Placido, Vallanzasca e la gangster story

Sul Corriere della Sera di questa mattina Paolo Mereghetti e Valerio Cappelli riferiscono e commentano le dichiarazioni di Michele Placido, che sta girando in questi giorni il film, ancora senza titolo, sulla vita di Renato Vallanzasca, il famoso bandito della Comasina, da 35 anni in carcere.

Molte polemiche si sono sollevate negli ultimi mesi, da parte dei parenti delle vittime, alcune proprio dalle pagine del Corriere: seguono a ruota quelle per il film La prima linea.

Placido risponde a tutti con il consueto spirito battagliero:

Siamo in un paese cattolico e codino che fa paura. In Francia hanno visto in 3 milioni il film sul bandito mesrine, senza vittimismi nè scandali.

Qual è lo scandalo se racconto Vallanzasca? E’ in carcere da 35 anni e ne ha 60, non è il peggior bandito di questo paese, qualcuno sta anche in parlamento. Almeno lui ha pagato.

Sui parenti delle vittime:

Io li rispetto, che loro rispettino me. Dobbiamo ancora uscire e giià si grida allo scandalo. Non possiamo solo fare film su Padre Pio. Mi assumo tutta la responsabilità, è la storia di un criminale, non ne uscirà come un santo. Datemi fiducia.

Paolo Mereghetti in un indovinatissimo fondo, che sembra rispondere indirettamente a quello di Pierluigi Battista del 14 gennaio, ricorda la lunghissima, fertile e straordinaria tradizione del gangster movie, cardine del cinema americano e, nella sua declinazione poliziesca e gialla, anche di parte di quello italiano.

Diciamo la verità: il gangster movie non è certo nato per esaltare o glorificare gli spiriti migliori della società. Per quello c’è il western…. o magari il musical o la commedia. I film di gangster raccotavano l’altra faccia del sogno, quella più buia e tragica, fatta di violenza e soprusi, di tradimenti e di agguati. Anche se non priva di una sua epica.

Il cinema ha delle regole che non si possono ignorare e se si vuole che il pubblico non pensi di aver sprecato il prezzo del biglietto deve potersi appassionare a quello che vede sullo schermo. Poi ci penserà il destino o la polizia a rimettere le cose a posto, e la punizione potrà essere più o meno spettacolare, più o meno severa, ma fino ad allora un qualche fascino devono avercelo. Altrimenti non vale nemmeno lo sforzo di sceglierlo come protagonista di un film.

Chi fa cinema non può ignorarlo.

Battista aveva scritto un mese e mezzo fa:

Il pericolo di rendere il crimine troppo sexy è sempre stato un rovello del cinema. Ancor di più quando il cinema, come in questi anni appare con sempre maggiore frequenza attratto dalle vicissitudini della cronaca nera e non riesce a separare crimine e bellezza.

Il «Bel René» che vedremo al cinema sarà dunque bello per forza, per scelta e per esigenze di copione. La banalità del Male apparirà per forza meno banale. E chissà quanti giovani spettatori troveranno irresistibilmente «fico» quel Kim Rossi Stuart che distribuisce violenza e morte ma che sarà redento grazie alla gradevolezza dell’ aspetto, alla prestanza del suo fisico, al sogno che si leggerà nello sguardo e nei suoi begli occhi.

Che sarà un eroe, anche se nella vita reale eroe non fu. Che sarà il prodotto di un’ avvincente sceneggiatura, anche se il mondo vero non è uno script e chi ci ha rimesso la pelle non si rialzerà quando le luci di scena saranno spente. Sarà solo cinema. Solo?

Quello che Battista sembra suggerire è che a interpretare i cattivi sullo schermo dovrebbero essere attori meno belli e fascinosi. Un po’ lombrosiano come principio….

Quello che Battista sembra ignorare è che il cinema non ha nessun dovere di verità, non sostituisce i libri di storia e non si deve curare di educare nessuno, nè può limitarsi a fornire ritratti idealizzati di buoni cristiani.

Il cinema – ma non solo – il racconto, la poesia, il testo teatrale stanno da un’altra parte: da Shakespeare sino a Coppola e Scorsese, da Dante sino a Tarantino al centro della scena ci posso stare anche i criminali, le anime tormentate, l’orrore, la violenza.

Inevitabilmente siamo attratti da personaggi controversi, bigger than life, che vivono il milieu criminale: forse perchè sono lontani dalla nostra vita quotidiana, forse perchè rappresentano estremizzate le tensioni che noi stessi viviamo.

Lasciamo che Michele Placido faccia il suo film: il cinema italiano sarebbe certamente più povero, senza il suo Vallanzasca, così come lo sarebbe stato senza il suo Romanzo criminale o senza il Titta Di Girolamo di Sorrentino, senza la Gomorra di Matteo Garrone o senza il sogno di Bellocchio sul rapimento Moro.

Il cast è di ottimo livello – Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Francesco Scianna, Valeria Solarino, Paz Vega e Moritz Bleibtreu – la produzione è della 20th Century Fox: l’unica cosa che conta, è che Placido faccia un buon film. Il resto sono polemiche inutili…

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