Un anno di scuola

Un anno di scuola **1/2

Difficile ritrovare nel racconto minimo e assai risaputo di Un anno di scuola, le tracce che avevano reso il primo film di Laura Samani uno degli esordi più significativi di questi anni ’20.

Se Piccolo corpo, dopo il debutto alla Semaine a Cannes, aveva provocato una prematura canonizzazione della regista triestina, questo secondo lungometraggio non mi pare aggiunga grande spessore al suo percorso autoriale, continuando a frequentare i sentimenti di un gruppo di giovanissimi, colti nel momento di passaggio tra la fine delle superiori e le sfide della vita adulta.

Il titolo dice molto, forse quasi tutto.

La svedese Fredrika si trasferisce a Trieste al seguito del padre, assunto come “tagliatore di teste” per la società Tarsila, dove lavorano tanti dei genitori dei suoi compagni all’ITIS “Marie Curie”.

La circostanza che Fred sia l’unica ragazza della classe alimenta una tensione che si somma a quella delle famiglie locali, che temono di perdere il lavoro.

Pian piano la ragazza stringe amicizia con Antero, il migliore della classe e con il suo piccolo gruppo di amici, il corpulento Mitis e l’infelice Pasini, il cui fratello è morto tragicamente.

I quattro sono inseparabili, si rifugiano spesso nella vecchia tipografia in disuso del nonno di Mitis, ma le cose precipitano tra di loro quando Fred diventa l’oggetto del desiderio sia di Pasini sia di Antero.

Nel frattempo l’anno scolastico è passato, la maturità è imminente, così come le scelte universitarie che verranno e che porteranno il gruppo a dividersi, forse per sempre.

Prevedibile in ogni sua svolta narrativa, comprese quelle conflittuali, evanescente nell’intreccio e non particolarmente memorabile nelle interpretazioni dei quattro giovani protagonisti – i tre triestini Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno e la diciannovenne svedese Stella Wendick – Un anno di scuola sembra il pilota di una imminente serie Rai, muovendosi su coordinate narrative davvero inconsistenti nella loro ordinarietà.

Sarà che il mondo della scuola è un microcosmo lontano nel tempo, ma Un anno di scuola mi appare come un evitabile passo indietro per Samani, che cerca e trova autenticità, ma non molto altro, nell’adattamento di un romanzo autobiografico di Stuparich ambientato nel 1909 e trasportato nella Trieste di un secolo dopo, alla vigilia della Crisi del 2007-2008.

Riadattando il racconto originale al momento in cui la Slovenia, già nell’UE, entra infine nell’area Schengen, rendendo permeabile il confine con la provincia giuliana, Samani e la sua sceneggiatrice Elisa Dondi sembrano lasciare ogni cosa a metà: le suggestioni linguistiche – con il dialetto che si mescola all’inglese – quelle culturali e di costume – con l’emancipata e matura svedese che si confronta con un provincialismo ancora chiuso e bigotto – quelle più strettamente adolescenziali – con l’amicizia che si confonde con sentimenti diversi – infine quelle legate al ruolo del padre di Fred, che rimane inopinatamente sullo sfondo.

Sì, c’è il lessico sentimentale degli adolescenti, c’è la dimensione sessualizzata del corpo delle donne, ci sono i riti maschili chiusi, in cui entra un elemento nuovo, ma tutto è appena accennato in un film che forse può avere una qualche presa sugli adolescenti di oggi, anche se si tratta di un contesto pre-social, che sembra lontanissimo dalla contemporaneità.

Restano alcune buone idee, come il bacio tra i vetri nella guardiola di un confine reso inutile dalla Storia, ma sono lampi che ci ricordano soprattutto il talento di Samani.

E infine ci sia consentita una domanda, preliminare ad ogni considerazione: perché una brillante e studiosa studentessa straniera di una famiglia evidentemente borghese dovrebbe iscriversi ad un improbabile istituto tecnico tutto maschile e non ad un liceo?

L’autenticità si misura anche e soprattutto nei particolari. e qui tutto sembra nascere da un pretesto narrativo.

6 pensieri riguardo “Un anno di scuola”

  1. Già il fatto che nell’articolo sia ripetutamente riportato in maniera errata il nome di uno dei protagonisti (Mitis, non Matis) legittima il dubbio che il film non sia stato nemmeno visto, prima di essere oggetto della recensione. Spero di sbagliare.

    1. La ringraziamo per la precisazione sul nome di uno dei quattro personaggi. Provvederemo a correggerlo. Quanto al resto, francamente, preferiamo sorvolare. Ma certamente, quando uscirà in sala per Lucky Red, magari gli daremo una seconda possibilità. Certe volte ai festival si sottovalutano alcuni film e se ne sopravvalutano altri: le valutazioni a caldo possono essere ingannevoli.

      1. Mi sembra estremamente ragionevole, ed attenderò un Vostro commento all’uscita in sala del film. Grazie.

  2. Mi perdoni l’insistenza, non vorrei che Lei pensasse ad una mia personale persecuzione nei Suoi confronti, che sarebbe peraltro del tutto immotivata poiché seguo le Sue recensioni sempre con interesse.

    E La ringrazio per aver corretto il nome di uno dei protagonisti.

    Ma a prescindere dagli errori grammaticali (quel “sia di Pasini e sia di Antero” non si può leggere, e “la tensione dovuta al fatto che Fred è l’unica ragazza” necessiterebbe di un congiuntivo), e dalla precisazione che il romanzo di Stuparich è del 1929 (seppur ambientato nel 1909), la riposta alla Sua domanda sul perché “una brillante e studiosa studentessa straniera di una famiglia evidentemente borghese dovrebbe iscriversi ad un improbabile istituto tecnico tutto maschile e non ad un liceo” è, banalmente, che la ragazza si iscrive all’ultimo anno di un istituto tecnico frequentato nei quattro anni precedenti in Svezia, per conseguire la maturità proseguendo ovviamente il ciclo di studi già intrapreso quattro anni prima.

    Diversamente, peraltro, sarebbe ingiustificabile il contesto della sua unica presenza femminile in una classe di soli maschi, dal momento che qualsiasi liceo, nel 2007, era abitualmente frequentato da ambo i sessi.

    P.S.: lo giuro, non sono parente della Samani…

    1. La ringrazio sempre per le osservazioni e i commenti, che mi consentono le correzioni necessarie. Nel romanzo originale la scuola era in realtà un ginnasio e la presenza di una ragazza tra gli studenti rappresentava un fatto del tutto eccezionale per i tempi. Per replicare quella situazione, Samani è costretta a una forzatura che è assai poco credibile e che ribalta l’eccezionalità della presenza femminile, non solo sotto il profilo scolastico, ma anche di opportunità: Fred si ritrova infatti a frequentare i figli di quei lavoratori a cui il padre potrebbe far perdere il lavoro. Solo che il film, anche su questo tema, rimane molto in superficie. A me pare, in ogni caso, una forzatura che mette un tarlo all’autenticità ricercata dal film sin dall’inizio. A lei invece non disturba: meglio così!

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