Locarno 2014. Lucy

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Lucy **

C’era una volta un giovane regista parigino, vissuto nei Club Méditerranée della Grecia e della Yugoslavia ed appassionato di immersioni.

Il suo stile visivo, debitore tanto della linearità fumettistica quanto della velocità dei primi videoclip, lo metteva subito in sintonia con il pubblico più giovane, sin da Subway e Le grand bleu.

Il successo travolgente di La femme Nikita, e poi quello di Leon e de Il quinto elemento, lo trasformavano in un produttore e distributore, centrale nel sistema cinematografico francese.

Le serie Taxi e Transporter, la trilogia di Taken ma anche quella dei Minimei, Home di Bertrand e The tree of life di Malick esplicitano, una volta di più, le sue passioni.

Luc Besson apre con Lucy il 67° Festival di Locarno: interpretato da Scarlett Johansson il film mette in scena un’altra delle eroine martiri, così tipiche nel cinema del regista francese.

Anche questa volta ci troviamo di fronte ad una giovane donna, costretta dagli eventi a scoprire la propria eccezionalità.

Lucy è una giovane americana a Taipei, condivide la stanza con una coetanea e conosce in discoteca un connazionale, Richard, immischiato in traffici poco trasparenti.

Costretta da quest’ultimo a consegnare una valigetta ad un boss coreano, Mr. Jang, Lucy viene catapultata in un incubo senza fine.

Mr. Jang sta sperimentando una nuova droga sintetica, una polvere blu capace di aumentare le facoltà cerebrali.

Assieme ad altre tre sprovveduti, Lucy viene trasformata inconsapevolmente in un “mulo”: nel suo stomaco viene inserita una grande busta con la nuova droga, da trasportare in europa.

Durante gli spostamenti, viene però brutalmente picchiata dagli uomini di Mr. Jang: il pacchetto di lacera, la droga entra in circolo e Lucy diventa un’erinni inarrestabile.

Scappa dal covo taiwanese, contatta l’interpol parigina, recupera gli altri tre sacchetti di droga e scopre i poteri infiniti che un uso potenziato delle proprie facoltà cerebrali le dona.

A spiegare a noi quello che sta per succederle è un professore americano, Samuel Norman, che tiene una conferenza sui possibili esiti di un maggior utilizzo del nostro cervello.

In un montaggio parallelo che mostra il professore esporre le sue teorie ad un uditorio di studenti e colleghi e la giovane Lucy sperimentare le sue nuove abilità, il film trova la sua chiave espressiva, pescando a piene mani dal cinema di Nolan, di Fincher, dello stesso Spielberg e ripercorrendo molti dei clichè usati dallo stesso Besson: dalle corse in auto contromano, alla violenza belluina e politicamente scorretta, sino alla crocifissione impropria del palmo della mano.

Il suo cinema si nutre della superficialità delle graphic novel, come della profondità dei documentari naturalistici (Home e Samsara sono saccheggiati senza timori…).

Le psicologie stanno a zero, così come la creazione dei personaggi e la plausibilità della storia: quello che conta davvero è il montaggio veloce, è lo scoppio di violenza, è la meraviglia fantastica, capace di perpetuare la sospensione dell’incredulità.

Nella seconda parte il film però diventa assai meno divertente: l’elemento fantascientifico prende la meglio su quello puramente action e la capacità di manipolare il tempo e lo spazio consentono a Lucy di porsi come una sorta di intelligenza artificiale pressochè assoluta.

Scarlett Johansson si presta al gioco con gusto e completa la sua trasformazione da puro oggetto del desiderio maschile, sensuale e superficiale allo stesso tempo, a star d’azione impassibile ed asessuata: da Don Jon e Chef a Captain America e Lucy, passando per due film chiave, nei quali le due identità restano perfettamente in equilibrio – l’inedito Under the skin ed Her – non a caso entrambi segnati dall’assenza/trasformazione del corpo.

Un percorso ancora da verificare, per quella che appariva ‘solo’ la legittima erede di Liz Taylor.

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