Locarno 2013. Chameleon

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Chameleon ***1/2

Fresco di matrimonio e con moglie e figlioletto a carico, l’assistente di cantiere Ali vuol far carriera approfittando della benevolenza degli alti papaveri della compagnia, e a scapito del suo attuale capo caduto in disgrazia. Giocando d’anticipo sulla promozione, Ali s’imbarca nell’acquisto di una villa in campagna di proprietà del giovane e misterioso Nijat, che da anni vive all’estero e ha bisogno di soldi – quale occasione migliore per disfarsi della casa dove è nato e cresciuto, ormai abbandonata da tempo?

Chameleon è una gemma all’interno della già ricca sezione Cineasti del Presente di Locarno 2013, prima opera di finzione dei registi Rufat Hasanov ed Elvin Adigozel, che nonostante la giovane età – cinquant’anni in due – hanno alle loro spalle diversi anni di attività come registi televisivi (Edigozel, per la TV di stato azera) o di corti e documentari (Hasanov, formatosi negli Stati Uniti).

Al netto dello snobismo intellettuale o peggio, di una forma di paternalismo culturale nei confronti di cinema ‘minori’ che spinge i critici festivalieri a cantare le lodi di oscuri film azeri, Chamaleon è un’opera complessa e straordinariamente sofisticata, capace di parlare ad un pubblico internazionale attraverso la forza semplice delle sue immagini.

Basta osservare da vicino la figura dell’enigmatico Nijat – il camaleonte del titolo. Un ventenne dal passato oscuro e dal futuro incerto, che tornando a casa non la riconosce più, tormentato da flashback cinematografici di filmini famigliari. Il racconto lacunoso, frammentario della sua storia condensa e mette in scena il problema dell’identità personale e nazionale azera, ma anche della sua storia cinematografica – è dal lontano 1920 che in Azerbaijan prospera un’industria cinematografica di stato, mentre i giacimenti petroliferi del Mar Nero resero Baku un centro internazionale per lo sviluppo della pellicola sin dagli albori della storia del cinema, alla fine del XIX secolo.

La bellezza di Chamaleon risiede tuttavia nel modo in cui i significati del film si rivelano allo spettatore – lentamente, con un lavoro di scavo meno rovinoso ma altrettanto profondo di quello portato avanti nei cantieri dove lavora Ali. La camera fissa indugia su immagini digitali ‘sporche’ e mal esposte in cui risaltano dettagli dimenticati – il rosso di un pomodoro, il marrone levigato dell’anta di un armadio. Siamo lontani anni luce dal glamour dei colori brillanti e dei ritocchi di fotografia per immagini sempre più rapide e sempre più rapidamente dimenticate, che da tempo ingolfano le sale cinematografiche.

Il lavoro di sottrazione è visibile nell’interpretazione dei protagonisti e nell’orchestrazione dei dialoghi – capaci di dire molto sulla situazione dell’Azerbaijan contemporaneo attraverso pochissimi e magistrali tocchi cinematografici. Dal un lato troviamo le figure femminili: spesso assenti dallo schermo (la moglie di Ali), tutte mute e relegate in ruoli di cura (la donna impiegata per la pulizia della villa di Nijat prima della vendita) o di oggetto sessuale (la prostituta che Nijat incontra a Baku). Dall’altro, le scene che vedono impegnate figure maschili sembrano solo all’apparenza dei tranche de vie, avvicinandosi piuttosto a esperimenti teatrali altamente codificati, che riflettono la struttura intimamente gerarchica della società azera – il litigio tra l’operaio che si occupa di ristrutturare la villa di Nijat e il suo caporale, il licenziamento del capo di Ali.

Una simile, consapevole attenzione si ritrova nella manipolazione della colonna sonora. Non c’è alcuna modulazione dei suoni ambientali, e i sospiri e i sussurri a malapena intelleggibili dei ricordi di Nijat emergono con fatica dal rumore dei motori d’auto, dai tonfi dei cantieri e dal vento che batte le colline del desolato paesaggio azero.

Una grande lezione di cinema, scoperta grazie a Locarno ma che meriterebbe senz’altro un’adeguata distribuzione nelle sale europee.

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