Cannes 2015. Sicario

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Sicario ***

Il nuovo film del canadese Denis Villeneuve, il primo in concorso a Cannes, era atteso come la consacrazione di un talento che, nel corso della sua carriera, ha sempre lavorato sui confini tra cinema d’autore e di genere, con un percorso assolutamente personale, fuori e dentro le major americane.

Gli ultimi Prisoners e Enemy, usciti a pochi mesi di distanza, sono illuminanti di questo continuo oscillare tra grande professionismo ed sperimentazione. Sicario, scritto da Taylor Sheridan, si pone in perfetta continuità rispetto a questo percorso.

Eppure, ad un primo sguardo, il film lascia una strana sensazione d’incompiuto: non perche’ la regia impeccabile di Villeneuve non guidi sapientemente le prove dei tre protagonisti, non perche’ la fotografia sontuosa di Roger Deakins non esalti il paesaggio e il contesto, non perche’ il montaggio e le musiche potenti e terrificanti di Jóhann Jóhannsson non accompagnino emozionalmente il film, ma forse perche’ la complessità morale e ideologica che anima i suoi personaggi e i loro scontri finisce per esporre il racconto ad una deriva etica, che il cinema di genere di solito evita.

O forse perchè, più semplicemente, Sicario è il racconto di una sconfitta, che travolge ogni vestigia di giustizia e costringe a fare i conti con l’orrore che ci circonda, tanto più profondo quanto ormai privo di coordinate e motivi.

Siamo in Arizona, al confine col Messico. La squadra anti-sequestri dell’FBI, guidata da Kate Mercer scopre, per caso, una safe house le cui mura sono state letteralmente riempite di cadaveri.

L’appartamento e’ riconducibile ad un imprenditore apparentemente pulito, in realta’ affiliato al cartello della droga di Jerez.

Per mettere allo scoperto le connessioni dei trafficanti, Kate viene quindi coinvolta in una squadra speciale guidata da un consulente del Ministero della Difesa, Matt Graver, che dovra’ passare in Messico e sequestrare uno dei fratelli del jefe, per spingerlo a confessare posizioni e tecniche, che consentono al cartello di trasportare droga e cadaveri verso gli Stati Uniti.

Nel gruppo, composto prevalentemente da militari, c’e’ anche un silenzioso colombiano, Alejandro, che dice di aver lavorato come procuratore proprio a Jerez in Messico, i cui motivi restano a lungo nell’ombra.

Solo Matt Graver conosce davvero gli obiettivi della missione.

Il film di Villeneuve vorrebbe raccontare il conflitto che guida le strategie americane di contrasto alla droga. Ma se il punto di vista di Matt e’ chiarissimo – il fine giustifica ogni mezzo, la guerra alla droga va combattuta con tattiche militari – e quello di Alejandro e’ altrettanto esplicito – la vendetta non può che essere inesorabile e sanguinaria – e’ la posizione di Kate, che del film dovrebbe essere la protagonista ed il suo baricentro morale, a risultare debole e sfuocata.

Non è un caso che il suo coinvolgimento nel team si riveli alla fine solo un mero espediente per poter agire, una presenza necessaria, ma solo come testimone. Una firma su un modulo. Nulla più.

Il personaggio interpretato da Emily Blunt attraversa tutto il film, sempre un passo dietro gli altri, sia fisicamente, sia metaforicamente. Intende restare nei confini della legalita’, ma e’ costretta piu’ volte a partecipare ad azioni spericolate e ‘off records‘: non ha la forza ne’ tantomeno la volonta’ e gli argomenti per opporvisi, se non in modo puramente formale.

Matt le dice ad un certo punto: “This is the future. Shake the tree and create caos. Learn while you’re here“. Ed è proprio questo che non riesce a fare. L’orrore è lì, davanti a lei, la guerra ai cartelli è senza tregua, ma Kate non vuole varcare la linea d’ombra, cerca di rimanere attaccata disperatamente ai suoi principi liberali, al senso di giustizia che l’ha condotta sino a quel punto.  Ma i suoi valori saranno inevitabilmente compromessi, il tradimento e la violenza si insinuano nella sua vita, sin nell’intimità delle mura di casa.

Peraltro il film si svolge quasi interamente al di qua della frontiera e la mattanza di chi si oppone al cartello e’ solo evocata. Il percorso del film e’ tutto interamente ‘americano’: le atrocità che giustificherebbero la reazione delle forze speciali sono solo evocate, ma rimangono sullo sfondo. L’azione e’ costantemente ritardata ed il film brucia a fuoco lento, fino al redde rationem finale, che tuttavia diventa un assalto solitario, personale, non un’azione coordinata.

Con i cartelli non si può vincere, ci dicono Sheridan e Villeneuve, si può solo cercare di smuovere lo status quo, mettendo gli uni contro gli altri, combattendo una guerriglia di posizione.

Il regista ce la mette tutta per mostrare l’impotenza della luce di fronte all’oscurità di un mondo, in cui le sfumature di grigio tendono ormai tutte al nero.

E nonostante un pugno di sequenze davvero magistrali – l’incursione chirurgica oltre frontiera, l’oscurità anche morale del tunnel sotterraneo – rimane forse anche lui un passo indietro, al fianco della sua protagonista, impotente di fronte alla marea nera che finisce per travolgere ogni resistenza.

Villeneuve ha dichiarato di aver smussato le asprezze e l’orrore presenti nel copione originale: il conflitto è sempre sul punto di esplodere, ma la catarsi è costantemente rimandata.

Molti film, in questi anni, hanno cercato di raccontare la crudeltà senza regole e senza confini dei cartelli messicani: basterebbe ricordare The Counselor o i messicani Miss Bala ed Heli.  Sicario delinea una parabola tutta americana, mostrando come la questione politica si sia trasformata in un teatro di vendette private, da cui non si può uscire che sconfitti e impotenti.

Le ferite più profonde di Kate non sono quelle sul volto. È la sua innocenza a venire travolta implacabilmente. E quella di due nazioni, incapaci di combattere la guerra alla droga con armi convenzionali.

Quel finale messicano, coi bambini e le mamme sul campo di calcio, ormai assuefatti al rumore assordante delle armi, mette i brividi.

Nel frattempo, il poliedrico Villeneuve sta già lavorando ad un prossimo prossimo dittico di fantascienza, che lo porterà anche sulle tracce di Rick Deckard, trent’anni dopo la fuga di Blade Runner…

Continuiamo a tenerlo d’occhio.

Sicario 1

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