CANNES 2009

La prima volta che si arriva a Cannes, nei dieci giorni del festival più importante del mondo, quello che impressiona è la dismisura.

L’enorme palazzo del cinema, i giardini requisiti e transennati dagli stand, gli spazi infiniti del Marchè, divisi per produzioni e nazioni, il pubblico affamato di invitation e gli addetti ai lavori, che affollano la città, in cerca di film da comprare, da recensire o anche solo da amare.

cannes2009

Film di sabato 16 maggio

Les vacances de Mr. Hulot – Nobody knows about persian cats – Bright star – Thirst

Les vacances de Mr. Hulot ***

Presentato in sala Bazin da Thierry Fremaux, è una copia restaurata del film di Jaques Tati. Il lavoro di restauro, curato tra gli altri dalla Cineteca di Bologna è stato meraviglioso: il bianco e nero originale è bellissimo, la copia, proiettata in digitale non ha graffi, salti, spuntinature.

E il film di Tati, con il goffo Mr.Hulot che porta scompiglio nelle abitudini quotidiane di un gruppo di francesi in vacanza, è divertente, leggero come i fuochi d’artificio finali.

Il regista lo continuò a rimontare fino al 1978.

Per lo più privo di dialoghi, il film è costruito come una serie ininterrotta di gag visive, prese dalle slapstick comedy d’inizio secolo, fondate sull’equivoco, sulla gaffe, sull’elemento irrazionale che viene a modificare un ordine sin troppo perfetto.

 

Nobody knows about persian cats ***

Secondo film di Ghobadi, dopo il Tempo dei cavalli ubriachi, che qui cambia del tutto l’orizzonte della sua riflessione: in un film girato in soli 17 giorni nei palazzi e nei sotterranei nella capitale iraniana, il regista ci mostra il sogno di alcuni ragazzi, appassionati di musica occidentale, proibita dal regime, e del loro tentativo di mettere assieme un gruppo indie rock.

I due protagonisti, aiutati da un improvvisato produttore, alla ricerca di una band, entrano in contatto con una realtà nascosta di piccole band, che suonano in scantinati, in soffitte, persino in mezzo ad una stalla, per cercare di non farsi sorprendere dalla polizia

La repressione per ogni forma di cultura occidentale è severissima e nonostante il tono leggero assunto da Ghobadi nella prima parte, il film è uno specchio desolante della censura di stato iraniana e dell’uso politico e ideologico della polizia.

Solo nell’oscurità di sale prove sotterranee è possibile coltivare il sogno di una fuga dal conformismo di stato: il fallimento si pagherà a caro prezzo. 

 Bright star

Bright Star ***

E’ un nuovo ritratto di signora, quello di Jane Campion, dopo le ultime deludenti prove di Holy Smoke e In the cut.

In Bright star, la regista australiana rievoca gli ultimi anni di vita del poeta John Keats, tra crisi creative, scarso successo commerciale, l’amore impossibile per Fanny Browne e la malattia che lo obbligherà ad un inutile viaggio finale in Italia.

Coadiuvata da un cast in stato di grazia, su cui spiccano le interpretazioni Ben Whitshaw e Abbie Cornish, nelle parti principali, la Campion trova la misura e lo slancio poetico, per raccontare ancora una volta una passione, destinata a scontrarsi con i condizionamenti sociali.

La Cornish è una rivelazione, misuratissima, avvolta in costumi di bellezza non convenzionale, offre un’interpretazione di grande forza ed impatto emotivo.

Le luci di Greig Fraser illuminano le stagioni della campagna inglese con grazia pittorica, senza spingere il film nelle secche di un vuoto formalismo.

Ogni inquadratura assomiglia ad un tableau vivant, quasi ci trovassimo in un film di Greenaway.

 

Thirst *1/2

Il nuovo film di Park Chan-wook, dopo la trilogia della vendetta e lo sfortunato I’m a cyborg but that’s ok, è arrivato sulla Croisette con l’aura dell’opera scandalosa e provocatoria.

Dopo averlo visto, rimane poco da aggiungere.

Park non sembra aver ancora trovato una cifra stilistica coerente: i suoi film oscillano tra il realismo rigoroso di Mr. Vendetta e JSA ed il formalismo pirotecnico di Old boy.

Qui, nel raccontare la storia di un prete divenuto vampiro, a seguito di un esperimento medico a cui si era volontariamente sottoposto, gioca la carta dell’ironia surreale e nera. Creando un melò amoroso sconclusionato e irriverente, che lascia freddi.

Lo scandalo, più che nelle scene di sesso tra il prete e la moglie di un suo vecchio compagno di scuola, sta nell’incapacità di Park di trovare una misura (o una dismisura) in grado di vivificare la consunta metafora di Nosferatu.

In una stragione affollata di vampiri, gli unici a lasciare il segno continuano ad essere i bambini di Let the right one in.

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