Teza

Sono conosciuto per essere un regista ribelle. Ciò non significa che faccia la parte del cattivo. Semplicemente non voglio fare film per gli europei, ma per me e soprattutto che parlino della mia diversità.

Haile Gerima, 2000

I festival cinematografici sono spesso l’unica occasione per poter scoprire autori ed opere preziose, misconosciute, sorprendenti.

Le logiche geopolitiche, che spesso assistono i direttori nella scelta dei film da proporre, partoriscono selezioni diseguali, di compromesso, eppure qualche volta consentono di squarciare il velo su realtà drammaticamente rimosse.

E’ il caso di Teza, film fluviale, epico, di grande impatto emotivo e politico, settimo lungometraggio di Haile Gerima, regista etiope, emigrato a Chicago fin dal 1967, dopo un apprendistato nella troupe teatrale del padre, specializzata in opere storiche della cultura tradizionale.

Nel 1969 Gerima si sposta alla UCLA, frequentando i corsi di cinema e aderendo al Movimento Nazionalista Nero, che nasce in quell’epoca.

“E’ stato per me il periodo migliore per venire in America – ricorda Gerima – il Movimento Nero mi ha fatto uscire dalla mia sottomessa posizione coloniale. Da allora ho sviluppato il tema del ritorno, del viaggio, tutti i miei film sono sul ritorno.”

I suoi primi cortometraggi sono prodotti, durante gli anni all’UCLA. 

Nel 1976 insegna a Washington DC alla Howard University, la più grande università afroamericana degli USA, dove per tanti anni lascia la sua impronta su molti giovani filmmakers, invitandoli ad esplorare le storie della diaspora africana.

Gerima fonda nel 1982 la Mypheduh Films (MFI), che diffonde i suoi film e quelli di altri cineasti afroamericani o di origine africana e nel 1996 apre anche il Sankofa Video Bookstore, per combattere il rifiuto delle catene commerciali nel distribuire i suoi film e quelli di altri registi neri.

Presentato in sordina alla Mostra, negli ultimi giorni del concorso, Teza ha vinto il Premio speciale della giuria e l’Osella per la migliore sceneggiatura.

Il film racconta su tre piani temporali diversi, la storia di Anberber, un medico etiope, che ha abbandonato la propria terra per poter studiare in Germania e che ritorna in patria, con l’illusione di poter utilizzare le conoscenze acquisite in Europa, per migliorare le condizioni di vita di un paese martoriato dal colonialismo e dall’Impero di carta del Negus, Hailè Selassiè.

La parte ambientata in Germania, nella Colonia degli anni settanta, riflette l’appassionante formazione medica e ideologica di Anberber, circondato da amici ed amiche che condividono con lui il sogno di una rivoluzione che spezzi il gioco razzista e post-coloniale verso il Terzo Mondo, consentendo anche all’Africa di intraprendere il cammino verso la modernità.

Il giovane medico fa ritorno in Etiopia nel 1974, quando viene deposto il Negus e si afferma un regime marxista, sotto la guida del colonnello Menghistu.

Le speranze di rinnovamento, progresso e giustizia sociale, vengono però ben presto contraddette da un regime dispotico, di stampo sovietico, nel quale ogni libertà è soffocata nella repressione.

Successivamente si confronteranno due fazioni comuniste interne, una filo-maoista, l’altra filo-sovietica: il risultato sono gratuite persecuzioni, massacri raccapriccianti e uccisioni di massa, che Gerima descrive senza nascondere nulla.

Tesfaye, l’amico di Anberber, che l’aveva convinto a tornare, viene brutalmente assassinato dai chierici di regime e lo stesso protagonista, considerato un intellettuale scomodo, viene inviato nella Germania dell’Est e costretto ad una impossibile autocritica.

Con la Caduta del Muro di Berlino, Anberber verrà preso di mira dai naziskin, rimanendo ferito, ancora una volta, nel corpo e nell’anima.

Il suo nuovo ritorno in patria nel 1990, invecchiato e storpio, sarà all’insegna della riconciliazione con l’anziana madre, con la propria terra e le sue tradizioni più profonde.

Anberber si aggira come un fantasma nei luoghi della sua infanzia e non riesce più a ricordare: è sopraffatto dagli incubi e dall’impotenza di fronte alla Storia.

Ed è qui che il film di Gerima abbandona il racconto politico e si fa elegia, cercando nella bellezza e nel mistero della natura la possibilità di superare gli orrori e di riannodare i fili del passato e del presente.

Paradossalmente, il Negus ne esce riabilitato, almeno come patriota che ha combattuto l’orripilante colonialismo italiano, simboleggiato dalla collina Mussolini.

Il suo spessore umano e la sua visione panafricana ne escono rafforzate in un toccante reperto d’archivio, quando accoglie con dignità e serenità le sue “dimissioni” obbligate e l’esilio.[1]

La colonna sonora alterna il jazz con i ritmi tradizionali, assecondando la straordinaria fotografia di Mario Masini – storico collaboratore di Carmelo Bene – che coglie la luce naturale, riproducendo lo stile documentaristico degli anni ’70, con colori forti e pastosi.

Il montaggio vorticoso dello stesso Gerima e di Loren Hankin racconta la storia attraverso tre dimensioni: quella del presente dei primi anni novanta, quella del passato giovanile di Anberber negli anni settanta ed infine quella onirica.

L’andamento, fatto di libere associazioni visive e poetiche, segue l’andamento apparentemente casuale di una narrazione, secondo la tradizione africana dell’oralità come trasmissione del sapere, capace di farsi trasportare da un momento all’altro, da un’emozione all’altra.[2]

Gerima riesce a restituire il disordine di quegli anni, attraverso il sovrapporsi dei piani temporali.

Teza è naturalmente il racconto di una sconfitta, tanto personale quanto collettiva.

Ad una gioventù etiope violentata nei suoi ideali e manipolata da una corruzione che annienta ogni ricerca di libertà e giustizia, fa da contraltare, nel ricordo di Anberber, un’analisi amara del marxismo, vissuto in tutte le sue forme, dall’ideologia militante, alla pratica di governo, sino alla dittatura più brutale ed all’opposizione interna.

La generazione degli anni settanta ha anteposto i rigidi schemi politici alle ragioni dell’individuo, alla sua sensibilità, come ricorda Anberber a Tesfaye, in una delle scene più intense del film.

Il cinema di Haile Gerima è un cinema del ritorno: dall’esilio autoimposto, il regista ed il suo protagonista non possono che ritornare al proprio paese, per tentare di portare un po’ di luce in una tragedia infinita.

Il viaggio si carica di nostalgia e finisce per abbandonarsi ad un disegno più grande, nel quale è difficile trovare il proprio posto.

La difficoltà di Anberber a ricordare la propria storia sembra quasi rispecchiarsi nell’indifferenza con cui l’occidente ha rimosso le atrocità africane dal proprio orizzonte civile.

Questa colpevole amnesia risuona nelle ultime parole, che chiudono il film: “questi eserciti, armati fino ai denti, si impegnano a distruggersi reciprocamente. Ma chi fornisce loro soldi e armi?”

Teza ***


[1]              Roberto Silvestri, Il manifesto, 27.3.2009

[2]              Dario Zonta, Teza, Duellanti n.48

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