Venezia 2014. The President

The President

The President **

La storia è ambientata in un paese caucasico di fantasia. Il Presidente è un dittatore che a seguito di un colpo di stato si mette in fuga insieme al nipote di cinque anni. I due intraprendono un viaggio attraverso le terre che un tempo il Presidente governava. Ora, travestito da musicista di strada per non farsi riconoscere, l’ex dittatore entra in contatto con il suo popolo e lo conosce da una nuova prospettiva, quella di persona comune di cui la gente si fida e a cui confida le proprie difficoltà a vivere governati da un dittatore. Quando la sua vera identità viene scoperta e è costretto a scappare, viene inaspettatamente aiutato dalla gente che aveva voluto la sua caduta.

Il nuovo film di Makhmalbaf è un racconto che vorrebbe farsi metafora universale: mettendo in scena il ritorno alla normalità di un Presidente così potente da poter far spegnere le luci del suo regno con una sola telefonata, l’iraniano non sembra particolarmente ispirato.

Il film utilizza il punto di vista del nipote del Presidente, il fuga con il nonno, quando uan sommossa popolare spodesta il regime: costretto alla fuga ed a nascondersi, facendosi credere un musicista di strada, Sua Maestà vede finalmente come vive la sua gente e come i suoi militari – passati immediatamente al servizio dei rivoluzionari – gestiscono il potere.

Uccidono donne e bambini, stuprano le spose, rubano e minacciano chiunque si ponga sul loro cammino.

Il Presidente finisce per incontrare anche dei prigionieri politici, ora liberati. Il senso di umanità e quello di sopravvivenza prevalgono anche sul’orgoglio personale.

Makhmalbaf mette in scena il crollo di una dittatura e la sua sostituzione con un potere altrettanto arbitrario e vendicativo. La democrazia e la legge sono parole vuote. Le scene finali sulla spiaggia mostrano il furore della folla decisa a non fare sconti.

E’ una spirale di sangue che ricade inevitabilmente su chi non ha colpe e che è difficile interrompere.

Il film è però curiosamente mal girato, musicato in maniera sciatta e sembra essere meno sentito: quasi fosse un’opera su commissione per il regista oramai apolide.

Durante la primavera araba, nella regione sono crollate diverse dittature, ma in tutto il mondo ce ne sono più di quaranta che ancora detengono il potere. D’altra parte, perfino nei paesi che sembravano aver fatto un passo avanti verso la democrazia abbiamo assistito a molte violenze, sia prima che dopo la caduta dei vecchi regimi. Centinaia di migliaia di individui sono stati uccisi e milioni sono stati feriti o sono diventati profughi. In conseguenza di tutta questa violenza, il cammino di questi paesi verso la democrazia sembra sempre più difficile. In seguito al rovesciamento di qualunque dittatore, re o presidente, la violenza esercitata contro di lui dalla popolazione si tradurrà in nuove violenze in una fase successiva. Avendo osservato questa reazione, il nuovo partito dominante non vorrà rinunciare al potere perché avrà paura di andare incontro alla stessa fine violenta. Per questo i governanti ricorrono a qualunque mezzo per aggrapparsi al potere e, se necessario, giungono perfino a uccidere persone del loro stesso paese. The President è una fiaba moderna sul potere, sulla riconciliazione e sulla speranza di interrompere un’interminabile spirale di atrocità che esplora la possibilità di arrestare la violenza dopo una rivoluzione e di perseguire la libertà e la democrazia.

 

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