Venezia 2012. Stories we tell

Stories we tell ***

Le Giornate degli Autori

Il terzo film dell’attrice-regista Sarah Polley è una curiosa meditazione sulla sua famiglia, che gira attorno alla madre Diane, morta prematuramente molti anni fa.

Il film nasce da un pettegolezzo, una cattiveria tra fratelli: Sarah non è figlia di Michael, il secondo marito di Diane, ma di un misterioso amante, conosciuto nel corso di unop spettacolo teatrale a Montreal nel 1977.

Il tarlo finisce per consumare l’apparente distaccata regista che mette in piedi un detection in piena regola, intervistando amici, parenti e persone che avevano conosciuto sua madre, alla fine degli anni ’70. Pian piano la verità viene a galla, sconvolgendo la vita di tutti.

Ma non è tanto l’aspetto emotivo che sembra interessare la Polley, quanto la ricostruzione di quello che poteva essere accaduto allora. Le motivazioni di tutti, la ricerca della verità, le menzogne e le piccole bugie che il tempo finisce per confondere alla realtà.

Un segreto mantenuto nascosto per quasi 30 anni alla fine viene scoperto, quasi causalmente: ma come andarono davvero le cose?

Il film procede attraverso le interviste dei protagonisti, le immagini in super 8 di allora ed altre finte, ricostruite dalla Polley per mettere in scena la relazione tra sua madre ed il produttore cinematografico canadese, che si rivelerà essere suo padre biologico.

La Polley espone se stessa, la sua famiglia ed i suoi sentimenti con una misura ed un’assenza di pudore sconvolgenti. Il gioco si scopre sempre di più e le regole della finzione sono esposte come l’animo turbato dei protagonisti di questa storia di una famiglia speciale, dove i ricordi si ammantano di malinconia.

Raccontare è sempre un gioco, sembra dirci la Polley, che mette in scena la sua ricerca con la forza un po’ sadica di chi sembra non aver nulla a che vedere con i protagonisti di questa storia.

Mai fidarsi di quello che vediamo, ma anche di quello che ci viene raccontato.

La Polley in questo documentario post-moderno, dimostra ancora una volta di essere uan regista sensibile e smaliziata. Siamo lontani dal suo esordio Away from her, ma c’è la stessa capacità di mettere in scena il dolore e la perdita, con lucidità fin sadica.

Un altro passo nella giusta direzione.

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