Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre Manifesti a ebbingTre manifesti a Ebbing, Missouri ***1/2

Martin McDonagh, commediografo, sceneggiatore e regista londinese, dalle fortissime radici irlandesi, ritorna a cinema dopo l’exploit di In Bruges (2008) ed il meno riuscito 7 psicopatici (2012), con un nuovo dolente ritratto femminile, che sposa ancora una volta i toni della commedia nera, sullo sfondo del profondo sud degli Stati Uniti.

Siamo nell’immaginaria Ebbing, piccola cittadina rurale del Missouri.

Qui Mildred Hayes ha perso una figlia da sette mesi. La ragazza, Angela, è stata torturata, poi stuprata e uccisa a pochi metri da casa. La polizia brancola nel buio e il suo caso non fa più notizia. nessuno ha visto nulla, le tracce di dna non portano da nessuna parte. La solidarietà del piccolo paese in cui vive si è già trasformata in silenzio. Il marito l’ha lasciata, per una diciannovenne, senz’arte nè parte, che lavora in uno zoo.

Dal portico di casa si scorgono però tre grandi cartelloni pubblicitari, che nessuno usa più dagli anni ’80. Mildred decide di affittarli, per denunciare – con tre brevi messaggi, scritti in nero su campo rosso – l’inerzia della polizia.

Il capo Bill Willoughby è impotente. Non ci sono tracce concrete da seguire e un cancro lo sta consumando velocemente. Il suo vice, Jason Dixon, è un tipico redneck razzista e fanfarone, più per eredità familiare, che per indole.

A dare una mano a Mildred non restano che il giovane titolare dell’agenzia pubblicitaria e un nano, James, che spera nel frattempo di convincerla ad accettare un invito a cena.

Il film di McDonagh è una commedia nerissima, divertente e persino crudele, in continuo equilibrio tra riso, pianto, rabbia, liberazione, che racconta con sapienza il dolore e l’amarezza della perdita e il senso di colpa di una madre, che non riesce più a darsi pace.

Come spesso succede nelle sue opere per il cinema o il teatro, McDonagh costruisce le sue storie a partire da un microcosmo sull’orlo del baratro, imploso, devastato dalla scomparsa di ogni residuo d’umanità, eppure miracolosamente in grado di recuperare qualche bagliore di vita, di solidarietà, di fiducia.

La Mildred di Frances McDormand è una donna sola, che la vita ha privato improvvisamente di tutto: non solo della figlia Angela, ma della sua famiglia e del suo posto nel mondo. È un distillato di testardaggine e rabbia, di rancore e spirito vendicativo. Non si ferma davanti a nulla. Si mette nei guai e rovina la vita anche alle persone a cui vuole bene.

Su di lei come su molti personaggi del cinema di McDonagh aleggia un’oscura pulsione di morte, una consapevolezza del proprio fallimento, che non trova appagamento e finisce per rivolgersi verso se stessi.

La sua è diventata una missione totalizzante, un’ossessione a cui dedicare tutti i suoi giorni, a cui sacrificare persino la sua umanità. La rabbia produce altra rabbia. La spirale della violenza non si ferma più e si alimenta con l’odio e la paura.

Quella stessa paura e quello steso odio sembra però aver contagiato tutta Ebbing: dalla polizia razzista, ai dentisti sadici, dai parrocchiani ipocriti ai mariti violenti e abusivi.

McDonagh usa allora la leggerezza e l’ironia di una sceneggiatura formidabile e amarissima, per raccontare con un ritmo sostenuto ed un tono tutto suo, il razzismo profondo, l’indifferenza, l’egoismo, la stupidità di una comunità, che ha perso la direzione.

Quella che sembrava una storia semplice, con buoni e cattivi rigidamente distinti, con le ragioni e i torti lontani e individuabili, si fa via via più complessa.

E così la ricerca vana della verità si trasforma pian piano in una riflessione sul senso della giustizia, sui suoi limiti, le sue imperfezioni, le sue sconfitte, grazie ad un gruppo di personaggi che sembrano prendere vita davvero sullo schermo.

Il fallimento di Ebbing è il fallimento di un sistema, che non si cura più delle vittime, del loro dolore, della loro ansia di verità. Il male sembra così abitare una dimensione pervasiva e inevitabile. Tutti ne vengono contagiati.

Interpretato da un cast in stato di grazia che comprende il capo Woody Harrelson, accusato di non aver fatto abbastanza, ma capace di dimostrare almeno a Mildred di aver fatto anche di più, il vice Sam Rockwell, poliziotto ignorante e razzista, capace però di ascoltare e trovare la sua strada, il marito violento John Hawkes e il baffuto Peter Dinklage, Three Billboards è un film aspro e pungente, disilluso e violento, che termina proprio com’era cominciato: Mildred è di nuovo in auto, sulle strade deserte in mezzo alla wilderness del Missouri, in cerca di una risposta.

Questa volta però non è da sola.

Gran Bretagna / 110’
lingua Inglese
cast Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, John Hawkes, Peter Dinklage
sceneggiatura Martin McDonagh
fotografia Ben Davis, BSC
montaggio Jon Gregory
scenografia Inbal Weinberg
costumi Melissa Toth
musica Carter Burwell
suono Jonathan Gaynor, CAS

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