Come uccidono le brave ragazze 2 ***
Nella prima stagione di Come uccidono le brave ragazze abbiamo seguito Pip (Emma Myers) ed il suo compagno Ravi Singh (Zain Iqbal) indagare sull’omicidio di Andie Bell (India Lillie Davies) che, cinque anni prima, aveva scosso la piccola città di Little Kilton, nella contea del Buckingamshire. Pip aveva dimostrato l’innocenza del fratello di Ravi, Sal Singh (Rahul Pattni), riabilitando così il suo nome e quello di tutta la famiglia. Un’indagine sofferta, con conseguenze per la comunità e anche per gli amici di Pip, toccati direttamente dalle verità che le indagini avevano portato allo scoperto, non solo sull’omicidio della ragazza, ma anche sul suo occultamento. Al centro di una fitta trama di menzogne e consumo di droga c’è Max Hastings (Henry Ashton) che ritroviamo all’inizio della seconda stagione, in attesa di venire processato per lo stupro di due ragazze, partendo proprio dalle rivelazioni di Pip. La famiglia Hastings è potente e per molti aspetti sembra quasi intoccabile: l’esito del processo appare incerto. Il quadro si complica ulteriormente quando scompare un testimone chiave: Jamie Reynolds (Eden H. Davies), fratello di Connor (Jude Morgan-Collie), un caro amico di Pip. Jamie è il solo testimone in grado di collegare Max Hastings agli stupri.
La seconda stagione è quindi collegata in modo diretto alla precedente e può risultare complicato affrontarla senza aver visto il primo capitolo, sia per i continui riferimenti al passato sia per quanto gli accadimenti della prima indagine abbiano lasciato il segno su Pip. La protagonista appare infatti meno spensierata, meno razionale e più emotiva, per molti aspetti più fragile. Pip è costretta ad indagare e, a differenza della prima stagione, lo fa senza entusiasmo perché ancora ferita dal dolore che ha arrecato alla comunità e in particolare alla sua amica Cara Ward (Asha Banks), il cui padre ha perso il lavoro ed è stato arrestato. Se nella prima stagione era il desiderio di verità e giustizia a spingere Pip ad indagare, ora è piuttosto la necessità di aiutare un amico e, non meno impellente, la rabbia verso Max Hastings. Le emozioni, positive o negative, sembrano travolgere Pip e in questo la rendono più vicina allo spettatore, ma al contempo finiscono per spostare il centro del racconto sulla parte drammatica. Non che le indagini abbiano meno spazio, ma appaiono influenzate dagli stati d’animo di Pip, rallentano o accelerano sulla base delle sue emozioni.
Le conseguenze psicologiche degli eventi precedenti hanno quindi un riflesso anche sul tono della narrazione, che si fa più cupo e denso, arrivando ad un finale in cui la ragazza appare traumatizzata dagli avvenimenti. I successi investigativi di Pip, conseguiti a discapito del disinteresse degli adulti e delle istituzioni, in primis della polizia, non la rendono più forte o più sicura di sé, ma al contrario scavano nella sua fragilità, suscitano dubbi, incrinano aspirazioni, svuotano la sua energia interiore. E’ questo l’aspetto più riuscito del racconto, cioè far toccare con mano quanta sofferenza possa portare con sé seguire le proprie inclinazioni, cercare di fare quello che ci appare giusto, andando fino in fondo.
Un altro tema presente è certamente quello della violenza sulle donne: non solo quella occasionale, di natura prevalentemente fisica, dello stupro, ma anche quella più subdola, quotidiana e di natura psicologica basata sulla tecnica di sminuire, marginalizzare, confinare in un ruolo di subalternità e che vediamo messa in opera sulla madre di Max, sia dal figlio che dal marito. La rabbia soffocata, il dolore e il senso di impotenza della condizione femminile sono descritti con realismo, utilizzando toni non retorici, ma di grande efficacia drammatica. Merito, tra l’altro delle interpretazioni del cast, tra cui ancora una volta emerge quella di Emma Myers, che si cala in maniera ottimale nel personaggio, dando a Pip uno spessore drammatico e psicologico superiore alla prima stagione.
In questa nuova stagione, che adatta il secondo romanzo di Holly Jackson, Good Girl, Bad Blood (Brave ragazze, cattivo sangue), l’indagine, come detto, si fa più personale e più cupa e le scelte tecniche si modellano di conseguenza, a cominciare dalla fotografia. La prima stagione utilizzava una fotografia più satura, che rifletteva il mondo rurale e suburbano di Little Kilton, con ampio spazio alle inquadrature a piombo della campagna inglese, con l’utilizzo di colori relativamente vivaci e naturali e un’illuminazione morbida e accogliente che solo in alcuni passaggi investigativi cedeva il passo a colori e toni più cupi. Nella seconda stagione troviamo una maggiore presenza di scene notturne, con palette cromatiche più fredde, luci basse e ad alto contrasto. Scelte stilistiche che accompagnano ed enfatizzano il cambiamento della protagonista, che non è più tanto una studentessa curiosa, ma una ragazza segnata prima e traumatizzata poi dalle indagini; al contempo Pip non vuole e non può sottrarsi al suo compito, al suo destino, pur sapendo di rischiare la vita e di portare complicazioni a chi le sta accanto.
Il passaggio dal teen mystery al thriller psicologico è quindi anche di natura estetica, come confermano le scelte registiche che spostano l’attenzione visiva dal mondo esterno a quello interno della protagonista, isolandola nelle inquadrature e abbandonando la visione in soggettiva.
Un altro cambiamento percepibile riguarda il modo in cui viene rappresentata Little Kilton, che passa da essere un piacevole paesino di campagna a diventare una cittadina claustrofobica, fatta di ambienti opprimenti e di spazi o disabitati o mal abitati: la dimensione familiare e amicale, sia interna che esterna alla cittadina è sostanzialmente venuta meno. Non vediamo più il mondo con gli occhi di Pip, con soggettive e macchina attaccata alla protagonista, ma piuttosto la osserviamo a distanza, da fuori, quasi con rispetto per il suo dramma. La tensione è palpabile e non nasce, come nella prima stagione, dalla risposta ad una ricerca, ma piuttosto da una minaccia costante e opprimente che va oltre lo sviluppo dell’indagine e le scoperte di Pip.
La seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze è una storia che prosegue con coerenza e profondità di intreccio quanto raccontato nella prima, con un tono più cupo e una potenza narrativa maggiore.
Meno innocua, più sofferta e coinvolgente. Restiamo in attesa della terza stagione, che dovrebbe entrare a breve in produzione, completando così l’arco narrativo della trilogia letteraria.
TITOLO ORIGINALE: A Good Girl’s Guide to Murder
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 45 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 6
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Drama Mistery Crime
CONSIGLIATO: a quanti cercano una storia intensa, a tratti cupa, capace di parlare soprattutto al pubblico young adult, ma con un taglio più maturo rispetto alla prima stagione e alla media dei prodotti di genere.
SCONSIGLIATO: a quanti sono alla ricerca di un prodotto innovativo, di rottura, con tratti originali: l’impronta identitaria e stilistica della BBC rimane molto forte.
VISIONI PARALLELE: se per la prima stagione il riferimento più immediato era Veronica Mars (2004-2019), un’investigatrice altrettanto inarrestabile, per questa seconda stagione possiamo introdurre anche Pretty Little Liars e Big Little Lies, che indagano sui segreti di piccole comunità locali e sulle conseguenze di un trauma con un tono più psicologico.
UN’IMMAGINE: il prevalere delle inquadrature in interno e in notturna, con più riprese al cimitero della cittadina, rendono bene l’idea del mutamento di tono dello show..
