Un 32 août sur terre, Maelström, Next Floor, Polytechnique: il cinema di Denis Villeneuve

Il regista canadese Denis Villeneuve compirà cinquant’anni il prossimo 3 ottobre. Tre giorni dopo la Warner Bros distribuirà nel mondo il suo nono lungometraggio, Blade Runner 2049, l’attesissimo sequel del capolavoro distopico di Ridley Scott, tratto dal romanzo di Philip Dick.

Nel corso dell’ultimo decennio, con un’ascesa bruciante e formidabile, Villeneuve è passato dal cinema d’autore più personale e intimo, ospitato nelle sezioni collaterali di Cannes, Berlino e Venezia sino ai red carpet di Hollywood, riuscendo a realizzare i suoi sogni più grandi: dopo Blade Runner 2049, lavorerà ad un nuovo adattamento cinematografico di Dune di Frank Herbert, sulle orme di Jodorowsky e Lynch.

Su Stanze di Cinema ci siamo occupati di lui con regolarità, sin dal 2009. L’obiettivo di questo pezzo è di fare luce sulle origini del suo cinema, sugli esordi canadesi che non hanno mai raggiunto le sale italiane, prima che la nominations agli Oscar de La donna che canta lanciasse il suo nome nell’olimpo dei giovani registi da tenere d’occhio e le sirene americane lo spingessero a mettere in discussione forme e modi di produzione e racconto.

Nato a Trois-Rivières, in Québec, dopo gli studi di cinema a Montréal, partecipa ventitreenne alla terza edizione del programma televisivo La Course Europe-Asie, nella quale i concorrenti viaggiano da soli, armati di macchina da presa, per realizzare piccoli cortometraggi di quattro minuti di generi differenti, dal reportage all’editoriale, dalla fiction al documentario. Grazie alla vittoria del programma, l’ONF – Ufficio Nazionale del Cinema Canadese gli commissiona il suo primo vero lavoro, un cortometraggio di 30 minuti, da girare in Giamaica sul tema del multiculturalismo: REW-FFWD, realizzato da Villeneuve nel 1994, è un curioso esperimento, tra racconto, diario di viaggio e documentario.

Due anni dopo scrive e dirige Le Technétium, uno dei sei episodi del collettivo Cosmos, ospitato alla Quinzaine a Cannes. Il filo che collega i sei corti è il viaggio di un taxi driver immigrato, che trasporta i personaggi: un regista nervoso, un’avvocato che si è appena rifatta le tette, un uomo misterioso, un omosessuale timoroso di aver contratto l’AIDS, una star della techno…

Un 32 août sur terre **1/2

L’esordio nel lungometraggio arriva nel 1998 con il sorprendente e generazionale Un 32 août sur terre, che debutta ad Un certain regard a Cannes, passa poi a Toronto e si fa strada nei festival di mezzo mondo.

Il film è scandito da un calendario del tutto fantasioso, che comincia appunto un 32 di agosto: la macchina guidata dalla giovane modella Simone Prévost esce fuori strada. Miracolosamente illesa, la protagonista decide di mollare il lavoro, evitando di partire per l’Italia, e cerca di dare una scossa alla sua vita.

Parlando con l’amico Philippe, decide che l’unica cosa da fare è avere un figlio. Per farlo convince Philippe a seguirla nello Utah, per fare l’amore nel deserto e assecondare il suo desiderio.

Solo che Philippe è innamoratissimo di Simone e la proposta lo spinge a nuove torture sentimentali…

Il viaggio americano si rivela un fallimento: il deserto di sale di Salt Lake City è un’enorme distesa bianca, assai poco romantica e ospitale. Per di più, i due si imbattono in un taxista approfittatore e in un cadavere bruciato, ai bordi della strada. L’avventura finisce in una notte surreale, all’interno di un cubicolo giapponese, prima che i due riescano a riprendere l’aereo per Montréal. Ma le sorprese non sono finite…

Il primo film di Villeneuve mostra chiaramente i suoi anni: figlio di quella stagione indie anni ’90, così feconda di autori, idee ed entusiasmo, è segnato dallo stesso dolce minimalismo sentimentale, che accomunava molte di quelle opere e che Linklater con Prima dell’alba ha canonizzato definitivamente per tutti.

Così come nel successivo Maelström, anche in Un 32 août sur terre la protagonista assoluta è una giovane donna che cerca il suo posto nel mondo. Il tema identitario è evidentemente un topos ricorrente nel cinema di Villeneuve, che esplode poi nel melò assoluto de La donna che canta, ma che già qui mostra tutta la sua urgenza.

Simone è un personaggio che fugge, dagli altri e da sè, incapace persino di amare: il viaggio per lei è allora una scelta obbligata, che non appaga davvero, ma è dolorosamente inevitabile.

Il volto sottile e irregolare di Pascale Bussières dona a Simone un’inquietudine mai troppo angosciosa, mentre Philippe è interpretato dall’attore, regista e drammaturgo canadese Alexis Martin, in precario equilibrio tra desiderio e consapevolezza: il suo è un ruolo quantomai infelice, uno di quelli che avrebbero ispirato ad Elio, proprio in quegli stessi anni, il dittico Cara ti amo/Servi della gleba. Insomma, ci siamo capiti…

Maelström **

Gli stessi temi ritornano anche nel secondo film di Villeneuve, Maelström, che partecipa al Festival di Montréal nell’agosto 2000 e poi vince il premio FIPRESCI della sezione Panorama al Festival di Berlino del 2001, prima di approdare al Sundance nello stesso anno.

Anche questa volta la protagonista assoluta è una donna, Bibiane Champagne, giovane stilista di grido, figlia di una celebrità, costretta a fare i conti con un’eredità ingombrante, un fratello attento solo ai conti della loro attività, una giornalista petulante che vuole intervistarla e una crisi personale profonda, scatenata forse da un aborto sul quale il film si apre, con una certa cruda efficacia.

Un’amica cerca di confortarla, ma l’unico rifugio di Bibiane è lo stordimento alcolico. Una notte piovosa, tornando a casa in auto, investe un immigrato norvegese, che lavora in una pescheria.

Non si ferma a soccorrerlo, ma da quel momento, la sua vita precipita ancora di più in un incubo surreale. Tutta la storia è raccontata da uno scorfano parlante (!!!), sempre sul punto di essere accettato da un rude pescivendolo sul suo tagliere.

Anche questa volta Villeneuve scrive e dirige in proprio: la crisi esistenziale della sua protagonista si è fatta più grave e assoluta. Bibi è costantemente sull’orlo della depressione e tutto il suo mondo sembra cadere a pezzi. Le boutique vanno male, le relazioni sentimentali non sono appaganti, il peso familiare è un fardello, le amicizie sono superficiali e persino il destino è contro di lei.

Ma proprio quando l’ossessione e il senso di colpa sembrano spingerla verso la follia, ecco che una via d’uscita sembra di nuovo possibile. La vita si prende gioco di lei e le presenta nuove sfide…

La protagonista è questa volta Marie-Josée Croze, quasi al debutto cinematografico, prima de Le invasioni barbariche, Munich, Lo scafandro e la farfalla.

Meno compatto e rarefatto di Un 32 août sur terre, più greve e simbolico nel suo modo di raccontare la disperazione e il male di vivere dei suoi personaggi, nonostante il buon successo nei festival e nel proprio paese, anche probabilmente grazie all’interpretazione generosa e travolgente della Croze, il film è un mezzo passo falso per Villeneuve, che sembra indugiare in qualche vezzo manieristico e in qualche spiritosaggine inutile, che vanificano la buona direzione degli attori e la solidità della scrittura drammatica e della costruzione dei personaggi.

Next Floor ***

Nonostante il riscontro molto positivo dei suoi primi due film, Villeneuve sceglie il silenzio (o vi è costretto) per quasi nove anni.

Interrotti solamente da due cortometraggi formidabili. 120 Seconds to Get Elected del 2006 è interpretato ancora da Alexis Martin, nei panni di un politico, che arringa la folla al suo ultimo comizio.

Sono appena 120 secondi appunto, ma pare quasi di sentire gli speech di Donald Trump: l’uso spregiudicato di parole chiave, private di ogni vero significato, il populismo esplicito, l’eloquio piatto ed invitante del piazzista d’auto sembrano un monito precoce, che Villeneuve aveva già compreso e cristallizzato.

Ancor più politico, ma in modo molto diverso, è il sensazionale cortometraggio del 2008, che vince la Semaine de la Critique a Cannes, intitolato Next Floor.

In una sorta di incubo bunuelliano, vediamo un gruppo di elegantissimi commensali dell’alta borghesia, divorare famelicamente un pranzo pantagruelico in cui il piatto forte sono animali sempre più impensabili: dallo squalo al leone, dall’armadillo fino al rinoceronte. Un maître sovrintende al servizio solerte di camerieri in guanti bianchi, che servono enormi vassoi, sempre più ripugnanti. Un trio d’archi allieta la cena, che si svolge in un oscuro edificio, illuminato solo da un grande lampadario, stile impero. Ad un tratto, però il pavimento scricchiola e improvvisamente cede, trascinando con sè tutti i commensali che atterrano al piano di sotto. Per nulla impressionato, il maître chiama un interfono ed annuncia: next floor.

Ci accorgiamo così che non è la prima volta che accade, il tavolo ha già subito diversi crolli. Solertissimi i camerieri si precipitano per le scale, spazzolano i commensali coperti di polvere e cemento e ricominciano a servire da mangiare…

Straordinario racconto allegorico, capace di aprirsi a molte feconde interpretazioni, Next Floor è certamente una delle vette del cinema di Villeneuve ed uno dei suoi esiti più personali e politici.

Polytechnique ***

Polytechnique, il suo terzo film debutta a Cannes, alla Quinzaine nel 2009. Villeneuve abbandona le sue donne sull’orlo di una crisi di nervi e mette in scena in forma rarefatta e personalissima uno dei momenti più oscuri e dolorosi della storia recente del suo paese.

Il 6 dicembre 1989 uno studente entrò nella facoltà del Politecnico di Montréal e sparò a 28 persone, uccidendo 14 donne, prima di rivolgere verso di sè il fucile. Il crimine venne perpetrato in meno di venti minuti, con una carabina semi automatica ottenuta legalmente.

Villeneuve sceglie di spezzare il racconto in due parti, come se si trattasse di mettere in scena il diario interiore del killer e di due dei sopravvissuti. Naturalmente la scelta può lasciare interdetti e scossi.

Villeneuve ha scelto di non girare nel campus de l’Ecole Polythecnique di Montréal ed ha preferito il bianco e nero al colore, per cercare porre una distanza, un diaframma, rispetto alla brutalità del massacro.

Il film è stato girato in due lingue, in inglese e francese, perchè Villeneuve voleva che il suo lavoro potesse essere distribuito anche negli Stati Uniti, dove il dibattito sulle armi e sulle stragi scolastiche è rimasto fortissimo sino ad oggi.

Il film comincia con due ragazze che scherzano davanti ad una fotocopiatrice: è una giornata qualunque all’Università di Montréal. Un colpo di fucile le raggiunge alla spalla ed alla testa.

Il protagonista è spinto da un odio irrazionale verso le donne ed è convinto di una cospirazione femminista ai suoi danni, così come recita la lettera d’addio, scritta il giorno dell’irruzione in università.

Il film girato in un potente bianco e nero, segue il punto di vista del giovane omicida solo nella prima parte, sposando invece successivamente quello di due dei sopravvissuti, una giovane ingegnere aerospaziale ed un suo amico.

Per entrambi la vita non potrà essere la stessa, dopo quel giorno di dicembre del 1989, ma la loro reazione sarà terribilmente differente.

Scrivevamo nel 2009, nel diario da Cannes, che Polytechnique è un film teso, rigoroso e audace, che segue un percorso, lontano sia da Elephant, sia da Bowling a Columbine, per raccontare il trauma ed il riscatto.

Per la prima volta Villeneuve non usa il fidato André Turpin (Mommy, E’ solo la fine del mondocome direttore della fotografia, ma Pierre Gill, che annega il sangue in un grigio pallido e monocromo, che sembra continuamente cercare una forma astratta con la quale rappresentare l’insensatezza di quelle morti e di quel dolore.

Come accede spesso nel suo cinema, Villeneuve cerca di raccontare la follia del suo protagonista nel modo più razionale possibile: evita moralismi e scene madri, così come il conforto della catarsi e del perdono.

E’ difficile trarre, anche analizzando le prime opere di Villeneuve, un filo rosso capace di legarle tutte. Se Un 32 août e Maelström condividono un’ansia esistenziale e un intimismo tutto femminile, i cortometraggi invece hanno sempre negato questa sorta di riflusso minimalista, ponendosi invece sul piano dell’allegoria politica, del documentarismo di denuncia e della satira. Polytechnique si pone gli stessi interrogativi esistenziali su un piano del tutto differente, cercando di raccontare la stupidità atroce del male e lo spirito di sopravvivenza.

Gli stessi che torneranno, in maniera ancora più chiara e forte, quando Villeneuve adatta e dirige la pièce Incendies de Wajdi Mouawad, ispirata alla vita della militante della resistenza libanese Souha Bechara: La donna che canta, partito da Le giornate degli autori di Venezia, arriva sino alla Notte degli Oscar, spalancando a Villeneuve le porte di Hollywood.

Da quel momento in avanti, sin dal personalissimo dittico del 2013, Prisoners e Enemy, con Jake Gyllenhaal impegnato in entrambi con tre ruoli differenti, Villeneuve sembra voler dare spazio sia alla sua vena più politica e morale, sia alle sue ansie identitarie, alternando sapientemente l’una alle altre e lasciando che emergano, come impronta d’autore, dai copioni scritti e adattati da altri.

Con Sicario, Villeneuve torna a Cannes, questa volta in concorso, nel 2015. Arrival debutta alla Mostra di Venezia nel 2016, ma Villeneuve è già sul set di Blade Runner 2049.

Entrambi ripropongono la centralità di eroine femminili in crisi, in cerca di sè e del proprio posto nel mondo, solo apparentemente sopraffatte all’interno di realtà – come quelle poliziesche e militari – ancora troppo maschili, ma capaci invece di quell’umanità così centrale e decisiva nel cinema di Villeneuve.

Il resto è una pagina ancora da scrivere…

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