Crazy Heart

Crazy Heart **1/2

Bad Blake è un cantante country, ha 57 anni, 10 dollari in tasca e un furgone, con cui gira la California, l’Arizona, il Texas, il New Mexico, riproponendo stancamente se stesso e la sua musica, in piccoli locali e sale da bowling.

Il viale del tramonto è lastricato di talento, ma anche di solitudine, whiskey, groupie attempate.

I bei giorni sono passati, il suo produttore lo spinge a lavorare ed a scrivere nuovi pezzi, da far suonare a Tommy Sweet, una giovane star del country, cresciuta e scoperta da Bad.

La routine fatta di pomeriggi in motel, sbornie e televisione via cavo, si rompe quando una giovane giornalista di un piccolo giornale di Santa Fe, riesce ad ottenere un’intervista con lui. 

Jean è vulnerabile quanto lui, ma la prima sessione si interrompe bruscamente quando la conversazione vira sulla vita privata di Bad: i matrimoni, i figli, il suo vero nome, il rapporto con Tommy.

Dopo lo show Bad l’intervista riprende, ma lei sembra resistere al suo charme western.

Ma dura poco: la sera successiva Bad e Jean si rivedranno ancora dopo il concerto, ma senza registratori e domande.

Sono due anime alla deriva, i cui destini sembrano potersi incrociare… lui si affeziona al figlio di lei e lei lo spinge a riallacciare i rapporti con la sua famiglia, abbandonata oltre vent’anni prima.

Un incidente stradale li terrà ancora vicini, fino a che Bad, come sempre un po’ alticcio, perde il figlio di Jean in un enorme centro commerciale di Houston.

Anche se la forza maggiore di Cazy Heart non è nello sviluppo della trama, è giusto fermarsi qui.

Il resto lo vedrete in sala.

Il film d’esordio di Scott Cooper, prodotto da Robert Duvall, tra gli altri, è una piacevole sorpresa piena di quello spirito tipico delle produzioni indipendenti americane: una storia ben scritta, che si culla sul genere, senza compiacimenti, benissimo interpretata e diretta con mano lieve e invisibile.

Crazy Heart non aggiunge nulla di nuovo alla classica figura del loser al tramonto, che cerca di cogliere l’ultima chance sentimentale e professionale, prima di cadere nell’oblio.

E’ il mito della seconda possibilità, uno dei topos più classici del sogno americano, che si scioglie in una ricerca della serenità, se non della felicità.

Il film si sofferma a lungo sui numeri musicali, sulle performance di Bad Blake, sul talento sprecato in una continua ripetizione di sè, lungo le strade del west ed in un paesaggio urbano indistinguibile, fatto di stanze tutte uguali, locali camp, drugstore di provincia.

Jeff Bridges, nel ruolo di Bad, è semplicemente perfetto, la sua recitazione è quanto mai fisica, ma molto misurata: in scena ci sono la sua pancia, i suoi pantaloni perennemente slacciati, i suoi capelli lunghi la sua barba incolta e suoi occhi intristiti dalla vita.

Ma Copper e Bridges si tengono lontani agli eccessi: Bad Blake non è un personaggio di H.S.Thompson. E’ solo uno dei tanti cantori della wilderness americana ed anche il suo ritorno è in tono minore, dietro le quinte.

Così come la figura del giovane pupillo che ha spodestato il maestro non ha nulla di cinico o malvagio, anzi sembra quasi intimorito di fronte a Bad e cerca in ogni modo di aiutarlo.

Il racconto di redenzione segue tutte le classiche stazioni che vi aspettereste, ma lo fa con una grazia rara, gassecondato da un cast che oltre a Bridges può vantare uno scavato Colin Farrell nel ruolo di Tommy Sweet, Maggie Gyllenhaal in quello di Jean.

Robert Duvall si ritaglia il ruolo dell’amico Wayne, in cui dare sfoggio della consueta classe, così come già in The Road.

Quanto al regista Scott Copper, è riuscito a regalare a Jeff Bridges ed a T Bone Burnett con Ryan Bingham, due Oscar meritati: ora tutti si aspettano la stessa misura, la stessa dolente malinconia, la stessa intelligente classicità. Non sarà facile…

 

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