It Comes At Night

It Comes At Night ***

Trey Edward Shults, texano, di neppure trent’anni, si era fatto le ossa sui set degli ultimi film di Terrence Malick, da The Tree of Life a Song to Song, prima di debuttare con il bellissimo ritratto femminile di Krisha, nel 2015, presentato al SXSW e poi alla Semaine a Cannes.

Il suo sembrava tuttavia un cinema più vicino alla libertà espressiva e alla sensibilità attoriale di John Cassavetes, piuttosto che all’afflato filosofico e panteista di Malick.

It Comes At Night, buon successo indie dell’estate americana, è invece un horror sociale e apocalittico, che sfrutta magnificamente i limiti di budget e quelli di spazio, tempo e azione, per costruire una parabola inquietante profetica.

Le premesse sembrerebbero convenzionali: un’epidemia di origine imprecisata ha colpito gli Stati Uniti. La malattia si propaga con il contatto e si manifesta con grandi pustole sulle braccia e sul corpo. L’unica possibilità di salvarsi sembrerebbe quella di uccidere l’infetto e bruciarlo. Cibo e acqua scarseggiano.

In una casa isolata nel bosco vivono Paul e Sarah, una coppia interrazziale, con il figlio adolescente, Travis. Bud, il padre di Sarah, è malato: i due coniugi, armati di maschere antigas e grandi guanti di gomma, lo caricano su una carriola, lo trascinano nel bosco e compiono quel crudo rituale di morte, che dovrebbe garantire la sopravvivenza della famiglia.

La loro casa è blindata. L’unica uscita è rappresentata da una porta rossa sprangata, che porta ad un’anticamera.

Quando una notte un uomo, Will, rompendo una finestra, raggiunge l’anticamera, Paul e Sarah dopo averlo tenuto in quarantena legato ad un albero, lo accolgono in casa. Will ha lasciato moglie e figlio a circa 40km, in cerca di acqua potabile e non contaminata. Ma deve andarli a riprendere al più presto.

I due nuclei familiari si riuniscono, ma le insidie e i pericoli non sono terminati…

Il film di Shults vive in una doppia dimensione: se da un lato è un horror secco, ellittico, che si alimenta di una tensione costante e invisibile e di un senso di precarietà e di diffidenza reciproca tra i protagonisti, dall’altro è un viaggio allucinato e allegorico nella mente di Travis, costantemente frustrato nei propri desideri e nelle proprie pulsioni adolescenziali.

La convivenza forzata genera competizione maschile e tensione sessuale, cospirando a far esplodere i contrasti, grazie ad una cultura della violenza, così radicata, da vincere ogni compassione umana.

It Comes At Night è evidentemente anche un racconto politico, su un’America in cui non è più possibile alcun dialogo e la fiducia si misura con la forza delle armi possedute.

Il pericolo sembra venire dall’esterno a sovvertire l’ordine familiare, ma è in realtà all’interno di quello stesso nucleo che la paranoia spinge all’autodistruzione.

Se Krisha era un dramma familiare con evidenti venature d’horror psicologico, It Comes At Night funziona in modo esattamente speculare.

Sono tempi difficili nel paese del sogno americano e come sempre accade in queste occasioni, è proprio l’horror a farsi carico di trasformare le paure, quelle psicologiche e sociali, quelle sovrannaturali e quelle umanissime, in un bisogno di catarsi, mediato attraverso lo schermo.

Particolarmente pregevole il lavoro del direttore della fotografia Drew Daniels, che con la sua steadycam asseconda la geometria impossibile della grande casa in cui tutto il film si svolge, con corridoi illuminati dalla sola luce di una lanterna, ombre e porte che si aprono quando non dovrebbero e il buio a lasciare incerti i confini dell’orrore.

Perfetto il cast, con gli astri nascenti Riley Keogh e Carmen Ejogo, il burbero e testardo Joel Edgerton e la rivelazione Kelvin Harrison Jr. Fondamentale la poderosa colonna sonora di Brian McOmber.

It Comes At Night è la conferma di un talento, che continueremo a seguire.

Inedito in Italia.

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