Cannes 2014. Maps to the Stars

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Maps to the Stars *1/2

David Cronenberg superati i sett’anni, dopo una lunga carriera cominciata con l’horror di genere, gira il suo primo film negli Stati Uniti e ad Hollywood.

Approfittando di una sceneggiatura di Bruce Wagner (Scene di lotta di classe a Beverly Hills, Wild Palms) il regista canadese si mette in viaggio ancora una volta con Robert Pattinson su un’altra limousine nera.

Il risultato e’ deludente quanto in Cosmopolis. Forse anche di piu’.

Nella critica al mondo fatuo di Hollywood, Cronenberg arriva davvero buon ultimo e se davvero fosse possibile, occorrerebbe mettere una tassa speciale su tutti coloro che intendono ancora scrivere e dirigere film sulla Mecca del Cinema, raccontandola con la stessa superficialita’ che si vorrebbe condannare: solo quest’anno ci siamo gia’ dovuti sorbire a Venezia, l’orrendo Schrader/Easton Ellis di The canyons.

Cronenberg fortunatamente si giova di un cast di primissimo livello, ma la storia eccessiva e melodrammatica di Wagner, che pesca nei ricordi della sua gavetta a Hollywood come autista di limo, rimaneggiata piu’ volte nel corso degli anni, mostra subito la corda.

Due famiglie disfunzionali dello showbiz sono al centro del racconto. La prima e’ quella di Havana Segrand, una nota attrice che comincia ad invecchiare e desidera piu’ di ogni altra cosa, interpretare il ruolo che fu di sua madre, Clarice Taggart, nel remake che un regista indipendente sta per cominciare a girare.

La seconda e’ quella del guru degli strizzacervelli di Hollywood, Stafford Weiss, che e’ anche il padre del divo tredicenne Benjie Weiss, una sorta di Maculay Culkin, finito precocemente in rehab.

Improvvisamente nelle loro vite entra una giovane ragazza venuta dalla Florida, Agatha, che attraverso Carrie Fisher, diventa l’assistente personale di Havana.

Agatha ha il volto segnato dalle cicatrici di un incendio e molti segreti di un passato che nessuno vorrebbe ricordare.

Nel suo tour hollywoodiano l’accompagna Jerome Fontana, attore di terza categoria e scrittore in cerca di successo, che per sbarcare il lunario guida le auto per i divi.

Il racconto apparentemente lineare, si complica quando ai personaggi del film cominciano ad apparire i fantasmi del loro passato.

E’ una ghost story quella di Cronenberg che funziona pero’ a corrente alternata. Perche’ su questa si innesta un racconto di incesti familiari, destini incrociati e colpe dei padri che ricadono inevitabilmente sui figli.

Il tutto condito da un fuoco di fila di battute al vetriolo, che suonano francamente insopportabili e autoriferite.

Il rischio evidente di tutti questi film su Hollywood e’ di far solo quelli che appartengono alla sua piccola cerchia, tirando qualche frecciata anche ben assestata, che suona pero’ sterile come una vendetta di bassa lega.

Croneberg si ostina a scegliere l’inespressivo Pattinson, per farne il Virgilio riottoso di un viaggo sconclusionato e vuoto.

Peccato invece per gli altri personaggi che avrebbero meritato un copione assai piu’ solido: Julianne Moore e’ una nevrotica Havana da applausi e si concede a Cronenberg con la stessa generosita’ usata per Altman e Paul Thomas Anderson. Mia Wasikowska si conferma una delle migliori interpreti della sua generazione, per sensibilita’ ed empatia. Mentre Sarah Gadon, pur in un ruolo minore, brilla di una luce tutta particolare.

Sorprende in positivo, il piccolo Evan Bird, nei panni del divo bambino, cinico e disperato.

E’ molto tempo che consigliamo Cronenberg di tornare alla semplicita’ del racconto di genere, che ha fatto la sua fortuna e nel quale continua ad eccellere anche in questa ultima parte della sua carriera, come dimostra il definitivo A history of violence.

Non e’ piu’ tempo di maledettismi ed eccessi grotteschi. Nel suo cinema, l’economia espressiva e la solidita’ del racconto, hanno sempre portato a risultati assai piu’ convincenti, nonostante gli adepti amino persino i suoi exploit piu’ sconclusionati.

Maps to the stars e’ per loro. Gli altri si astengano.

 

 

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