, vera star della serie; la banda dei quattro ragazzini appassionati di Dungeons & Dragons e videogiochi, composta da Mike Wheeler (Finn Wolfhard), Dustin Henderson (Gaten Matarazzo), Lucas Sinclair (Caleb McLaughlin), e un redivido Will Byers (Noah Schnapp), cui si aggiunge nella season two la rossa Max Mayfield (Sadie Sink); il mondo degli adulti, dove spiccano Joyce Byers (Wynona Rider, che si conferma una delle migliori attrici di Hollywood), e il capo della polizia Jim Hopper (David Harbour); gli adolescenti, alle prese con problemi sentimentali, difficoltà esistenziali e solitudine, tra i quali vale la pena citare almeno Nancy, l’intelligente sorella di Mike (Natalie Dyer) e Jonathan, il problematico fratello maggiore di Will (Charlie Heaton); infine, la dimensione parallela del “Sottosopra” (nell’originale “The Upside Down”). Il tessuto del reale è stato involontariamente “tagliato” dagli scienziati e nessun paese delle meraviglie attende gli sfortunati viaggiatori che attraversano lo specchio. Metafora nemmeno tanto velata, quest’ultima, della condizione di chi oggi si avventura across the border.

Se ho citato tutti gli attori principali è perché, a mio parere, la forza della serie sta proprio nell’incredibile affiatamento del cast e nelle prove dei singoli, che a volte sono talmente perfette da far gridare al miracolo. Raramente, nella storia dell’intrattenimento televisivo, un gruppo di attori giovani e giovanissimi è riuscito ad essere così convincente, collettivamente e singolarmente. Sono loro l’ago della bilancia della materia narrata, una storia in perfetto equilibrio tra fantasy, fantascienza, dramma e commedia, dal tono esilarante, ironico e vagamente nostalgico. Stranger Things è ricco di citazioni gustose e di rimandi all’estetica, al cinema, alle mode culturali e all’iconografia dei primi anni Ottanta. Troppo? Magicamente, l’alchimia funziona. Non si avverte alcun esercizio di maniera, merito (anche) di una scrittura precisa, costruita attorno ai magnetici personaggi. Nel calderone troviamo l’immarcescibile impronta di pellicole entrate nel mito: ET, Ghostbusters, Ritorno al futuro, Goonies e, più evidente di tutti, Stand by Me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner, cult-movie del 1986 basato su un romanzo di Stephen King (il film preferito da Millie Bobby Brown, come dichiara in un’intervista). Il materiale, eterogeneo, è assimilato con eleganza. Anche se tutto è già stato visto, in altri tempi e luoghi, lo spettatore vorrebbe vederne ancora.

Anche la seconda stagione, fin dalle battute iniziali, si presta ad essere la mecca di spettatori affamati, appartenenti a varie subculture e tipologie umane: il cuore dei retrogamers sobbalza di fronte alle nitide immagini in laserdisc di Dragon’s Lair; i nerd maschi oggi quarantenni, guardando i quattro ragazzini alle prese con D&D, il re dei giochi di ruolo, si sentono toccati nei ricordi (i turbamenti sessuali per un vero nerd vengono sempre al secondo posto); i cultori di una certa America profonda, o di quella perduta raccontata da Bill Bryson, non possono che apprezzare la dimessa ambientazione semirurale e le caratterizzazioni offerte dai personaggi minori, specchio della psicologia dello statunitense medio. I Fratelli Duffer hanno avuto il colpo di genio di collocare gli avvenimenti non solo, come detto, durante la festa del macabro per eccellenza, ma, particolare altrettanto importante, nei giorni precedenti il voto per le elezioni presidenziali del 1984, quelle della rielezione di Ronald Reagan, vincitore a valanga sul democratico Mondale. Il succo di Stranger Things in fondo è tutto qui: nel contrasto, di per sé retorico, tra il piatto conformismo degli adulti e le potenzialità emotive e cognitive dei (pre)adolescenti, coagulate nella figura icastica di Eleven. Tra le righe, serpeggia una domanda: siamo sicuri che un demogorgon sia più irreale di uno dei tanti inquilini approdati negli ultimi anni alla Casa Bianca? Chi, se non Trump, è un soggetto allo stesso tempo attuale e distopico?

Per qualcuno sarà una coincidenza, però le serie TV d’oltreoceano sembrano particolarmente attratte dal periodo contrassegnato dall’edonismo reaganiano, basti pensare alle tormentate spie sovietiche in azione sul suolo nemico in The Americans, o alle inedite lottatrici di wrestling, in guerra contro il maschilismo, in Glow. Autocoscienza di un popolo? Necessità di fare chiarezza su un momento storico i cui effetti si prolungano ancora oggi, incidendo in negativo sugli squilibri economico-sociali? O, al contrario, il ritorno agli anni Ottanta nasce dal desiderio di cullarsi tra le certezze del passato, uno dei sintomi della “retrotopia”, o malinconia utopica, analizzata dall’ultimo Zygmunt Bauman? Stranger Things è un attacco ironico al common sense a stelle e strisce. Quando Max, campionessa di videogiochi, irrompe nella vita dei quattro giovani eroi, mentre uno di loro sta cercando di guarire dall’esperienza traumatica del Sottosopra ed Eleven è data per dispersa, si confronta con il codice del gruppo: che qualità deve dimostrare per essere ammessa tra i depositari dei segreti di Hawkins? Suscita diffidenza perché è forestiera o perché è donna? E perché il nero Lucas dovrebbe impersonare l’unico acchiappafantasmi di colore, anziché uno degli altri tre, bianchi, durante la festa di Halloween a scuola? Il mondo dei ragazzini si difende dalle incrostazioni mutuate dalla società degli adulti e le supera con fantasia. The Upside Down, la dimensione nascosta, assume così un valore metaforico che va oltre la sua letterale aura di minaccia fantastica.

Ma Stranger Things non sarebbe un piccolo gioiello di culto se non avesse una colonna sonora azzeccatissima, composta da Kyle Dixon e Michael Stein, musicisti attivi nel gruppo di musica elettronica dei S U R V I V E, scritto proprio così, con gli spazi tra una lettera e l’altra. Devoti al krautrock cosmico degli anni Settanta, vicini in particolare alle suggestioni minimali dei Tangerine Dream, a John Carpenter e alle composizioni del nostro Giorgio Moroder, Dixon e Stein filano, puntata dopo puntata, un tappeto sonoro avvolgente, cupo, delizioso da ascoltare con e senza le immagini che accompagna.

Non è possibile, infine, dimenticare la prova attoriale, perla tra le perle, della tredicenne Millie Bobby Brown, alias Eleven (dal numero tatuato sul braccio, undici). Contesa dalle riviste di cinema e di moda, già stella del firmamento televisivo e next big thing del pantheon cinematografico globale, l’attrice di origine inglese sorprende per l’istintiva sicurezza e per la naturale capacità di catturare l’attenzione dello spettatore. Da notare il fatto che, nella prima stagione, le parole pronunciate da Eleven si possono contare sulle dita di una mano. Millie Bobby Brown recita con il corpo e con lo sguardo, imprimendo al volto un’ansia espressiva e una fredda inquietudine, di potenza letale nell’economia complessiva di Stranger Things. Il momento del bacio con Mike, al termine della seconda serie, era atteso dai fans come, in illo tempore, quello epocale tra Fox Mulder e Dana Scully. L’accoppiata Brown – Ryder si potrebbe interpretare come una staffetta generazionale tutta al femminile, due talenti eccezionali sbocciati sotto il segno della nevrosi.

Lo psicanalista Aldo Carotenuto ha scritto: “L’accesso del fantastico nel reale provoca un effetto di estraneità: improvvisamente il mondo o se stessi diventano altro… In questa terra di nessuno, dove non esistono leggi fisiche a cui ancorarsi per leggere la realtà, la separazione tra soggetto e oggetto vacilla, mentre il mondo esterno sembra essere plasmato dai propri fantasmi. Viene meno la possibilità di una lettura univoca di ciò che accade, e di fronte a questo sovrapporsi e intrecciarsi di verità parallele, l’anima si smarrisce… Se da una parte il fantastico è apertura all’angoscia, dall’altra è anche esplorazione di possibilità sconosciute, arricchimento della coscienza di sé”1.

Stranger Things attinge con consapevolezza al bagaglio onirico di una consolidata tradizione letteraria, fino a Lovecraft e a Poe. Il ragazzino smarrito nel Sottosopra è l’archetipo delle paure d’infanzia, la linea d’ombra preadolescenziale che, una volta varcata, introduce alla lucida razionalità dell’età adulta. Ma se un demogorgon bussasse ancora, in piena notte, alla porta di casa?

  1. Aldo Carotenuto, Il fascino discreto dell’orrore, Bompiani, 2010.
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