Venezia 2016. Spira Mirabilis

Spira

Spira Mirabilis *1/2

Simile a una sinfonia visiva, questo documentario vuole raccontare quattro “storie di immortalità”, girate in quattro luoghi differenti del mondo. Gli elementi e la loro percezione si confondono in immagini e suoni.  L’obiettivo è rendere la grandiosità delle aspirazioni e dell’agire umano, una visione “umanistica” dei registi che mette al centro l’uomo e la i suoi mirabili tentativi di fare i conti con la morte. La “meravigliosa spirale”, simbolo di perfezione ed infinito, così definita dal matematico Jackob Bernoulli, deriva da un logaritmo  per cui essa si avvolge continuamente intorno al suo polo senza mai raggiungerlo.

La scelta di inserire nel concorso ufficiale di questa 73°Mostra la nuova opera del duo milanese D’Anolfi e Parenti può spiegarsi solo con il tentativo di dare al loro lavoro una vetrina importante, prestigiosa, di risalto internazionale.

Diversamente il posto più adatto per presentare Spira Mirabilis sarebbe stato la Biennale d’arte, o se proprio si vuole, l’ampia e interessantissima sezione dei documentari fuori concorso della Mostra o la sezione Orizzonti.

Il lavoro come sempre molto rigoroso, ma assai poco comunicativo del duo, si abbatte invece sul pubblico degli addetti ai lavori della proiezione serale, che tuttavia comincia a fuggire dalla sala dopo appena mezz’ora, in un lungo stillicidio, che non promette nulla di buono.

Spira mirabilis è in gran parte un lavoro criptico, che viaggia in parallelo attraverso quattro mondi: quello degli indiani d’america, quello della fabbrico del Duomo di Milano, quello di un ricercatore giapponese che studia micro organismi presenti nell’acqua, infine su due artigiani svizzeri che hanno inventato l’hag un tamburo d’acciaio, che solo alla fine vediamo utilizzato nei reparti maternità degli ospedali, per i bambini nati prematuri.

I quattro universi non si incontrano mai, se non nelle immagini giustapposte del montaggio. D’Anolfi e Parenti hanno scelto i versi dell’immortale di Borges per tentare di offrire agli sperduti spettatori un filo rosso sulle loro intenzioni, che rimangono tuttavia assai poco comprensibili.

Nelle note diffuse per la stampa, si parla di immortalità, di evoluzione, di spirali perpetue, di aspirazioni umane.

La scelta di mostrare queste quattro realtà, senza davvero raccontare nulla di loro, ma lasciando alle immagini il compito arduo di consentire allo spettatore di tentare di ricostruire i pezzi del loro ragionamento, appare del tutto arbitraria.

La parte sugli indiani poi è talmente minore e sciatta, rispetto alle altre, che appare come un riempitivo. Proprio come quella sulle statue del Duomo di Milano, probabilmente un scarto di montaggio del loro ultimo film L’infinita fabbrica del Duomo.

Più si guarda a Spira Mirabilis, più se ne comprendono tutti i limiti d’ispirazione, di messa in scena, la sua incomunicabilità consapevole e ricercata.

E’ vero che i grandi festival non devono avere timori di mostrare anche il cinema marginale, di frontiera, quello della realtà, quello che flirta con la video arte, con l’installazione museale.

Però è proprio la ricchezza delle articolazioni del programma che deve dare la misura di questo percorso. Spira Mirabilis non è un film maturo per il concorso ufficiale, non ha respiro cinematografico sufficiente e, rispetto al lavoro pecedente di D’Anolfi e Parenti, è sì molto ambizioso, ma anche decisamente irrisolto e incompiuto.

Un’opera complessivamente mediocre, inconcludente, velleitaria, che scivola via senza lasciare nulla persino allo spettatore più determinato, che infatti deve attendere la canzone cantata dal ricercatore giapponese per tirare finalmente un respiro di sollievo.

Quando un film ha bisogno delle note a più pagina per spiegarsi, qualcosa decisamente non va.

Spira 2

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