Cannes 2011. Il decimo giorno

THE SOURCE di R.Mihaileanu *1/2

Concorso

L’ultimo film del concorso viene accolto con brevi applausi e sonori fischi alla proiezione stampa del mattino. E’ il solito furbissimo Mihaileanu, che strizza l’occhio al politically correct quello di The Source, il quale avrebbe anche bisogno di una bella sforbiciata in montaggio, per alleviare il fardello di due ore e un quarto del tutto ingiustificate.

Si racconta la storia, falsissima eppure esemplare, di un villaggio imprecisato nel nordafrica, nel quale l’unica fonte d’acqua e’ posta su un monte, al termine di una strada impervia. Da sempre sono le donne a farsi carico di trasportarla faticosamente, con pesanti secchi, fino al villaggio, sprovisto anche di corrente elettrica.

Gli incidenti e le cadute sono all’ordine del giorno e molte di loro, incinte, hanno perso i loro figli, proprio a causa di questo estenuante fardello.

La misura e’ colpa per la giovane Leila, che viene dal Sud ed ha sposato l’unico uomo colto del villaggio, l’insegnante Sami.

Quando propone alle altre donne di non concedersi piu’ ai loro mariti, fino a che l’acqua non sara’ canalizzata sino al villaggio, la proposta, che appare all’evidenza di buon senso, scatenera’ una lotta senza esclusione di colpi. Le altre donne, prima scettiche, aderiscono quindi alla proposta di Leila, che e’ supportata dal marito Sami, l’unico aperto alle rivendicazioni femminili.

Ma gli altri uomini del villaggio, che passano le loro giornate seduti ai tavolini di un bar, senza far nulla, non ne vogliono sapere di modificare una tradizione inveterata.

E persino le autorita’ locali non vogliono favorire la modernizzazione del villaggio, mantenendo le donne sotto il giogo dell’ignoranza e della fatica di vivere.

L’intento di Mihaileanu e’ come sempre lodevole, ma il suo cinema ha il fiato corto ed appare del tutto fasullo, costruito a tavolino, troppo programmatico e mai veramente necessario.

Mihaileanu sembra sempre scrivere i film dopo aver colto nell’aria del proprio tempo i temi da porre al centro del suo discorso cinematografico.

La messa in scena è palesemente favolistica, espediente che gli consente ogni libertà narrativa, per ingraziarsi lo spettatore.

Anche qui il regista costruisce una parabola collettiva interessante, ma prevedibilissima e fasulla, aggravata da una lunghezza che fiacca ogni buona intenzione. Trattandosi di una favola, cosi’ come ammesso sin dalla didascalia che apre il film, The Source non puo’ che finire bene, grazie all’aiuto di un giornalista innamorato ed alla furbizia delle donne del villaggio.

Questo inno all’islam moderato pero’ lascia davvero il tempo che trova: e’ una cartolina buonista e colorata, in un mondo retto dalla ferocia e dal sopruso, come dimostrano le condanne di Panahi e le immagini angoscianti del suo non-film, arrivato a Cannes clandestinamente in una chiavetta usb.

Non e’ certo a colpi di buone intenzioni per occidentali che si puo’ razionalizzare la misoginia dell’islamismo radicale.

Peccato che abbiano sprecato così il talento di Leila Bekti, bellissima e di espressività non comune.

LES BIEN-AIMES – THE BELOVED di C.Honore’ *

Fuori concorso

Il film di chiusura di un festival, si sa, e’ sempre una piaga biblica da scampare. Trascurato da tutti e proiettato ufficialmente dopo il palmares, e’ tradizionalmente un pessimo film.

Non fa eccezione Les bien-aimes di C. Honore’, una commedia musicale sugli amori di due donne, madre e figlia, tra la Parigi degli anni ’60, la primavera di Praga, la Londra anni ’90 ed il presente.

Stucchevole sin dalle prime inquadrature, posticcia, e’ aggravata da canzoni veramente orrende. Completamente spaesata Ludivine Sagnier, molto meglio Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni, purtroppo coinvolte in questo guazzabuglio.

Abbiamo avuto l’unico torto di andare a vederlo. Non vi infliggeremo quello di scriverne con maggiore dovizia…

ELENA di A.Zvyagintsev ****

Un certain regard

Splendida invece la chiusura di Un certain regard, con il terzo film di Andrey Zvyagintsev, otto anni fa laureato con il Leone d’Oro per Il ritorno, dopo il controverso The Banishment, ci regala forse l’ ultimo (unico?) capolavoro del festival. E’ un racconto nerissimo, darwiniano, senza scampo.

Cupo e claustrofobico, il film russo lascia senza fiato, creando una tensione spasmodica, che non si scioglie nemmeno nel finale apocalittico.

Elena, infermiera di umili origini, si è risposata in tarda età con Vladimir, ricco uomo d’affari, ormai in pensione. Convivono in una casa modernamente arredata, nella quale le differenze di classe e di ceto sembrano essersi attenutate, ma restano forti quelle caratteriali. Vladimir è metodico e glaciale, Elena più affabile e dolce, si prende cura di ogni cosa, assistendo il marito con devozione. La stessa che rivolge al figlio, Sergey, nato da un precedente matrimonio, che vive in uno squallido palazzo della periferia, con una moglie e due figli: senza lavoro e senza volontà di cercarne uno, si affida interamente alla generosità della madre, che gli porta i soldi della pensione e va a fare la spesa.

Suo nipote, Sasha, è altrettanto apatico e passa le sue giornate giocando con la playstation e frequentando la banda di teppisti del quartiere: i suoi voti scolastici sono pessimi e gli precluderebbero l’accesso al college, a meno che Vladimir non si offra di pagare la costosa retta privata.

Elena cerca di intercedere in favore del nipote, ma il marito sembra essere piuttosto riluttante. Nel suo mondo individualista, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, che comprendono anche quelle educative: Sasha, per lui, non è che un estraneo.

Improvvisamente però una mattina Vladimir ha un attacco di cuore e viene ricoverato in ospedale. Quando si risveglia, Elena è al suo fianco, come sempre. Le chiede di contattare la figlia, con cui ha un pessimo rapporto: Tatyana vive nella noia dorata dei soldi del padre e lo disprezza profondamente.

Grazie all’insistenza di Elena, padre e figlia sembrano riavvicinarsi, proprio nella stanza d’ospedale e proprio a partire da uno sguardo cinico e disincantato sul mondo, comune ad entrambi.

Quando il malato torna a casa, ancora convalescente, comunica alla moglie che si è deciso a fare testamento, lasciando tutte le sue proprietà a Tatyana. Non solo, ma ha deciso di non assecondare le richieste di Elena per la costosa retta di Sasha, che dovrà quindi cavarsela da solo.

La decisione di Vladimir avrà conseguenze inarrestabili.

Zvyagintsev mette in scena la Russia di oggi, come un mondo senza solidarietà, senza legami che non siano quelli primitivi del sangue, in cui ogni uomo è da solo ed è disposto a tutto pur di sopravvivere. La famiglia è completamente dilaniata: paravento per giovani inetti o per maturi estranei, che vivono in stanze separate.

Nessuno si salva nella parabola di Elena: non la protagonista, che gli eventi costringono a dissimulare il più atroce dei delitti, nè il marito Vladimir, sordo a qualsiasi generosità, non la figlia Tatyana, opportunista bohemienne, grazie ai soldi paterni, e certamente non Sergey e Sasha, idioti assoluti, che forse sprecheranno l’opportunità, che il destino gli ha regalato.

Non c’è più castigo nel delitto di Zvyagintsev. Il senso di colpa, se non quello della giustizia, finiscono seppelliti dall’homo homini lupus hobbesiano, la sola forma di promozione sociale ancora possibile. Il crimine diventa allora strumento di sopravvivenza e di affermazione: nelle stanze ovattate dei ricchi non scorre il sangue, non servono armi, basta un manuale di farmacia.

Ed allora l’unica cosa che conta davvero è il denaro: quello accumulato non si sa bene come da Vladimir, buttato via da Tatyana, ambito da Elena e Sergey, necessario a Sasha, per mascherare la sua inettitudine.

L’umanità non ha più cittadinanza, l’avidità si è appropriata di tutto.

Due immagini restano scolpite: l’incontro di Tatyana e Elena, come due placidi avvoltoi, dall’avvocato di famiglia e la nuova famiglia, che prende possesso dell’appartamento di Vladimir.

Il sangue si gela nelle vene. Imperdibile.

6 pensieri riguardo “Cannes 2011. Il decimo giorno”

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.