Venezia 2012. To the wonder

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To the wonder ***

In concorso

Il più misterioso dei film in concorso, To the wonder di Terrence Malick, si è svelato in prima mondiale questa mattina alla proiezione per la stampa.

Una proiezione con una conclusione molto contrastata, tra applausi e fischi, esattamente come accadde a Cannes per The tree of life.

Il finale di allora è noto: Palma d’oro al miglior film e tre nominations all’Oscar. Forse questa volta sarà diverso…

Con questo To the wonder Malick sembra rendere ancor più radicale il suo sperimentalismo narrativo, eliminando qualsiasi traccia di racconto tradizionale e anche i dialoghi tra i personaggi, affidandosi interamente alle loro voci, in un continuo alternarsi di ricordi e sensazioni.

La protagonista assoluta è Marina, una giovane donna europea, che l’americano Neil conosce a Parigi e trascina prima a Mont Saint Michel, “la meraviglia dell’occidente”, quindi in Oklahoma, nel suo paese natio.

Marina è già stata sposata, il marito francese l’ha abbandonata con una figlia di dieci anni, Tatiana. Neil lavora come ispettore ambientale

Il film racconta i momenti emozionanti e travolgenti del loro innamoramento, nel vecchio continente, dove tutto sembra avere una consistenza ed una profondità diverse. Nelle pianure senza orizzonte dell’Oklahoma invece le gioie di una convivenza inizialmente spensierata e coinvolgente, sembrano finire molto presto.

Tatiana è la prima che sembra avvertire la mancanza di qualcosa, non riesce ad ambientarsi nella provincia americana e finirà per raggiungere il padre in Francia.

Col passare del tempo il rapporto tra Marina e Neil finisce per logorarsi: Marina deve tornare in Europa perchè il visto è scaduto e Neil non ha ancora deciso se sposarla.

Quando lei è assente, lui incontra Jane, una ragazza che aveva conosciuto nella sua infanzia, che vive da sola in un grande ranch. Se ne innamora, forse, e le cose sembrano funzionare, ma l’improvviso ritorno di Marina, questa volta da sola, senza Tatiana, finisce per far svanire nella rabbia anche quest’illusione d’amore.

Nel frattempo un prete che sembra aver perso la fede, Padre Quintana, cerca di ritrovarla tornando al cuore del messaggio evangelico, all’amore verso gli altri, verso la propria comunità ed i suoi emarginati.

Non vi diremo di più, ma chi ha visto The tree of life, sa che i film dell’ultimo Malick non hanno particolari svolte narrative. Non è nel racconto la sua forza, quanto nella messa in scena ancora una volta rarefatta ed elegiaca.

Qualcuno ha parlato di maniera, ma direi che si tratta solo dell’evoluzione di uno stile, che già cominciava a manifestarsi nei suoi film degli anni ’70 e che da La sottile linea rossa in avanti si è sempre più radicalizzato – o involuto, secondo alcuni.

To the wonder però non è riesce a far seguire ad una prima metà certamente affascinante, una seconda altrettanto interessante, proprio perchè narrativamente evanescente. Un po’ come in The Master, una volta che il rapporto tra i protagonisti si è logorato, il film sembra girarare a vuoto, in attesa di un finale che risolva tutto riportandoci alla “meraviglia”.

Il flusso dei ricordi scorre senza pace, frammenti di immagini, parole, emozioni. E’ una sorta di stream of consciunsness visivo, un tour de force che magari annoierà molti, ma che è diventato ormai la cifra più evidente del lavoro di Terrence Malick.

E che ai nostri occhi appare travolgente, bellissimo, di un’eleganza inarrivabile.

Mentre The tree of life metteva in scena la vita di una famiglia americana nel Texas degli anni ’50, vista attraverso gli occhi di un ragazzino e dei suoi fratelli, divisi tra l’incondizionato amore materno e l’orgogliosa e preoccupata severità paterna, qui i protagonisti sono incapaci di tenere fede al loro impegno sentimentale. To the wonder è un’ode alle meravigliose illusioni dell’innamoramento ed alle brucianti delusioni dell’amore.

Neil e Marina si amano teneramente, ma non non riescono davvero a stare insieme senza ferirsi.

Siamo evidentemente tra Antonioni ed al Bergman del silenzio di Dio.

Anche qui come nel film precedente, Malick torna forse a fare i conti con se stesso e con i propri ricordi. Se The tree of life era un modo per venire a patti con i sensi di colpa per la morte prematura del fratello musicista, To the wonder è una straordinaria dichiarazione d’amore ed un’ammissione di sconfitta, rivolta alla donna con cui ha condiviso i suoi anni parigini e che ha poi lasciato, per ritornare nel natio Texas.

Non vorremmo ridurre la complessità filosofica e morale del suo cinema ad una questione banalmente autobiografica, ma certo la scelta di raccontare ora queste due storie, portando a termine un progetto rimandato per 30 anni e quindi facendolo seguire immediatamente da un nuovo film, in assoluta continuità stilistica con l’altro, è significativa.

To the wonder si chiude con una lunga preghiera, sulle immagini alternate di un fallimento sentimentale e di una fede nell’amore forse riconquistata.

Nel film brilla una straordinaria Olga Kurylenko, nel ruolo di Marina, che domina emotivamente e trascina il film, con la sua straordinaria bellezza e con la grazia che mai è rimasta estranea ai personaggi dei film di Malick e che la sua macchina da presa esalta in continuazione.

Il film è anche un gesto d’amore nei suoi confronti: accanto a lei Ben Affleck, nel ruolo di Neil, finisce per scomparire, incapace di accogliere l’entusiasmo di Marina e chiuso in una malinconia senza uscita e senza ragione.

Rachel McAdams è una convincente Jane, mentre Javier Bardem dona tutti i suoi dubbi a Padre Quintana.

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