Blackhat – Theatrical vs Director’s Cut

blackhatNEW

Blackhat **1/2

In una centrale nucleare cinese, un misterioso hacker comanda un attacco al sistema di raffreddamento, provocando un incidente disastroso.

Pochi giorni dopo, il prezzo dei futures della soia schizza in alto e poi crolla.

Nessuno però rivendica le azioni. L’FBI e la polizia della Repubblica Popolare Cinese brancolano nel buio.

L’agente Chen Dawai, dopo una prima analisi delle tracce informatiche, si accorge che l’hacker ha usato un codice creato da lui e dall’amico Nicholas Hathaway, ai tempi in cui erano compagni all’MIT.

Hathaway però è in carcere e deve scontare una condanna a 14 anni per truffa.

L’agente dell’FBI Carol Barrett decide di collaborare con Chen e fa da garante per Hathaway: se quest’ultimo riuscirà a fermare l’hacker, sarà libero, altrimenti tornerà in cella.

La caccia all’uomo segue il percorso dei soldi guadagnanti dalla speculazione sui futures: Chen, Hathaway e Barrett e si spostano in Cina, poi in Malesia ed infine a Jakarta.

Nel frattempo Nicholas si innamora della sorella di Chen, Lien, un tecnico delle reti informatiche che aiuta il fratello nelle indagini.

Blackhat 5

Blackhat arriva sullo schermo a sei anni di distanza da Nemico Pubblico, ma si pone chiaramente come il seguito ideale di Miami Vice, per stile, temi, caratteri.

Michael Mann mette in scena ancora una volta le sue ossessioni: uomini abbandonati dal destino, cavalieri senza paura e senza fortuna, illusi dal sogno di una seconda possibilità, agenti e criminali che si confrontano faccia a faccia scoprendosi non così diversi.

Il suo è un romanticismo struggente, fatto di pochissime parole, sguardi, impressioni.

Fin dal suo clamoroso esordio con Thief – Strade Violente, Mann aveva già chiaro il percorso che l’ha portato sino a Blackhat, agendo sempre di più per sottrazione ed astrazione formale, rispetto ad una serie di racconti che devono tanto alla letteratura hard boiled e alla struttura drammatica del cinema classico, quanto al sentimentalismo fatalista del polar francese.

Se Heat è stato il punto centrale e forse il vertice della sua poetica – il film definitivo e fluviale che sublima cento anni di milieu criminali – trascendendo ogni riferimento di genere, per farsi cinema allo stato puro, subito dopo sono cominciate le sperimentazioni formali.

La notte di Kinshasa in Alì e poi quella indimenticabile, solcata da auto e coyote, della Los Angeles di Collateral; quella afosa e sovreccitata di Miami Vice e poi quella illuminata da machine gun e auto d’epoca di Nemico Pubblico.

Blackhat sembra ora un passo indietro e contemporaneamente uno troppo in avanti.

La ricerca formale sul digitale non compie passi significativi. L’uso anti-cinematografico della luce naturale, dei colori piatti e della grana notturna era già pienamente evidente nei suoi film precedenti. Blackhat non aggiunge nulla. Contemporaneamente Mann decide di procedere ad un’astrazione assoluta degli elementi drammatici. Il film comincia con un silenzioso piano sequenza all’interno di un computer, tra microchip, CPU, impulsi elettrici e conduttori.

Più volte nel film le parole cedono il passo all’evidenza dei numeri: persino i dialoghi talvolta vanno in fade, quasi come se tutto fosse stato già detto e non ce ne fosse bisogno.

Purtroppo però la scrittura drammatica non riesce sempre a sostenere le intuizioni visionarie di Mann. I dialoghi, soprattutto quelli tra Hathaway e Lien, sono di una banalità sconcertante e sorprendente, i personaggi secondari sono spesso appena abbozzati e persino il rispecchiamento tra poliziotti e criminali, il dualismo, che è il cuore di ogni film di Mann, finisce per risolversi in un redde rationem finale formalmente originale e riuscito, ma drammaticamente piuttosto scontato.

Il cattivo manca di spessore e rimane nell’ombra sino all’ultimo. E persino il gruppo dei good guys è troppo eterogeneo ed improvvisato, per funzionare davvero. Le dinamiche relazionali tra di loro sono inutilmente forzate.

Blackhat 3

Questo rende il consueto lavoro sull’immagine di Mann un po’ fine a se stesso, in qualche modo manierista.

Abituati ad una scrittura raffinatissima, e classica al contempo, ma proprio per questo capace di sopportare le sperimentazioni spericolate di Mann, questa volta il miracoloso equilibrio del suo cinema finisce per perdersi, mano a mano che la storia procede verso un finale aperto.

Morgan David Foehl, che ha scritto Blackhat, sinora aveva fatto da assistente al montaggio in paio di film ed in alcune serie tv: la sua sceneggiatura è un debutto assoluto ed ha tutti i limiti e le sbavature di un esordio.

Non mancano naturalmente molte sequenze magistrali e quando Mann mette i suoi personaggi uno contro l’altro con le armi in pugno allora ogni cosa sembra possibile: il realismo della messa in scena, che utilizza camera a spalla, primissimi piani, montaggio impeccabile e sonoro stordente, si sposa magnificamente ad una regia dei movimenti e delle forme di bellezza cristallina, capace di usare i grandiosi spazi urbani come un elemento significante, almeno quanto i volti dei suoi personaggi.

Mann sembra trovarsi perfettamente a suo agio nelle metropoli orientali. La verticalità portentosa, l’illuminazione notturna esasperata, i neon, le auto, il rumore, i fumi e i colori sgargianti, sembrano essere fatti apposta per essere ripresi dalla sua macchina da presa.

Il contrasto, tra l’importanza astratta e immateriale dei numeri e dei codici e l’umanità con cui Mann descrive i suoi personaggi, dona al film un certo spessore. Ma questo non basta a fare di Blackhat un film pienamente riuscito. Ed anche la fotografia di Stuart Dryburgh (Lezioni di piano, Ritratto di signora, Walter Mitty) non raggiunge mai la forza di quella di Dante Spinotti, Dion Beebe o Chivo Lubezki.

Se la scelta di Chris Hemsworth come muscoloso genio informatico è già piuttosto azzardata ed ai limiti del miscast, sono i coprotagonisti a rappresentare uno dei punti di debolezza del film: Viola Davis e Wang Leehom nei panni di Barrett e Chen sono professionali e poco più, Yorick Van Wageningen è l’hacker misterioso, ma senza nessuno spazio per rifinire il suo villain e Tang Wei, già vista in Lussuria di Ang Lee, ha il personaggio più debole e stereotipato, una pura deviazione romantica per il protagonista. Se pensiamo che l’ultima immagine del cinema di Mann, prima di Blackhat, era un primo piano memorabile di Marion Cotillard, la scelta del casting appare ancor più incomprensibile e dissonante.

Tra Wei ed Hemsworth la scintilla scatta senza un vero motivo, in modo del tutto pretestuoso e improvviso. Il romanticismo di Mann qui va completamente sprecato.

Il film è stato un clamoroso flop al box office americano. E’ evidente che Mann sia arrivato ad un nuovo punto di svolta della sua carriera, che prelude a scelte produttive probabilmente differenti.

Lo attendiamo con impazienza, certi che questo Blackhat sia solo un passo falso tanto inatteso quanto temporaneo, un film a cui nonostante tutto non si può non voler bene, ma che finiremo per dimenticare prestissimo.

Blackhat Director’s Cut ***

Nel febbraio 2016, in occasione di una retrospettiva al Brooklyn Academy of Music di New York, Michael Mann ha presentato la versione Director’s Cut del suo film. Rilancia su FX un anno dopo, è stata disponibile per qualche tempo sulla piattaforma di Direct Tv.

Il regista di Chicago non è nuovo a lanciare, successivamente all’uscita in sala, delle versioni rivisitate dei suoi lavori: ci sono nuove edizioni di Strade Violente, Manhunter, L’ultimo dei Mohicani, Miami Vice, Ali, persino di Heat.

Il nuovo montaggio di Blackhat tuttavia è forse il più radicale dei suoi interventi e sembra aver tenuto in considerazione molte delle critiche si erano abbattute sul film, al momento della sua uscita.

Sono stati tagliati diversi dialoghi imbarazzanti tra i personaggi ed è stata eliminata la scena in cui il protagonista fa esercizio in palestra, mostrando il fisico scultoreo da Thor piuttosto che quello di un geek informatico.

Ma è la strutta del film ad essere completamente stravolta: l’incidente nella centrale nucleare che era stato posizionato all’inizio del film, su richiesta della Universal, ritorna a metà film, laddove era stato pensato.

Blackhat cominciava infatti con un truffa informatica a mercati chiusi sul prezzo della soia, capace di imbarazzare e mettere in crisi le economie e i governi americani e cinese, spingendoli a collaborare.

La rottura delle pompe di raffreddamento della centrale nucleare è solo il secondo colpo preparatorio del misterioso hacker, in una sorta di escalation di avvicinamento al colpo vero e proprio, in Malesia.

Nella sua nuova linea narrativa il film è molto più compatto, coerente, logico, implacabile e ancor più rarefatto. Le incongruenze e il coté sentimentale del film sembrano assai meno centrali e il film guadagna spessore narrativo, nella sua denuncia del pericolo immateriale e astratto del terrorismo nell’era digitale, senza volti, senza nomi, senza rivendicazioni, senza identità.

Blackhat Director’s Cut non sarà forse il migliore dei film di Mann, ma certo è un film che evita le cadute di tono, il manierismo e i difetti più evidenti della versione originale.

Se il cinema di Mann è sempre stato un cinema duale, di confronti, di agnizioni e rispecchiamenti, tra bene e male, l’intuizione di Blackhat è proprio nella rottura di questa dualità.

Se Hathaway si muove per ristabilire un principio di verità e giustizia, profondamente umano, il suo contraltare agisce invece nell’ombra, spinto da pura avidità e coperto dall’anonimato che le catene di 0 e 1 gli garantiscono. Mai come questa volta l’eroe non ha nulla da condividere con la sua controparte.

I tempi dei gangsters di Nemico Pubblico sono lontanissimi, ma sono passati anche quelli di Heat o di Collateral: non c’è nessun codice comune, nessun milieu da condividere, nessun terreno su cui potersi incontrare.

E allora alla fine l’eroe resta solo, braccato, in fuga dal suo stesso paese. Le coordinate morali sono saltate definitivamente, i legami di amicizia o di fiducia sono stati recisi. Non resta che scappare. Ma per quanto? E fino a dove?

Annunci

Un pensiero riguardo “Blackhat – Theatrical vs Director’s Cut”

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.