L’uomo di neve

L’uomo di neve *

Dopo il bellissimo e commovente horror Lasciami entrare, Tomas Alfredson è stato attratto dalle sirene inglesi e americane, realizzando l’altrettanto brillante La talpa tratto da un romanzo di John Le Carré ed ora L’uomo di neve, ispirato al settimo romanzo Jo Nesbo, dedicato al personaggio di Harry Hole.

Hole è un investigatore della polizia norvegese, i cui casi sono ormai studiati in accademia. Ha mollato la compagna e il figlio, passa le notti ubriaco dormendo per strada e sembra ormai l’ombra di sè stesso.

Il capo gli affianca una giovane collega originaria di Bergen, Katrine Bratt, che deve indagare sulla scomparsa misteriosa di una donna.

Le vittime aumentano. Forse si tratta di un serial killer che lascia come firma un pupazzo di neve davanti alla casa delle sue vittime.

Ma Katrine e Harry scopriranno di avere un interesse personale nelle indagini…

Nonostante il cast sontuoso, persino nel più piccolo dei ruoli secondari, e uno stuolo di collaboratori da Oscar, il film è un disastro senza speranza.

Sin dal prologo, che anticipa i titoli di testa, il film lascia sconcertati per superficialità drammatica, povertà fotografica, approssimazione nella regia e nel montaggio, direzione degli attori.

Se non sapessimo di trovarci di fronte ad uno dei progetti più curati e attesi della stagione, lo avremmo subito scambiato per un giallo televisivo tedesco, deludente persino per una terza serata tv.

Lo sgomento aumenta di minuto in minuto e travolge ogni cosa.

L’intreccio di quello che dovrebbe essere uno dei maestri nel noir nordico è di una banalità sconcertante e implausibile, le sottotrame si disperdono in modo altrettanto illogico e farraginoso, i rapporti tra i personaggi sono raccontati solo attraverso cliché di genere, ormai abusati.

Il divo Fassbender sembra l’unico ad aver letto il copione e si trascina infatti di scena in scena, senza alcuna convinzione, mostrando quanto sia limitato il suo spettro espressivo, quando il materiale di partenza non è all’altezza. La Ferguson è completamente sprecata, per non parlare di Charlotte Gainsbourg, Toby Jones, Chloe Savigny e James D’Arcy, il ruoli piccoli e piccolissimi, senza alcuno spessore.

Ancor più inutile la presenza del premio Oscar J.K.Simmons, protagonista di una lunga digressione che si perde nel nulla.

Il film di Alfredson (e in fondo anche il romanzo di Nesbo…) vorrebbe guardare al modello di Steig Larsson e al suo Uomini che odiano le donne, nell’efficacissima trasposizione cinematografica di Fincher, ma il materiale di partenza è così povero e derivativo, da vanificare qualsiasi buona idea narrativa.

Certamente il film non farà guadagnare allo scrittore norvegese un solo nuovo lettore.

Il tentativo di Alfredson si perde subito nella sua incapacità di inserire i personaggi nel contesto o di valorizzare il paesaggio ghiacciato della Norvegia, una sorta di inferno freddo in cui segreti e ossessioni rimangono sempre sotto traccia.

E’ curioso che un regista così abile in passato nel costruire il rapporto tra set e caratteri, approfittando della temperie atmosferica particolare in cui questi ultimi erano immersi, sembri qui così sciatto e svogliato proprio nella messa in scena di quel rapporto.

I due sceneggiatori Hossein Amini e Peter Straughan si sono messi d’impegno, per scrivere lo script peggiore della loro carriera e Alfredson li ha aiutati, dirigendo senza alcuna grazia o senso del ritmo.

Dei personaggi non ci importa davvero nulla. Il detective non sembra avere alcuna evidente qualità, attraversando il film con lo sguardo sofferto da maudit, nell’unico giaccone verde sformato, dall’inizio alla fine. Il movente del killer è esplicito, sin dalla prima scena e non ha alcun senso logico.

Del tutto inutile convocare poi due icone del montaggio come Claire Simpson e Thelma Schoonmaker (4 Oscar in due) per cercare di salvare il salvabile e dare un ritmo alla noia imperante, che assale lo spettatore dopo appena tre minuti e non lo abbandona più.

Le luci piatte di Dion Beebe vanificano ogni sfumatura, nel tentativo di imitare forse il mitico ‘apri tutto, smarmella’ del maestro Duccio Patanè di Boris.

Jonny Greenwood dei Radiohead aveva scritto le musiche per il film, rifiutate da Alfredson: buon per lui che il suo nome non sia associato a questo disastro.

Martin Scorsese risulta produttore esecutivo del film. A lungo si era parlato dell’adattamento di The Snowman come una sua possibile regia con Leonardo Di Caprio nel ruolo del protagonista.

Saggiamente i due hanno preferito fare altro.

Inutile tuttavia spendere altre parole: lasciate perdere.

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