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Regression

Regression

Regression **

Il ritorno al cinema di Alejandro Amenabar a sei anni di distanza da Agora, sembrerebbe assecondare le suggestioni horror che hanno caratterizzato la prima parte della sua carriera da Tesis fino a The others.

Anche in quelle occasioni di genere il discorso di Amenabar è sempre stato fortemente post-moderno, autoriflessivo, capace di scardinare i meccanismi e i cliché consolidati, in favore di un approccio teorico e meta-testuale.

Regression comincia invece come il più classico e scontato dei film demoniaci.

Una ragazzina suggerisce di essere stata violentata, un genitore sembra confessare subito il delitto, l’ombra di sette e rituali satanici incombono su una piccola cittadina del Minnesota e sull’agente incaricato delle indagini.

Il clima collettivo è influenzato da libri pieni di accuse incredibili e disgustose. Uno psicologo esperto di ipnosi regressiva affianca il detective e ci si mette anche un prete, che accoglie la piccola vittima e ne fomenta le accuse.

Nel frattempo anche l’agnostico poliziotto comincia a dubitare delle sue certezze e l’atmosfera da incubo lo travolge in una spirale di complotti e misteri che prolificano soprattutto nella sua fantasia e nei suoi incubi.

Il film di Amenabar vorrebbe porsi come operazione di denuncia, laica e teorica, dei troppi mostri creati dalla suggestione e dalla vergogna. Se il tentativo di smascherare razionalmente le accuse letteralmente inverosimili e sovrannaturali avanzate dalle presunte vittime è lodevole e innanza immediatamente il tono del film, coinvolgendo i mezzi di comunicazione compiacenti e morbosi, il suo film però arranca per quasi un’ora e mezza, prima del twist finale che scopre le carte e rimette a posto i tasselli.

La struttura del film è troppo sbilanciata e la sciatteria con cui è costruito, pur  finalizzata a instillare il dubbio sulla credibilità di quello che stiamo vedendo e sulla costruzione di un caso molto più grande di quello che in realtà dovrebbe essere, alla fine gioca contro le intenzioni del suo autore, che, come spesso succede, volendo denunciare la stupidità, l’ignoranza e la suggestione collettiva, finisce per costruire un film che ne è comunque pieno e che in un certo qual modo la rinnova per quasi tutta la sua durata.

Non basta infatti il twist finale a salvare Regression: le buone intenzioni di Amenabar naufragano in un mare di cattiva recitazione e cattivo gusto.

La suspense latita ovviamente per tutto il film: sarebbe certo stato molto più interessante raccontare questa storia con un documentario, capace di restituire meglio l’ambiguità delle accuse e gli errori della polizia.

La forma invece scelta da Amenabar è invece del tutto insoddifacente, sia per gli amanti del brivido, sia per gli scettici positivisti.

Un errore.

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