Happy Family

Happy Family **

La carriera di Gabriele Salvatores può essere riassunta tutta nei suoi primissimi film.

In Kamikazen, Marrakech Express, Turnè e Mediterraneo c’erano già i temi forti del suo cinema: dalla fascinazione per il teatro e la vita randagia dell’artista, alle illusioni e delusioni di chi è stato giovane negli anni ’70, dall’amicizia virile, capace di superare ogni rivalità, sino al ruolo della città – quasi sempre Milano, vissuta, ma mai veramente amata – da cui è necessario fuggire, per ritrovare se stessi.

Quei quattro fortunatissimi film della seconda metà degli anni ’80, coronati – ed in fondo sigillati – da un’inaspettata e un po’ fortunosa vittoria agli Oscar, hanno continuato a pesare come un macigno sulle spalle di un autore, che avrebbe dovuto invece conservare la malinconica leggerezza degli esordi.

Invece sono arrivati i continui passi falsi di Puerto Escondido, Nirvana, Denti ed Amnesia e quelli più recenti di Quo vadis baby e Come Dio comanda, intervallati da una gemma preziosa: l’adattamento di Io non ho paura di Ammaniti, che per toni e atmosfere, sfugge ad ogni classificazione, ma resta certamente il suo capolavoro.

Dopo venticinque anni di carriera si può con diritto affermare che il talento innegabile di Salvatores nella direzione degli attori sia andato spesso perduto in progetti sbagliati e velleitari, incapaci di replicare quella scanzonata spontaneità degli esordi.

In Happy Family, Salvatores ibrida i suoi temi con le suggestioni di un testo, nato per il Teatro dell’Elfo e pensato per una messa in scena cinematografica, che pesca a piene mani nella commedia di caratteri tipica del cinema americano indipendente à la Wes Anderson, con un’opera di citazione che spesso sfiora il plagio.

Il cinema di Anderson (I Tenebaum, Steve Zissou, Rushmore, Mr.Fox) ha caratteristiche assolutamente uniche, che fondono la cura maniacale e quasi fumettistica per il décor, le scenografie, il trucco dei personaggi e la colonna sonora, con l’intenzione di raccontare personaggi surreali, profondamente malinconici: personaggi che sembrano rincorrere una momentanea ed impossibile serenità.

La messa in scena è perfettamente geometrica e rispetta una centralità quasi teatrale, in un cinema che sembra di superficie, ma che scende invece in profondità, nel cuore di uomini e donne profondamente infelici, alla continua ricerca di sè.

Salvatores non trova di meglio che pescare a piene mani nel cinema del collega, riproponendone inquadrature, temi e suggestioni, come farebbe un giovane alle prime armi, infatuato dei film di Anderson.

Come vedete, ho divagato un bel po’, così come fa il film, che racconta di uno scrittore alle prese con i personaggi del suo primo film.

Fabio De Luigi interpreta sia lo sceneggiatore, sia il protagonista del copione, che si innamora della giovane e talentuosa pianista Valeria Bilello, figlia di Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy.

Bentivoglio è un ricco avvocato milanese, che vive in una sorta di castello a tre piani, simile a casa Tenebaum, a cui hanno diagnosticato un tumore maligno.

La Buy ha un altro figlio di sedici anni che intende sposare una compagna di classe, figlia di Diego Abatantuono e Carla Signoris.

Alla cena per farli conoscere, le due famiglie, apparentemente lontane per ceto, cultura e interessi faranno da coro alla rottura del fidanzamento e scopriranno di avere molto in comune.

Il film utilizza tutti gli stratagemmi tipici della mise en abime: con i personaggi che escono dal racconto principale, interrogano direttamente lo spettatore ed il loro creatore, lo spingono a proseguire nella narrazione ed a riscrivere il finale.

Ma tutti questi artifici restano un po’ in superficie, incapaci di aggiungere senso e spessore drammatico ad una storia che preferisce declinarsi sui toni leggeri della commedia di caratteri.

Allora ecco il gustoso duetto tra l’esuberante ed incontenibile Abatantuono ed il timido e composto Bentivoglio, ecco il lunare De Luigi che si innamora della complessatissima pianista ed il coro dei comprimari tra cui spicca la nonna un po’ suonata, incapace di sfornare il dolce perfetto.

Il tutto senza curarsi troppo di una trama in fondo esile, nella quale si invitano i protagonisti a superare le proprie paure: quelle sessuali, quelle ideologiche, quelle esistenziali.

Non si può dire che Salvatores abbia ritrovato la strada persa vent’anni fa, ma certo questo Happy Family è piacevole, leggero e strappa qualche gustosa risata.

A patto però che non si conosca il cinema di Wes Anderson…

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4 pensieri riguardo “Happy Family”

  1. “gustoso duetto tra l’esuberante ed incontenibile Abatantuono ed il timido e composto Bentivoglio” che gongolano gigioni citando viaggi giovanili in Marocco… 🙂

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