Ted

Ted **1/2

Il debutto alla regia del creatore dei Griffin, Seth MacFarlane, è stato il caso dell’estate americana.

Ted ha avuto buone recensioni, 450 milioni di dollari d’incasso nel mondo ed ha fruttato al suo autore l’invito più importante dell’anno, quello per presentare la Notte degli Oscar il prossimo febbraio.

MacFarlane è una sorta di enfant prodige della tv americana: a soli 23 anni crea i Griffin, che vengono prima prodotti poi cancellati, quindi ritornano a furor di popolo in tv, producendo due spin off. Il suo contratto con la Fox pare sia più remunerativo di quello di J.J. Abrams e gli consente il controllo totale su tutti i suoi progetti.

Lo stesso controllo totale che ha avuto per questo debutto cinematografico: soggetto, co-sceneggiatura, regia, produzione, animazione e doppiaggio del suo protagonista in CGI.

La storia sulla carta poteva sembrare improbabile: Ted è un orsetto di peluche, che miracolosamente prende vita la notte di Natale, grazie al desiderio di un ragazzino solo e bisognoso d’affetto.

Johnny e Ted diventano inseparabili. L’orsetto parlante finisce in tv, ma la fama svanisce molto presto. 27 anni dopo i due condividono ancora lo stesso tetto e si divertono come matti a vedere vecchi film anni ’80, fumando erba e scherzando come due grandi amici.

Johnny ha però una fidanzata Lori, che vorrebbe qualcosa di più che condividere quello strano menage familiare.

John è commesso in uno strano negozio di auto a noleggio, mentre Lori è la vice-presidente di una società di consulenza, assillata dalle avances di un viscido capo.

Al mix sentimentale si unisce una sottotrama thriller, quando entra in gioco un vecchio fan di Ted, che ha sempre desiderato possedere l’orsacchiotto.

MacFarlane è il perfetto esempio del cinefilo americano cresciuto negli anni ’80 ed in questo non è così lontano dal frat pack di Apatow e Rogen e dall’universo di J.J. Abrams, tutti debitori in qualche modo del cinema di Spielberg, di Lucas e delle commedie di John Hughes.

Ted è infatti uno strano incrocio tra i peter pan mai cresciuti dei film della Amblin e l’ironia feroce e dissacrante dei suoi Griffin. E’ anche un tentativo di compromesso tra la narrativa lineare dei primi e l’andamento episodico e surreale dei secondi, il cui limite è appunto quello della gag, riuscita, divertente, ma in fondo slegata dal contesto.

Ted invece mutua la sua struttura sia dalle sit-com, sia dalla tradizione della commedia classica, inserendo le sue migliori battute in un contesto decisamente poco innovativo, ma comunque capace di quella solidità tipica del genere.

MacFarlane omaggia sentitamente Guerre Stellari (persino la nuova trilogia), Flash Gordon, L’aereo più pazzo del mondo e tutto un mondo familiare per i trenta-quarantenni nostalgici e nerds, cresciuti con le action figures, le sit-com Cin Cin e Casa Keaton ed i giochi al computer.

Il doppiaggio italiano semplifica e perde per strada molte battute fulminanti, oltre a diminuire drasticamente il livello del turpiloquio dell’orso Ted.

Si ride molto in questo apologo di una generazione che non vuole crescere e non riesce a cambiare davvero, che non sa che farsene dei sani valori tradizionali, barattandoli con un’esistenza senza progetti.

Ma se non ci fossero l’irriverenza ed il gusto per la citazione pop di Ted, il film si rivelerebbe non molto diverso dalle solite commedie demenziali.

La profonda conoscenza dell’immaginario cinematografico post-moderno, di cui MacFarlane fa sfoggio, si limita alla citazione verbale e non diventa mai motivo del racconto, che si adagia invece sulla ripresa convenzionale di topoi classici, che il regista maneggia con un rispetto sin troppo timoroso.

Ted funziona a più livelli naturalmente, per chi ha vissuto gli anni ’80 e per chi invece, arrivato dopo, fatica a comprendere il continuo gioco dei rimandi, e si limita a godersi la presa in giro feroce e nichilista dell’ortodossia del politically correct.

Purtroppo però lo sberleffo, privato del contesto culturale di riferimento, in quest’ultimo caso finisce forse per mostrare tutta la sua carica violenta e superficiale.

Nel film ci sono quattro guest star: Sam Jones, il legnoso Flash Gordon del film di De Laurentiis, la cantante Norah Jones, Tom Skerritt, oggetto di molte battute nel corso del film e Ryan Reynolds, in un perfetto esempio di miscasting.

Perfettamente in parte Mark Whalberg, un po’ sprecata invece Mila Kunis, in un ruolo un po’ troppo convenzionale, al servizio della storia.

Consigliatissimo ai trenta-quarantenni che collezionano action figures

[…grazie E.P.!]

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