Venezia 2017. L’insulto

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Nell’odierna Beirut, un insulto spinto agli estremi porta in tribunale Toni, un libanese cristiano, e Yasser, un profugo palestinese. Tra ferite nascoste e rivelazioni traumatiche, il circo mediatico che accompagna il caso porrà il Libano di fronte a una serie di disordini sociali che obbligheranno Toni e Yasser a riconsiderare la loro vita e i loro pregiudizi.

Non c’è da crederci troppo se ci viene detto che una storia così potrebbe essere ambientata in ogni dove e in ogni tempo. Certo l’odio etnico-razziale e gli scontri religiosi esistono fin dai tempi dell’Antico testamento, come ha confermato in conferenza stampa il regista e sceneggiatore Ziad Doueiri: “Il Libano di oggi è un posto complesso, qui le piccole cose assumono rilevanze enormi”.

La piccola cosa è l’insulto che fornisce il titolo al film in concorso alla 74. Mostra: un capomastro palestinese offende un cittadino libanese cristiano per aver rotto la grondaia gocciolante del suo terrazzo, mentre la ditta svolgeva dei lavori di messa a norma degli impianti nel quartiere.

La grande cosa è che la questione finisce in tribunale riacutizzando gli scontri tra palestinesi e libanesi e provocando una serie di avvenimenti a catena, eventi esplosivi: la perdita del lavoro per l’ingegnere palestinese, il parto prematuro della moglie del libanese, lo scontro in tribunale tra padre e figlia avvocati, l’uno dalla parte del libanese aggredito fuori dall’officina di sua proprietà e l’altra per difendere i diritti di chi non ha diritti.

La popolazione palestinese e curda immigrata in Libano ammonta a circa due milioni di abitanti, un terzo della popolazione totale. Ne sono conseguiti la creazione di quartieri ed aree ghettizzate che l’ascesa del partito cristiano non ha aiutato ad eliminare, predicando l’espulsione dei musulmani per il ritorno all’ordine.

L’spetto che più stupisce nell’ultimo film di Doueiri è l’influsso di certa cinematografia statunitense sulle nove scene in tribunale, influenza che porta a far rientrare il film nel filone dei courtroom movie, tra cui possiamo ricordare l’indimenticato Il verdetto, preso a modello dal regista libanese.

La sceneggiatura originale della pellicola parte da un piccolo incidente accaduto al regista stesso quando viveva a Beirut. In ultima analisi questo film tratta di due persone normali a cui accade un episodio più grande di loro che coinvolge la giustizia, la dignità e i valori dell’umanità.

È un film che parte da una storia interiore del regista e rispecchia il modo in cui è stato educato, in una famiglia dove si parlava sempre di legge, con genitori e nonni avvocati e giudici. Il ruolo del pacificatore è affidato alle donne: alla donna giudice, alla donna avvocato e alle due mogli, entrambe cristiane.

Nessuno ha ragione e tutti allo stesso tempo non hanno torto perché si sa che il binomio sterminatore-sterminato nella storia ha anche il rovescio della medaglia.

http://www.michelamanente.it

Libano, Francia / 110’
lingua Arabo
cast Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Diamand Abou Abboud, Rita Hayek, Talal El Jurdi, Christine Choueiri, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine
sceneggiatura Ziad Doueiri, Joëlle Touma
fotografia Tommaso Fiorilli
montaggio Dominique Marcombe
scenografia Hussein Baydoun
costumi Lara May Khamis
musica Eric Neveux
suono Guilhem Donzel, Olivier Walczak, Sebastien Wera, Bruno Mercere

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