Twin Peaks

Twin Peaks ****

Ad oltre dieci anni di distanza da Inland Empire ed a venticinque dalla fine della seconda serie, David Lynch – con Mark Frost – ritorna a Twin Peaks.

E ritorna al suo mondo. Quello del cinema.

Anche se si tratta di una serie tv in sedici puntate, quello che si è visto ha una qualità tale da annichilire, di colpo, tutto il bel dibattito sui serial, sul ruolo che hanno assunto nel panorama produttivo di Hollywood.

Lynch si riprende la scena, rompendo ancora una volta ogni convenzione. Anche quelle che si era imposto allora: il primo Twin Peaks aveva una struttura narrativa assolutamente tradizionale, da sceneggiato degli anni ’60. Era dichiaratamente ispirato a Peyton Place ed era girato quasi tutto in interni e in studio.

Gli elementi fantastici e onirici, i personaggi surreali e minacciosi, parto degli incubi dell’agente speciale Cooper e di una realtà capace di superare ogni fantasia, irrompevano nella linea drammatica, alterandone lo sviluppo orizzontale, solo occasionalmente.

Il successo fu travolgente e si propagò immediatamente oltreoceano. Il mistero di quei primi 8 episodi rimaneva intatto: internet era ancora lontano. Così come la tv via satellite. Così mentre in autunno in Italia si programmava la prima stagione, negli Stati Uniti iniziava la seconda.

Tutto finì bruscamente, quando Lynch fu costretto dalle pressioni del network a svelare ‘chi aveva ucciso Laura Palmer‘ nel settimo episodio di una seconda stagione che ne contava altri quattordici.

Lynch coronava con quella serie di culto, un lungo periodo in cui i suoi film rispettavano ancora una scansione drammatica di genere, incontrando il favore del grande pubblico, da The Elephant Man, candidato agli Oscar, sino a Cuore Selvaggio, premiato con la Palma a Cannes, passando per l’epocale Velluto Blu.

Il nuovo Twin Peaks invece è il figlio diretto di tutto l’ultimo cinema lynchano, quello delle Strade Perdute, dei Mulholland Drive, degli Inland Empire.

E si lega in maniera strettissima all’epilogo/prequel cinematografico, Twin Peaks: Fuoco cammina con me, piuttosto che alle due stagioni televisive.

L’azione si sposta dal piccolo paesino che un tempo contava 51.201 abitanti – ed oggi chissà – ad una New York City notturna e misteriosa, alla Las Vegas dei casinò e del deserto, a Buckhorn, cittadina del South Dakota dove avviene un efferatissimo delitto e poi nella Loggia Nera, quel mondo parallelo fatto di tende rosse e pavimenti alla De Chirico, nel quale Dale Cooper e’ rimasto intrappolato da 25 anni, sostituito sulla terra da un doppio malvagio e criminale.

L’ex agente dell’FBI comprende che per uscire dalla Loggia Nera e’ necessario che ci entri il suo doppio. Per farlo serve un portale, che in un edificio di New York e’ sorvegliato notte e giorno da un ingenuo studente, che pagherà a caro prezzo la sua superficialità.

Intanto Evil Cooper, violento e senza scrupoli, con i capelli lunghi e la giacca di pelle, imperversa da molti anni nel South Dakota: forse è implicato nella morte di una bibliotecaria, uccide la moglie di un sospettato e fa fuori anche una sua complice.

Il nuovo Cooper sembra agire fuori da ogni controllo, assieme ad un’accolita di criminali d’occasione: un distinto boss di Las Vegas, Mr.Todd, che poi decide di farlo fuori, ma senza fortuna, una coppia di killer, Gary e Chantal Hutchens, gli spiantati Ray Monroe e Darya, incaricati di uccidere Evil Cooper forse proprio da quel Philip Jeffries – l’agente dell’FBI disperso in missione di Fuoco cammina con me, interpretato allora da David Bowie – che ora ritorna in forme non umane.

Il male assoluto che Evil Cooper incarna è un’entità metafisica, ancestrale, eterna, come dimostra il già leggendario ottavo capitolo della serie, non a caso centrale nella sua posizione di perno, attorno a cui tutto finisce per ruotare.

A Las Vegas si manifesterà anche una seconda temporanea incarnazione di Cooper, Dougie Jones, una volta fedifrago agente assicuratore, che dopo essersi messo nei guai con gli strozzini, risolve tutti i suoi problemi con una vincita da capogiro al casinò, mentre i fratelli Mitchum, che gliel’hanno giurata e sono incaricati di farlo fuori, su ordine di Mr.Todd, finiranno per ricredersi…

Twin Peaks Mitchum Brothers

La scena in cui alla fine Dougie Jones si risveglia dal coma e ritorna finalmente ad essere Dale Cooper annunciando fiero “I’m the FBI” è una delle madeleine più dolci e necessarie della stagione.

Nel frattempo a Twin Peaks, i fratelli Horne continuano a battibeccare al Great Northern Hotel, il Double R continua a sfornare meravigliose cherry pie, il Dott. Jacoby si è ritirato in campagna e sfrutta l’ansia populista, per piazzare online costosissime pale dorate (!) e l’ufficio dello sceriffo è rimasto uguale a se stesso: al posto dello sceriffo Truman c’è però suo fratello, Bobby Briggs dopo la scomparsa del padre è diventato un agente, ma a guidare le indagini improvvisamente riaperte sui misteri di Laura Palmer è il vice, l’indiano Hawk, che si mette sulle tracce dello scomparso Cooper, con l’aiuto della signora del ceppo.

A reggere le fila di tutto il gioco c’è il direttore dell’FBI, Gordon Cole, interpretato ancora da Lynch stesso naturalmente, coadiuvato dal fidato Albert, dalla giovane Tammy e dalla leggendaria Diane, la segretaria di Cooper, che finalmente ha un volto, dopo aver rappresentato 25 anni fa uno dei misteri più insondabili della serie.

Basterebbe la scena in cui Albert incontra Diane in un bar di New York, con quel casco biondo di capelli, che improvvisamente mostrano uno dei volti simbolo del cinema di Lynch e che richiamano in maniera evidente l’epifania di Kim Novak a Jimmy Stewart in Vertigo, per raccontare la grandezza cristallina di questo nuovo Twin Peaks.

Ma sono davvero troppi i momenti memorabili di questa serie: le apparizioni improvvise, le deviazioni e digressioni apparentemente inutili, i sogni, gli incubi, Monica Bellucci e David Bowie, Bérénice Marlohe e il maggiore Garland Briggs, attorno alla cui scomparsa ruota un altro di quei misteriosi casi ‘Blue Rose’, di natura paranormale, che una piccola squadra interna, guidata da Cole e Jeffries si era occupata di investigare sin dai tempi di Reagan.

Nel finale riappare Laura Palmer, ma la sua è un’altra storia, quella di Carrie Page di Odessa, Texas. Cooper si offre di riportarla a Twin Peaks, dalla madre Sarah. Ma il cerchio non si chiude. Il ritorno è impossibile: ‘what year is this?

Frost e Lynch disseminano trame e indizi che riuscirebbero a tenere in piedi non solo questa terza stagione, ma lo fanno prendendosi il loro tempo, esplicitando una violenza che 25 anni fa era impensabile mostrare, giocando a confondere e non a chiarire, infischiandosene dei manuali del buon showrunner televisivo e sfruttando per intero lo sviluppo orizzontale della serie.

David Lynch non si accontenta, scava nel suo inconscio e nel nostro, si mette in scena senza paure, ricollega le trame del passato e rilancia interrogativi che ti restano addosso, non vanno più via.

Se c’è qualcuno che ha capito la grande lezione di Monroe Starr, ne Gli ultimi fuochi di Fitzgerald, questo è proprio Lynch, che continua a fare cinema purissimo, incontaminato, incurante del mezzo, della forma, delle durate.

Il suo cinema vive in uno spazio-tempo del tutto originale, interamente creato dalla sua fantasia: quello di Twin Peaks sembra rappresentare la summa di tutta la sua poetica, o forse è solo il suo posto delle fragole.

Non è un caso allora se quasi tutti gli episodi si chiudano, ritornando poeticamente a Twin Peaks, al Bang Bang Bar, dove Shelley Johnson rivede James Hurley, dove Audrey Horne balla come un tempo, mentre sul palco si avvicendano le band, che rilanciano all’infinito le atmosfere sospese e oniriche del cinema di Lynch.

Le prime puntate di Twin Peaks sono state presentate a Cannes, nella cornice più consona per uno dei campioni assoluti di questo tempo perduto, a cavallo di due secoli. E proprio in un’edizione nella quale troppi film hanno mostrato una preoccupante mancanza di sguardo e di tensione narrativa, il caos creativo di Lynch sembra improvvisamente rimettere tutto nella giusta prospettiva, segnando una distanza che nessuna palma, più o meno immeritata, potrà colmare.

Bentornato Maestro.

Twin Peaks Monica's Dream

CREDITS

David LYNCH – Director

Angelo BADALAMENTI – Music

CASTING

Kyle MACLACHLAN – Special Agent Dale Cooper

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