Educazione siberiana. Recensione in anteprima

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Educazione siberiana *1/2

Educazione siberiana, tratto dal romanzo omonimo di Nicolai Lilin, è il quindicesimo film di Gabriele Salvatores, regista napoletano d’origine, milanese di formazione.

Premio Oscar insperato nel 1991 con Mediterraneo, una certa spontaneità degli esordi a cavallo fra teatro e utopia, si è persa nel tempo, nel miraggio di produzioni più internazionali e di un’esplorazione dei generi, che non è mai stata nelle sue corde.

Sin da Puerto Escondido, passando per Sud e Denti, i suoi film sono stati una vana ricerca di quella felicità espressiva che almeno caratterizzava la sua trilogia della fuga, capace di imporre un gruppo di attori e di caratteristi, che con lui avevano lavorato al Teatro dell’Elfo.

Il miraggio Nirvana, tentativo malriuscito di fondere la sua commedia di caratteri con la fantascienza adulta, quindi il ritorno alla fuga con Amnesia, sono stati il preludio all’unico suo film veramente riuscito negli ultimi vent’anni, Io non ho paura, tratto dal bel romanzo di Niccolò Ammaniti.

L’ultimo Happy Family si giovava almeno di un bel meccanismo teatrale, messo in scena da Salvatores con una certa fedeltà grazie ad un cast di attori in gran parte rinnovato.

Educazione siberiana, girato in inglese e con ambizioni internazionali, è una delusione cocente.

Nel raccontare l’educazione alla vita di due ragazzi di dieci anni nel sud della Russia, Kolima e Gagarin, il film guarda con un occhio alla grande epopea leoniana e con l’altro al romanzo criminale di Placido.

In questo strabismo delle intenzioni, incerto tra afflato epico e realismo di genere, il film di Salvatores finisce per perdersi irrimediabilmente.

Il film comincia nel 1985 con i due ragazzi siberiani e si conclude dieci anni dopo: nel frattempo l’Unione Sovietica scompare, cade il muro di Berlino e con il passaggio all’età adulta, il rigido codice d’onore che il nonno di Kolima aveva insegnato ai due ragazzi, finisce per sembrare per qualcuno un po’ troppo obsoleto.

Il mondo corre veloce, i soldi facili della droga e delle armi finiscono per travolgere le buone intenzioni e l’amore per una ragazza disturbata e ingenua, dividerà per sempre i due amici.

E’ folle volere troppo. Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare“: è l’avvertimento di nonno Kuzja ai due protagonisti, ma sembra perfetto anche per il regista, che non riesce a controllare adeguatamente ambizioni e risultati.

Il film procede faticosamente avanti e indietro nel tempo, come per accumulo di momenti significanti, ma il montaggio non è mai fluido, rende anzi farraginoso il racconto e cerca di creare interesse per una storia già raccontata mille volte, operando di sottrazione, con continue ellissi narrative e temporali.

Lo sguardo di Salvatores non sfrutta a pieno la ricchezza del set naturale, perennemente indeciso tra il registro classico fatto di campi lunghi, dolly e scene d’insieme e quello, diciamo così, postmoderno, fatto di narrazione frammentata, dissolvenze, pedinamento dei protagonisti.

John Malkovich nei panni di nonno Kuzja, è libero di dar sfoggio del suo istrionismo, ma risulta quasi sempre un corpo estraneo nello sviluppo narrativo del film, utile solo a ricordarci continuamente le regole ferree di quella comunità, messe in discussione dai protagonisti.

Del tutto sprecato anche Peter Stormare, nei panni del tatuatore Ink, che dovrebbe insegnare a Kolima l’arte della scrittura sul corpo, ma che non vediamo praticamente mai con l’ago in mano.

I due protagonisti non brillano, mentre è Eleanor Tomlinson ad avere il personaggio più originale del gruppo: la sua Xenja, vittima sacrificale e predestinata, è una ragazza fragile, una “voluta da Dio”.

Il film è complessivamente debole, mal girato e montato apparentemente in fretta, nel tentativo vano di dare una forma adeguata al racconto. Le musiche di originali di Mauro Pagani si perdono tra le hit locali degli anni ’80 e ’90, senza lasciare traccia.

L’idea di fare un film capace di superare i confini delle storie italiane è anche apprezzabile, ma il risultato è di impressionante modestia.

Un occasione perduta.

Gabriele Salvatores

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