Noah

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Noah *

Per raccontare il nuovo film di Aronofsky bisognerebbe partire dal titolo, che i distributori italiani hanno deciso di lasciare in originale, forse con la speranza di confondere le acque e raccogliere qualche spettatore distratto, convinto di avere di fronte un action tutto effetti speciali.

Ed invece la storia di Noah è proprio quella del biblico Noè, nipote di Matusalemme, scampato alla vendetta della stirpe di Caino e capace di salvare il regno animale dall’inondazione che sta per colpire la Terra, costruendo un’arca salvifica, spinto da un presentimento divino.

La storia è vecchia quanto il mondo ed ha smesso da un pezzo di comunicare alcunchè.

Aronofsky ci mette del suo per renderla ancor più inutile e vuota, costruendo attorno al racconto metaforico dell’Antico Testamento, il solito tonitruante blockbuster digitale, di una bruttezza rara ed imbarazzante.

L’autore di Requiem for a dream, The Wrestler e Il cigno nero è qui irriconoscibile.

Il film è un’accozzaglia dal sapore new age, apparentemente assemblata con gli scarti di tutti gli altri kolossal dell’ultimo decennio: non c’è nulla di realmente originale, non dico nello sviluppo narrativo e nella caratterizzazione dei personaggi, ma anche nella messa in scena, nella struttura drammatica, nell’idea di cinema e di mondo che questo film annichilisce del tutto.

Un disastro, questo sì, di proporzioni bibliche, in cui affogano uno stolido Russell Crowe, che continua stancamente a ripetere le facce torve del gladiatore, una Jennifer Connelly ridotta per lo più al silenzio ed un’imbarazzante Emma Watson, preda di uno script dello stesso Aronofsky e di Ari Handel, che inserisce, a bella posta, modifiche all’originale biblico per rendere ancor più inutilmente truce e drammatico l’epilogo, mettendo i padri contro i figli.

Ma non è nella libertà di adattamento che Aronofsky sbaglia, bensì nella superbia di mettere in piedi un baraccone da 125 milioni di dollari senza una sola idea.

Persino la fotografia fangosa e grigiastra di Matthew Libatique contribuisce a donare al film un aspetto tetro e sgradevole.

Non c’è davvero nulla da salvare in questo film. Se L’albero della vita, fortissimamente voluto da Aronofsky quasi dieci anni fa, era stato accolto con sufficienza, ma conteneva almeno una riflessione sincera sulla morte e sul dolore della perdita, questo incredibile pasticcio è difficilmente giustificabile.

Il peggior film dell’anno. Di gran lunga.

 

 

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