The Place

The Place **

Dopo il successo inatteso e travolgente di Perfetti sconosciuti, coronato da un generoso David di Donatello al miglior film dell’anno, e dalla notizia che Genovese e gli altri quattro sceneggiatori avevano ceduto i diritti del loro script, per un remake americano, il regista ed il suo produttore, Marco Belardi, hanno pensato bene di battere il ferro finchè era caldo.

Tuttavia, in assenza di una nuova idea originale, Genovese non si è dato per vinto ed ha chiesto aiuto ad Isabella Aguilar, per adattare e trasformare in un lungometraggio, la brevissima serie americana The booth at the end, ideata e scritta da Christopher Kubasik ed ancora inedita in Italia.

In originale, si trattava di una mini-serie in due stagioni, di soli cinque brevi episodi, della durata di circa 20 minuti ciascuno. The Booth at the End era andato in onda tra il 2010 e il 2012.

Genovese e Belardi devono aver pensato che si trattava dello spartito perfetto per mettere in scena una sorta di replica degli elementi chiave che avevano garantito il successo di Perfetti sconosciuti: una sola location, un bel gruppo di attori, una premessa misteriosa, lo svelamento progressivo della verità, un aggancio sociologico e una serie di interrogativi morali, che fanno discutere e dividono, una volta usciti dalla sala.

E poi cosa c’è di più cool e contemporaneo di una serie tv, che nessuno ha visto?

Questa volta i telefonini non c’entrano, grazie al cielo. Ma c’è un uomo misterioso, che passa le sue giornate seduto al tavolo di un bar e qui riceve una serie di persone in difficoltà che gli chiedono un aiuto: un poliziotto è preoccupato per il figlio criminale, un’anziana donna per l’alzheimer del marito, un padre ha un figlio malato di tumore, una suora non sente più la parola del Signore.

A ciascuno, l’uomo misterioso promette una soluzione alle proprie angosce, purchè siano disposti a fare quello che la sua voluminosa agenda suggerisce. Qualcuno deve piazzare una bomba, qualcun’altro deve rapire un bambino, altri ancora devono concepire un figlio o coprire un collega disonesto, in una sorta di contrappasso beffardo e mefistofelico, che risponde sempre alla stessa domanda. che cosa sei disposto a fare, per smettere di soffrire? Fin dove sei disposto a spingerti, per la tua felicità?

Tutto perfetto, all’apparenza. Solo che già l’originale era serie di duetti noiosa e ricattatoria, che finiva sempre per risolversi senza turbare davvero l’ordine delle cose e affibbiando colpe e punizioni ai personaggi più sgradevoli. A quelli che, in fondo, se l’erano meritato davvero.

Il disegno capace di tenere assieme tutte le storie veniva man mano svelato, con la stessa indifferenza, con cui il protagonista ordina té e caffé nelle sue lunghe soste al bar.

La serie mostrava subito la corda e si rivelava tutt’altro che sovversiva e anticonformista, ma invece assai convenzionale e rassicurante, persino nei suoi ‘non detti’.

Trasportare in un film, quello che era stato fin dall’inizio pensato per una fruizione breve e frammentata, come una miniserie dai tempi assai poco dilatati, poteva sembrare furbo, ma si è rivelato del tutto fallimentare.

Non basta il sontuoso cast di attori, tutti i impegnati nel loro numero ad effetto, pochi minuti e via, a cominciare dall’impassibile e misuratissimo Valerio Mastandrea nei panni dell’uomo misterioso. Nemmeno loro riescono a dare un senso ad un’operazione tutta studiata a tavolino, che vorrebbe evocare modelli alti, da Saramago a Cortazar, con il realismo che si contamina con elementi metafisici, con suggestioni astratte e inquietudini esistenziali.

Genovese rinuncia del tutto alla commedia questa volta e sembra in pieno controllo e senza rimorsi, peccato allora che il film si risolva nel modo più facile e convenzionale: un po’ come Perfetti Sconosciuti, anche questo The Place rimane a mezza strada, vorrebbe essere un prodotto popolare, ma intelligente, à la page,  in realtà rimane sempre in superficie, non costruisce personaggi, ma figurine bidimensionali, si accontenta di una sociologia spicciola, evita il tragico e la profondità, pur avendo scelto il dramma.

‘Si può fare’ è il mantra del suo protagonista.  Forse invece, questa volta, era meglio non farlo.

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