Cannes 2016. E’ solo la fine del mondo

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E’ solo la fine del mondo ***1/2

After 12 years of absence, a writer goes back to his hometown, planning on annoucing his upcoming death to his family. As resentment soon rewrites the course of the afternoon, fits and feuds unfold, fuelled by loneliness and doubt, while all attempts of empathy are sabotaged by people’s incapacity to listen and love.

Tratto da una piece di Jean Luc Lagarce dei primi anni novanta, il sesto film del giovanissimo canadese Xavier Dolan non avrebbe potuto essere piu’ personale e sentito.

Relativamente sconosciuto in Italia, dove l’unico suo film ad essere uscito in sala e’ Mommy, l’enfant prodige del cinema internazionale e’ invece notissimo a Cannes e nel circuito dei festival.

L’attesa era altissima, la fila per entrare alle due proiezioni stampa pressoche’ infinita.

E nonostante l’accoglienza silenziosa e timida, al termine della proiezione, il film e’ uno dei suoi piu’ riusciti e maturi, anche se, rispetto agli straordinari Lawrence AnywaysMommy, sembra un passo indietro, un ritorno all’io, io, io dei suoi primi film.

Juste la fin du monde racconta il ritorno a casa, nella provincia francese, di un commediografo trentaquattrenne, Louis, che ha fatto fortuna nella capitale. Gli rimangono tuttavia pochi mesi di vita: alla famiglia vorrebbe solo annunciare la propria morte imminente.

Ad accoglierlo trova invece una corte surreale e chiassosa: una madre, truccatissima e petulante che sembra uscita da uno dei primi film di Almodovar, una sorella giovanissima, Suzanne, che Louis praticamente non conosce, un fratello rancoroso e suscettibile Antoine, e la di lui moglie, Catherine, una donna semplice, ingenua, forse poco istruita.

Travolto da sentimenti e aspettative troppe alte e contrastanti, Louis e’ sempre sul punto di confessare il vero motivo della visita, ma gli eventi e le parole degli altri lo precedono…

Antoine, in particolare, sembra solo ansioso di vederlo ripartire…

Quasi tutto chiuso negli interni della casa familiare e stretto sui primi piani dei suoi cinque protagonisti, coinvolti in un tour de force recitativo senza tregua, fatto di duetti e duelli, il film scava nel loro inconscio, con una radicalita’ che spalanca un abisso di frustrazioni, speranze, delusioni, impegni, che difficilmente quella singola giornata riesce a contenere.

Dolan vola altissimo, Icaro sprezzante di ogni pericolo, donando a ciascuno dei suoi cinque interpreti un ruolo indimenticabile in cui brillare.

Juste la fin du monde spinge l’acceleratore al massimo, con dialoghi e parole sempre sopra le righe, in un fortissimo continuo, che non tutti possono apprezzare.

Ma dietro gli eccessi ed il troppo pieno del suo film, Dolan mostra un dolore vero, una sofferenza ed un amore sconfinati, profondamente personali. Non manipola mai lo spettatore, lo vuole travolgere, abbracciare, vuole condividere i suoi tormenti.

Non tutti sono disposti a mettersi in gioco, ma il rischio questa volta vale forse la pena di correrlo, perche’ il tornado sentimentale del melo’ di Dolan e’ di quelli che arricchiscono, pur lasciando spossati.

Un capitolo a parte meriterebbero gli interpreti ed i loro personaggi. Dolan e Lagarce regalano a ciascuno una vitalita’ ed un carico personale cosi’ ricchi, da lasciare senza fiato.

La vita che sfugge dalle dita di Louis e che lo riporta sui luoghi d’infanzia con un carico di amore e odio, come attutiti da un destino ormai segnato, si scontrano con la ferocia irrisolta e l’aggressivita’ del fratello Antoine, che porta su di se il fardello di essere invece rimasto in provincia, in famiglia, mettendo la sordina ad ambizioni e velleita’.

E poi ci sono la madre svampita, che cerca di convincere Louis a dare un senso al suo ritorno anche per i due fratelli, che attendono da lui una liberazione impossibile, la sorella vissuta nel mito di un fratello mai conosciuto davvero e la cognata Catherine, apparentemente la piu’ sciocca e indifesa delle creature, che e’ l’unica a comprendere il motivo della visita e l’unica fare la domanda giusta a Louis: quanto tempo manca?

Illuminato dalla fotografia in pellicola – di Andre Turpin – che predilige le ombre anche in pieno sole e scava nei volti dei suoi personaggi con una forza che non teme misura e che riduce la profondita’ di campo al minimo, il film di Dolan e’ imbastardito da scelte musicali decisamente pop e controcorrente, che si sovrappongono all’elegante colonna sonora di Gabriel Yared.

Juste la fin du monde e’ certamente una fantasia auto indulgente, la sua esuberanza va a scapito del controllo degli elementi drammatici e sfiora piu’ volte un certo compiaciuto manierismo. La stessa cinefilia di Dolan, che ripensa Sirk e Fassbinder, attraverso l’inevitabile confronto con Almodovar, e’ una ricostruzione ex post, per critici pigri, lontanissima dal cuore dei suoi coetanei spettatori, chiusi, come mostra American Honey della Arnold, in un continuo presente iperrealistico e pop.

E allora forse per poter guardare davvero Dolan, occorrerebbe sintonizzarsi – ma e’ davvero possibile? – su quella stessa lunghezza d’onda.

Tuttavia, questi mi sembrano vizi minori, rispetto al carico emozionale e all’urgenza narrativa del suo autore. E questi sono percepibili da chiunque.

Come tutti i come tutti i giovani ambiziosi e privi di modestia, Dolan si e’ costruito, negli anni, anche un plotone di critici in servizio permanente effettivo, pronti ad accoglierlo con i fucili spianati.

Fucili che, in queste ore, stanno sparando senza sosta. Non fa nulla. Quello che resta davvero, alla fine, sono le immagini e le parole dei suoi film, per chi ha il coraggio di saperle ascoltare.

 Travolgente.

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