Venezia 2017. Foxtrot

Foxtrot ***

Nessuna famiglia può resistere alla morte di un figlio. Neppure quella dell’architetto Michael e di sua moglie Dafne, quando una mattina alla porta del loro bellissimo appartamento si presentano tre soldati in divisa, annunciando che il loro Jonathan è “caduto nell’adempimento del dovere”.

La donna sviene ed è subito sedata, il marito entra in una spirale di frustrazione e isolamento.

Mentre il fratello e i parenti vorrebbero stargli vicino, Michael fugge, non vuole parlare con nessuno, neppure i burocrati dell’esercito, che stanno organizzando il funerale.

Eppure la tragedia si trasforma in farsa quando gli stessi tre ufficiali ritornano dopo cinque ore annunciando che il Jonathan caduto non è loro figlio, ma un omonimo.

L’ira di Michael sommerge tutti, mentre Jonathan impegnato di pattuglia in uno sperduto posto di blocco in mezzo al deserto, con altri tre compagni, vive, della guerra, il suo lato più surreale.

Il film di Samuel Maoz, Leone d’Oro con Lebanon, è anche questa volta un film di attese brechtiane, negli spazi angusti di una guerra che si combatte su un fronte immaginario come nelle stanze di casa, nei ricordi di famiglia, come nell’insensatezza di rituali militari privi di alcun significato.

Foxtrot cambia registro di continuo: il dramma da camera freddo e rarefatto dell’inizio, si trasforma in tragicommedia dell’equivoco, quindi veniamo trascinati in mezzo al deserto in un incubo kafkiano con quattro soldati che cercano di non impazzire tra container che sprofondano, cammelli, carne in scatola e musica da ballare.

Il film di Maoz non si nega neppure una parentesi animata, che mette in immagini una reinterpretazione dell’ultima storia della sera che Michael racconta a Jonathan, prima che parta per il fronte.

Infine Foxtrot ritorna dove era cominciato, nell’appartamento di Michael e Dafne, svutotato dal dolore. Il loro confronto, a lungo rimandato, esplode proprio alla fine.

Il continuo alternarsi di registri, forme e ispirazioni può lasciare interdetti, ma il lavoro di Maoz ha un’originalità preziosa, muovendosi su un territorio minato, che fa a pezzi ogni retorica militare, ogni patriottismo vuoto, ogni conformismo familiare, per cercare la verità dei suoi personaggi, una verità che ha più a che fare con la magia del cinema che non con un realismo costantemente rinnegato.

Sorprendente.

Israele, Germania, Francia, Svizzera / 113’
lingua Ebraico
cast Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray
sceneggiatura Samuel Maoz
fotografia Giora Bejach
montaggio Arik Lahav Leibovich, Guy Nemesh
scenografia Arad Sawat
costumi Hila Bargiel
musica Ophir Leibovitch, Amit Poznanky
suono Sam Cohen, Ansgar Frerich, Alex Claude
effetti speciali Jean-Michel Boublil

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