Il diario di Cannes 2010 – 5

Film di mercoledì 19 maggio:

Carancho di Pablo Trapero – Un certain regard **

Negli alti e bassi di un festival, il nuovo film dell’argentino Trapero è un discreto prodotto di genere, che trova motivi d’interesse nell’inedito ambiente legale, che fa da sfondo alla storia.

Sosa è un avvocato sospeso dall’albo, che è costretto a riciclarsi come procuratore, per le vittime dei numerosissimi sinistri stradali, che si verificano ogni giorno a Buenos Aires.

Lujan è una giovane medico, di guardia sulle ambulanze, che arrivano a prestare i primi soccorsi.

E’ inevitabile che le loro vite finiscano per collidere, in una spirale di violenza e corruzione, nella quale l’unica cosa che conta sembrano essere i soldi.

Trapero accende una luce sinistra su una pratica odiosa e redditizia: gli accordi stragiudiziali, per il risarcimento dei danni sono poco impegnativi e molto remunerativi per chi li agevola. La polizia, i medici, gli avvocati sono tutti parte di un gioco, nel quale a perderci sono solo le vittime incolpevoli ed i loro parenti.

Il noir argentino, quasi tutto ambientato nella notte elettrica della capitale, nelle corsie degli ospedali pubblici fatiscenti e nello squallido studio in cui opera Sosa, è inedito ed efficace, nel descrivere un mondo fatto di avidità e sangue.

Nessuno è innocente: ciascuno cerca di salvarsi con i mezzi che conosce… ma non si possono prevedere le beffe del destino.

Purtroppo nel film c’è un eccesso di scrittura: tutto è troppo meccanico, anche i colpi di scena, tutti legati alle auto ed agli scontri: anche lo sberleffo ed il dolore annegano nella finzione.

Film Socialisme di Jean-Luc Godard – Un certain regard *

In tutte le famiglie c’è un vecchio zio, un po’ trombone, che parla per metafore e secondo frasi fatte: lo si sta ad ascoltare pensando ad altro, con il rispetto un po’ formale che si deve alle persone anziane.

Ecco, Jean-Luc Godard, uno dei padri del cinema moderno, oggi è diventato come quel vecchio zio. Il cinema l’ha perso alla fine degli anni ’60, dopo un decennio formidabile, in cui ha rivoluzionato la settima arte, non solo con i suoi film, ma anche imponendo, insieme ai giovani turchi dei Cahiers, un modo nuovo di interpretarli e leggerli.

Quello che rimane oggi è ben poco. Una nave da crociera nel mediterraneo dove “personaggi” ripetono frasi sconnesse: immagini diverse si sovrappongono, parole scritte come didascalie appaiono sullo schermo, mentre la colonna sonora è fatta di rumori, letture, musiche.

Sembra il Ghezzi più sconnesso di Fuori Orario, manca solo il fuori sincrono. Ed invece è Godard.

Uno strazio senza fine, pieno di una supponenza che si fatica a perdonare persino ad un fuoriclasse come il regista svizzero, che qui gira – a vuoto e senza meta – un “bello”spot per le crociere Costa.

Biutiful di Alejandro Gonzales Inarritu – In concorso ***

Come sapete leggendo Stanze di Cinema, non ho mai amato il cinema di Inarritu.

Dopo il sorprendente e riuscito esordio di Amores Perros, sia 21 grammi, sia Babel mi avevano lasciato molti dubbi. Ho inserito i suoi film tra i sopravvalutati del decennio appena trascorso, perchè le sue storie disperate, piene di magiche coincidenze del destino, mi sono sempre parse troppo perfette, troppo scritte, troppo programmate a tavolino, senza alcuna verità drammatica: sapienti ricostruzioni di infelicità, per un pubblico occidentale in cerca di catarsi, capace di apprezzare la circolarità perfetta delle sue parabole.

Coautore di tutti i suoi film era quel Guillermo Arriaga, ora passato alla regia con The burning plain, dopo una brusca separazione artistica con Inarritu.

Biutiful è il primo film interamente scritto dal regista messicano e girato in una Barcellona livida e inospitale, nella quale vive Uxbal, sposato e separato, con due figli ancora piccoli.

Lo vediamo aggirarsi per la città, in mezzo a funerali e poi in ospedale: è malato di cancro, la moglie è bipolare e totalmente inaffidabile e il suo lavoro è fonte di continue preoccupazioni.

Uxbal è il tramite tra la manodopera cinese dei falsi e i venditori africani, che li offrono per le strade. Deve tenere a bada la polizia ed il senso di colpa, che cresce con l’avvicinarsi della fine: i cinesi sono ammassati come schiavi in uno scantinato, al freddo, dal quale non escono mai, sfruttati da capi senza scrupoli; gli africani vengono tutti arrestati e espulsi in un assalto della polizia di terrificante efficacia drammatica.

Non c’è umanità, né tolleranza nella Spagna della crisi. Poveri che sfruttano altri poveri, in una gara al massacro dove ogni sbaglio si paga a caro prezzo.

Come molti film di questo festival (Un homme qui crie, I wish I knew, La nostra vita) è anche una storia di padri e figli: non ci sono solo i due bambini al centro dei pensieri di Uxbal, ma anche suo padre, mai conosciuto e fuggito dalla Spagna franchista, per morire subito in Messico di polmonite.

Il figlio riesce a guardare la sua faccia, ancora giovane, solo quando, venduta la tomba di famiglia, il cimitero gli consegnerà il corpo, ancora imbalsamato.

E’ uno dei tanti momenti emozionanti di un film che non finge obiettività: Inarritu sta al fianco di Uxbal, vive i suoi dolori, le sue ansie, i suoi sensi di colpa, le sue frustrazioni.

Per alcuni nel film c’è troppo dolore, troppo pessimismo, troppa disperazione, ma per una volta, a me invece sembra che la compassione di Inarritu sia autentica.

L’assenza dei flashback, della frammentazione circolare di Arriaga sembrano giovare al suo film.

Come sempre la direzione degli attori è superlativa: Javier Bardem è seguito e pedinato dalla macchina a mano del regista per tutto il film. I suoi occhi profondissimi e cerchiati dalla malattia, i capelli lunghi, il volto scavato e segnato da una barba perennemente incolta, danno uno spessore fisico straordinario, ad un ruolo che rischiava di trasformarsi in un clichè attoriale.

Finora è la migliore interpretazione del festival: difficile non ritrovare Bardem alla cerimonia di premiazione…

Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois – In concorso ***

Otto monaci benedettini sui monti dell’Atlante algerino.

Ora et labora: i riti, lo studio, le funzioni del mattino, ma anche il lavoro dei campi, l’ambulatorio medico, la vendita dei prodotti della terra, per sostenersi.

La comunità araba li ha accolti ed è cresciuta intorno a loro, in un continuo scambio di esperienze umane, prim’ancora che religiose o culturali.

Ma la violenza sanguinaria dei terroristi della GIA, metterà a soqquadro il villaggio, prima con l’esecuzione di imprenditori stranieri di un vicino cantiere, poi con la minaccia portata sin dentro il convento.

I monaci tentati dalla fuga in Francia e dalla possibilità del martirio, cercheranno di resistere alla violenza contrapposta dei militari di un regime corrotto e degli integralisti ribelli.

E’ una storia vera, quella che Beauvois sceglie di regalare al Festival, la cui fine è ancora avvolta nell’ombra, che forse solo il processo, in corso dal 2003, riuscirà a chiarire.

Ma quello che interessava al regista francese non era l’inchiesta sulle responsabilità, quanto poter rappresentare la vita di questi monaci, la loro coraggiosa disponibilità verso la popolazione, la forza anche della loro fede. Una fede verso il Signore, certo, ma anche verso l’umanità degli abitanti del villaggio che li ha accolti.

Lambert Wilson guida un cast in stato di grazia, sul quale spicca l’anziano medico, interpretato da Michael Lonsdale.

Curioso che arrivi dalla laica Francia il film più spirituale del concorso, capace di rappresentare “un sacrificio che disturba, in una società che non vuole mai sacrificare niente”.

Ma più della urgente necessità di dialogo e comprensione reciproca, il film prende quota quando descrive con semplicità la vita dei monaci, il loro lavoro per la comunità, il rispetto per la natura e per gli uomini.

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