Venezia 2013. Les terrasses

Les terrasses

Les terrasses **1/2

Cinque terrazze ad Algeri, in cinque quartieri diversi, dalla Casbah al centro alle periferie, dalla prima preghiera del mattino all’ultima della notte.

All’inizio sembra una commedia d’ambiente, con un gruppo di amici che prova la propria musica all’aperto, un boxeur preoccupato dal suo sacco lasciato all’aperto ed una troupe che deve girare un film celebrativo sulla città con una panoramica mozzafiato – che escluda però i cimiteri cristiani ed ebrei sullo sfondo.

Si suona musica, ci si sposa. Ma non c’è solo quello e con il calare del giorno le terrazze si tingeranno di nero: si uccide il proprietario di casa che vuole lo sfratto, si tortura, si cerca di evadere dalla violenza domestica con l’arma della disperazione e si spaccia droga al termine di una riunione religiosa.

La polizia e chi dovrebbe mantenere la legalità danno risposte evasive e surreali, mentre i fratelli pazzi vengono rinchiusi come cani in catene e le torture sfuggono di mano.

Il racconto di Allouache non parla di politica, ma il suo sguardo sulla società algerina non potrebbe essere più disincantato. Non c’è spazio neppure per la tragedia, in un mondo che ha assimilato la violenza e la sopraffazione del più forte nel suo DNA costitutivo.

Quello de Les terrasses è un microcosmo che ripropone molti degli interrogativi di fondo sulla cultura araba, sulla sua intolleranza, sul ruolo delle donne e della giustizia terrena.

Allouache non scende mai dal suo punto di vista privilegiato, inquadrando una città che appare indifferente agli sforzi dei suoi abitanti, con il mare azzurro all’orizzonte e lo skyline su cui si posa lo sguardo del regista.

Una chiusura indovinata per il concorso ufficiale, un racconto corale tra la vita e la morte, senza prediche e senza semplificazioni, forse solo un po’ troppo esemplare nella messa in scena.

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