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Cannes 2017. Promised Land

Promised Land ***

Set against the 2016 presidential election, PROMISED LAND takes a musical road trip across America in Elvis Presley’s 1963 Rolls Royce. The mission, forty years after the singer’s death, is to find the country he left behind – a nation that, like Elvis, started out young, beautiful, and promising, yet succumbed over time to the corrosive influences of addiction, money, and power.
PROMISED LAND paints a cultural portrait of the American dream at a critical time in the nation’s history. It explores, through music and verité, how a country boy lost his authenticity and became a “King,” while his country lost her democracy and became an empire.

Il grande documentarista Eugene Jarecki (Why We Fight, The House I Live In) recupera la vecchia Rolls di Elvis Presley e si mette in viaggio sulle strade d’america, nel corso della campagna elettorale dello scorso novembre, per raccontare un duplice mito infranto: quello del ragazzino bianco di Tupelo, che ancheggiava come i neri, cantando il rock’n’roll e turbando i sogni di tutte le ragazzine d’america e quello del paese delle opportunita’, della terra promessa dell’american dream.

Quando Elvis apparve per la prima volta in tv gli Stati Uniti, nella primavera del 1956, al Milton Bearle Show, il paese viveva ancora l’illusione degli anni ’50. La sua ultima apparizione nello speciale postumo della CBS dell’ottobre 1977, era gia’ un segno di quello che l’america sarebbe diventata: un simulacro di se’, uno show stanco e imbarazzante.

Sulla vecchia Rolls di Elvis Jarecki ospita i suoi musicisti, persone che l’hanno conosciuto o anche solo amato, artisti e attori che raccontano il loro rapporto con il Re e con la nazione.

La parte biografica e’ concisa, illuminante, diretta, antiretorica. Quella politica altrettanto indovinata, appassionata e capace di cogliere il momento.

Cosi’ come il suo eroe, incapace di sottrarsi alle lusinghe del denaro, costringendosi in contratti capestro per film orribili ed in show preconfezionati per quella terra di nessuno chiamata Vegas, cosi’ anche l’America sembra aver perso il senso della sua missione, delle sue origini: il paese della democrazia e della seconda possibilita’ si e’ trasformato nel paladino di un capitalismo selvaggio, della deregulation di Wall Street, delle guerre d’esportazione.

Jarecki e molti di coloro che sono stati coinvolti nel suo viaggio hanno un’idea chiara e non la nascondono.

Raccontano Elvis, figlio del Tennessee e della poverta’ di Tupelo e di Memphis, senza nascondere nulla: la sua importanza capitale, il modo in cui e’ precocemente invecchiato, la sua decisione di diventare il volto rassicurante dell’america bianca, accettando la leva in Germania e servendo il paese, la sua modesta carriera musicale dopo gli anni d’oro alla Sun Records.

Per testimoniare la sua trasformazione, qualcuno commenta: si era arruolato come un novello James Dean ed era ritornato in patria nei panni di John Wayne.

La distanza con le icone liberal degli anni ’60 non potrebbe essere piu’ grande: le immagini e la voce di Marlon Brando, Mohammed Ali, Martin Luther King risuonano potenti.

Il suo silenzio sulla guerra del Vietnam, l’abuso di pillole, l’incontro con i Beatles e il suo esilio dorato a Las Vegas completano il quadro di un uomo invecchiato precocemente, morto a soli 42 anni nel bagno della sua Graceland.

In fondo Jarecki ci sta dicendo, con una metonimia esplicita, che il tradimento di se’, del proprio talento e del proprio destino e’ quello che accomuna gli Stati Uniti e uno dei suoi figli piu’ grandi.

Eppure basterebbe riguardare quell’ultima grande performance di Elvis, nel comeback show per la NBC del dicembre 1968, per capire che non tutto e’ perduto: vestito di pelle nera, con la sua band storica, risuonando i classici del rock’n’roll.

Il messaggio e’ chiaro: bisogna ripartire dalle proprie radici, da quella terra delle opportunita’ trasfomata in un inferno di rancore e fallimento, guidata da un paperone senza dignita’.

 

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