Faust

Faust ****

Un film come il Faust di Sokurov è la migliore risposta a coloro che mettono in dubbio l’utilità e la salute dei festival cinematografici: un’opera maiuscola, di potenza visiva miracolosa, di precisione filosofica e letteraria sublime, che chiude la quadrilogia che il regista russo ha dedicato all’illusione del Potere.

Sokurov decide di risalire alle radici della sua ossessione dopo tre film capaci di raccontare, senza epica e senza orrore, tre uomini chiave del Novecento.

Moloch del 1999 era dedicato ad un Hitler privato e folle, chiuso in un castello con Eva Braun, Taurus del 2000 invece mostrava Vladimir Lenin morente e sconfitto dalla deriva assolutista del trionfo di Stalin ed infine Il sole del 2005 raccontava l’imperatore Hirohito, mentre si spogliava di qualsiasi aura divina, rinunciando a proclamarsi discendente del Sole.

Nella vita quasi mummificata di alcune figure chiave del secolo breve si entrava in punta di piedi, quasi a contemplare i protagonisti in cattività e nella loro vita privata.

In questo ultimo Faust invece si viene avvolti e trascinati dalla macchina da presa di Sokurov in un girone infernale, che restituisce tutta la fisicità e l’umidità di un mondo pronto per le sfide della modernità.

Premiato con un meritatissimo ed inevitabile Leone d’Oro, il regista russo non ha timore di confrontarsi con il mito un po’ polveroso e scontato del Faust, che tanti hanno raccontato – da Marlowe a Mann – scegliendo la versione di Goethe, ma tradendo la fonte letteraria originaria, come ogni artista dovrebbe fare.

Il cinema non è letteratura, che utilità c’è ad illustrare in belle immagini un racconto già scritto meglio da altri?

Che cosa ne avrebbe guadagnato lo spettatore ad ascoltare nuovamente una storia già sentita molte volte?

Alla figura letteraria per antonomasia, al Faust che vende l’anima al diavolo pur di appagare, per una notte, i suoi desideri più reconditi e trovare nell’innocenza di Margherita la possibilità di una salvezza, Sokurov affianca una riflessione personalissima e universale,  che comincia con l’autopsia di un uomo alla ricerca della presenza dell’anima e si chiude metafisicamente al limitare della terra, dove il viaggio del protagonista e di Mefistofele ricomincia da capo e si trascina verso l’infinito.

Scienziato e professore squattrinato e idealista, questo Faust sembra aver già perso la sua partita. Il suo amore per la parola e l’ambizione alta, di ragionare sul mondo e sull’uomo, si scontrano con l’infelicità della vita quotidiana, priva di gioie e riconoscenza.

Non siamo lontani da un altro grande uomo moderno, l’Ulisse che non si accontenta e cerca la sua salvezza nell’incessante anelito all’azione, alla scoperta, al cammino interminabile.

Eppure questa continua tensione inappagata rischia di impedire ogni felicità, risolvendosi in un’angoscia nevrotica e autodistruttiva.

Come scrisse Goethe, le persone infelici sono pericolose. Faust, in compagnia del diavolo, che ha assunto le sembianze di un laido e mostruoso usuraio, finirà per uccidere, senza volerlo, Valentin, un giovane soldato.

Animato dal senso di colpa vuole conoscere la sua famiglia e spinge l’usuraio ad aiutarla economicamente. Si innamora quindi di Margherita,  sorella di Valentin e per una notte d’amore, firma lo scellerato contratto.

Il mondo di Faust, che Sokurov mette in scena, è angusto, soffocante. La sua volontà di trasmettere idee, sogni, parole viene continuamente frustrata. E non è un caso che Mefistofele assuma le sembianze di un usuraio: sempre di denaro si tratta…

E quando Faust cede alle lusinghe non lo fa per un sentimento l’amore romantico, ma ancora per sete di conoscenza. Non è un caso se, passata la notte, Faust fugge Margherita e trascina il demonio verso un altro orizzonte, inappagato e folle.

Ed è forse proprio perchè questo Faust non appartiene alla Storia, ma al regno dell’arte che può spingersi dove gli altri non hanno osato andare, verso una ricerca tutta spirituale, filosofica.

Le ultime immagini ci restituiscono un protagonista tutt’altro che rassegnato, ma vitale, in moto perpetuo, capace di invertire il rapporto con il demonio, trascinandolo fuori dall’inferno umano.

Il Faust di Sokurov non si danna, ma si riscatta dal mondo fatiscente e putrido in cui era costretto, continuando il suo cammino di conoscenza, verso una terra desolata e primitiva.

La macchina da presa non sta mai ferma, seguendo i suoi personaggi, precedendoli, avvolgendoli e deformandoli. Le luci di Bruno Delbonnel sono di pittorica bellezza, con una decisa dominante verde e consentono di sfruttare  con sapienza le scenografie naturali e quelle ricostruite.

Il dialogo continuo e raffinatissimo, viene rafforzato dal flusso di coscienza di Faust, che solo alla fine cede il passo a quello del demonio.

Sokurov ci ritrae affannati e spinti dagli istinti più materiali, ai quali anche il protagonista finisce per soggiacere, salvo poi cercare l’infinito nella sospensione del tempo e dello spazio.  Il viaggio di Faust non si ferma a Margherita, ma prosegue verso l’ignoto, fuori dall’orrore e dalla malinconia della nostra esistenza terrena.

Ma non temete, non c’è un attimo di noia nel film di Sokurov, che racconta paure e desideri terribilmente umani, con la leggerezza del capolavoro.

Imperdibile.

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