Cinema con vista: Jurassic World

Jurassic World 4

Colin Trevorrow cerca il successo con un “giurassico” franchise ormai più che rodato, alternando momenti elettrizzanti ad idee già viste. Con Steven Spielberg si era assaggiata la novità del capolavoro, mentre con i suoi sequel si era persa quella magia degna del primo capitolo. Tutti quanti avremmo voluto sentirci ancora una volta bambini davanti alle gabbie di quei giganti perduti, ma purtroppo i fasti degli inizi si annidano solo nei numerosi easter egg nascosti lungo il percorso.

La novità assoluta è l’Indominus Rex, un ibrido artificiale creato per la gioia dei contribuenti e degli spettatori, senza il quale l’intera pellicola sarebbe scaduta in un anonimo remake senza personalità. “Più cattivo e con più denti”, il nuovo dinosauro è più uno spot pubblicitario che una vera minaccia, reo di aver portato lo scompenso in una colorata realtà in cui il vero re è il marketing. Un ingegnoso escamotage per richiamare al cinema le milioni di persone che avevano tremato davanti all’imponenza di un mirabile Tirannosaurus Rex, sempre più deus ex machina di un plot a tratti lacunoso.

La coppia Pratt-Award funziona, mentre i bambini ricalcano i soliti clichè dei capitoli precedenti, senza nulla aggiungere ad una vicenda già scritta fin dalla prima scena. La gita di piacere si trasforma in un incubo e la retorica disneyana collima con una voglia di brivido a tratti ben riuscita. In un certo senso è come salire su una giostra senza cinture di sicurezza, una girosfera senza guscio che corre inesorabile in una vallata piena di pericoli, verso un epilogo in cui i veri protagonisti sono solo gli effetti speciali. La Legendary è encomiabile per un lavoro meticoloso e dettagliato, capace di regalare lucertoloni perfetti in ogni elemento e dettaglio, ma ciò che manca è il supporto della sceneggiatura, banale e lacunosa nei momenti decisivi.

L’incipit è lodevole, quasi riuscito, con un piano sequenza che ci porta dritti dentro al parco sulle note di un John Williams emozionante e senza tempo, ma poi la magia finisce. Quel bambino che dovrebbe essere portatore di poesia, diventa solo un corollario e la retorica del “parco sicuro” e del “non può succedere nulla” prende il sopravvento. Vorremmo rivivere la gioia del professor Grant ed i brividi dei pargoli braccati dai raptor nel laboratorio, ma il processo di umanizzazione dei dinosauri soppianta il passato, riducendo il tutto ad un piacevole sogno nostalgico.

I numerosi easter egg richiamano un agognato revival appartenuto ai fan di un’altra generazione, un trionfo di malinconia che strappa qualche lacrima nel ritrovamento del vecchio parco e nella maglietta di un addetto, ma tutto il resto è solo rumore. Un turbinio di azione ed effetti speciali che ricorda la classica formula dello “ sbanchiamo il botteghino”, in un parco colorato in cui la vera novità è vedere Spielberg come produttore e non dietro alla macchina da presa.

Il tutto condito con la classica retorica pro-naturalistica ed anti-multinazionale, ricordando l’importanza della natura selvaggia in un mondo in cui l’uomo crede di poter controllare qualsiasi elemento, trasformandolo in un arma al servizio del despota di turno. Però non è sufficiente qualche bel pensiero per rialzare una serie in perenne caduta, degna del prezzo del biglietto solo per l’indimenticabile tema di John Williams, unico vero maestro capace di salire in cattedra e strappare ancora qualche emozione che si distingua dal classico panem et circenses.

Jurassic World 2

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