Venezia 2014. Olive Kitteridge

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Olive Kitteridge **1/2

Olive Kitteridge è una miniserie composta da quattro puntate che nasce dall’adattamento dell’omonimo romanzo vincitrice del Premio Pulitzer di Elizabeth Strout. Si raccontano gli eventi di una cittadina del Maine, solo apparentemente tranquilla, visti attraverso la lente di Olive, professoressa di matematica, il cui atteggiamento duro maschera un cuore caloroso, seppur travagliato, e un fedele impegno morale.

Quattro episodi in un arco temporale che copre 25 anni della vita di Olive Kitteridge, un’arcigna e severa professoressa di matematica e della sua famiglia.

Il primo si apre nel presente con la protagonista ormai anziana, che sembra decidersi a farla finita. Si articolano quindi quattro lunghi flashback che segnano le diverse puntate, raccontando un diverso momento nella vita di Olive.

Non ci sono date e non ci sono indicazioni geografiche certe, ma siamo nel Maine, in una piccola città sul mare. Il marito Henry gestisce la farmacia del paese. Quando la sua storica collaboratrice muore d’infarto, Henry sceglie Denise, una giovane e ingenua ragazza, sposata da poco con un ex stella locale di football. Un incidente spingerà Henry a fare da padre a Denise ed a prendersi cura di lei, facendo ingelosire Olive ed il loro ragazzo, Christopher.

Nel frattempo Olive è segretamente innamorata di un collega che insegna inglese…

Sarebbe un peccato svelare di più della miniserie che Lisa Cholodenko ha tratto dal romanzo della Strout, costruito come una serie di racconti.

Olive Kitteridge è un bel ritratto della maturità, interpretato in maniera sublime dalla McDormand e da Jenkins su tutti, con un Bill Murray che arriva in extremis a donare alla serie un tocco disincantato e folle.

Ma tutto il cast è di primissimo livello con Zoe Kazan e Peter Mullen, nei ruoli degli amanti impossibili dei due tranquilli protagonisti.

I primi due episodi mi sono sembrati quelli più riusciti, capaci di dipingere un mondo e delineare caratteri che restano nella memoria. Gli ultimi due non fanno che spingere alle estreme conseguenze le premesse già mostrate nel primo arco narrativo.

Sempre più spesso ai festival si vedono puntate e intere miniserie, a voler sancire una volta per tutte l’importanza e la maturità della produzione della HBO, della AMC, di Netflix, della BBC.

Mentre le major hanno smesso di produrrre intrattenimento adulto e consapevole, quel vuoto è stato velocemente colmato dalle cable tv che hanno investito in adattamenti di grandi romanzi, in serie originali e complesse, caratterizzate da modalità narrative sempre molto classiche, ma capaci di sfruttare alla perfezione il formato lungo.

Continuiamo a pensare che anche in questa forma, cinema e televisione siano mondi molto distanti e quella audacia che il prodotto televisivo riserva ai suoi copioni viene quasi sempre bilanciata da modalità narrative di servizio, anonime, utraclassiche, dovute in gran parte anche alla scelta di far dirigere a mani diverse i diversi episodi: ma anche questo pian piano sta cambiando, basti pensare al lavoro di Fukunaga per True Detective.

E’ interessante però che i grandi festival si facciano garanti e testimoni di questa evoluzione.

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