Mercoledì: Una serie piacevole, ben fatta, con il tocco inconfondibile di Tim Burton

Mercoledì ***

Wednesday Addams viene trasferita alla scuola superiore Nevermore per cercare di superare le ripetute difficoltà di adattamento riscontrate nelle scuole tradizionali, frequentate da quelli che Harry Potter chiamerebbe babbani. Alla Nevermore Academy infatti studiano creature ben più originali, come lupi mannari, mutaforma, vampiri, sirene, gorgoni: tutti giovani in cerca della maturità e della capacità di convivere al meglio con i propri poteri. Lasciare la famiglia non è così facile per Wednesday che trova in Thing (Mano) un importante alleato, non solo per superare le difficoltà dell’ambientamento nella nuova realtà, ma anche per indagare sui misteriosi omicidi avvenuti nella foresta che separa la Scuola dal piccolo centro di Jerico. La cittadina è stata fondata, tra gli altri padri pellegrini, da Joseph Crackstone (William Houston), famoso per la caccia agli outcast/freak che ha coinvolto numerose streghe o presunte tali, tra cui anche l’antenata di Wednesday, Goody Addams. La Nevermore è anche il luogo dove Gomez (Luis Guzman) e Morticia (Catherine Zeta-Jones) si sono conosciuti: per Wednesday studiare nella scuola frequentata dai genitori rappresenta l’occasione per scoprire una vecchia accusa di omicidio formulata contro il padre: l’assoluzione di Gomez sembra infatti tornare in discussione, a seguito di nuove e inaspettate prove. Ai temi tipici dell’horror adolescenziale, del thriller e del racconto di formazione non può mancare anche una spruzzata di romanticismo: ecco quindi che Wednesday finisce molto vicina ad innamorarsi: del ragazzo sbagliato, naturalmente.

La Famiglia Addams ha una lunga storia narrativa. E’ infatti il 1938 quando Charles Addams pubblica le prime vignette sul New Yorker, creando personaggi bizzarri, inizialmente senza nome, e dando inizio a una narrazione crossmediale che negli anni ha attraversato il mondo della TV (celebre la versione in bianco e nero del 1964-1966 a cui nel 1992 ha fatto seguito una serie animata), quello del cinema (1991, 1993) e del lungometraggio d’animazione (2019 e 2021) per giungere ai videogiochi, agli arcade games e alle action figures. Prima ancora della produzione della serie televisiva, nel 1962, la Aboriginals LTd. di New York aveva iniziato a commercializzare delle bambole di pezza raffiguranti tutti i membri della famiglia, costringendo così Addams a dare un nome alle sue creature. Con il grande riscontro televisivo seguirono kit di modellismo, salvadanai meccanici, lampade alimentate a batteria da tenere in bocca, diverse serie di action figures e figurine. Tra i giochi, il flipper della famiglia Addams, con i suoni del film del 1992, è uno dei più venduti nella storia. Insomma ci troviamo di fronte ad un franchise di tutto rispetto, con ampi spazi narrativi da esplorare.

Non è sfuggito agli sceneggiatori della serie il potenziale di Wednesday, per lungo tempo in secondo piano nello sviluppo del sistema narrativo della famiglia più stramba della storia della TV. C’è un elemento interessante a riguardo: inizialmente infatti Mercoledì era la sorella minore di Pugssley e solo successivamente è diventata la sorella maggiore: una scelta che ha ampliato le sue possibilità narrative.

Difficile trovare punti di debolezza in questa produzione di Alfred Gough e Miles Miller (Smalville e The Shannara Chronicles) che vede alla regia di quattro degli otto episodi complessivi Tim Burton (Edward Scissorhands, Batman, Sleepy Hollow). Burton si affida a Danny Elfman per la creazione dell’iconico tema introduttivo, dal tocco gotico e drammatico. La produzione si inserisce in un filone particolarmente caro a Netflix, cioè il teen drama, nella variante dell’high school drama, mettendo al centro del racconto un personaggio tormentato ed irrequieto, caratteristiche molto vicine alla sensibilità di Burton e alla sua predilezione per gli outcast, i reietti. Nelle produzioni di Burton gli effetti speciali hanno un ruolo importante e anche in questo caso sono determinanti, ad esempio nel supportare Victor Dorobantu, performer e mago più che attore, che dà vita e mobilità a Mano. Dorobantu è riuscito a trasmetterci una fisicità ricca di sfumature emotive che rendono Mano un vero e proprio personaggio. Affascinanti i costumi di Colin Atwood che non cade nel facile clichè dei diversi gruppi di outcast presenti nella scuola. La fotografia dark di David Lazenberg e Stephan Pehrsson avvolge lo spettatore con toni cupi e colori desaturati, in particolare nelle scene ambientate nella foresta.

Al centro del racconto c’è una brava Jenna Ortega (già nella seconda stagione di You e nella recente versione di Scream) che rende al meglio la fisicità di Mercoledì, costruendo il personaggio sul non verbale. Su tutto è determinante lo sguardo, cupo e inquietante, che la ragazza rivolge spesso direttamente allo spettatore. Al suo fianco non mancano nomi celebri, come Catherine Zeta-Jones, nei panni da femme fatale di Morticia e Gwendoline Christie (in Game of Thrones), la direttrice del collegio Nevermore. C’è anche Christina Ricci, che con Burton ha lavorato in Sleepy Hollow, e che conserva una carica di inquietudine che si adatta perfettamente al cattivo della storia.

Diversi momenti della serie sono già nell’immaginario collettivo, come l’incipit in cui Wednesday, per vendicare il fratello, lancia nella piscina piena di ragazzi dei piranha sulle note di Je ne regret rien o il ballo sulle note punk di Goo Goo Muck. Soffermarsi sui singoli episodi rischia però di far perdere la grande coerenza dell’insieme, a livello estetico, ma anche di contenuto: l’elogio della tolleranza verso la diversità, di qual si voglia tipo e forma, è particolarmente efficace perché passa attraverso l’ironia e il sarcasmo. Wednesday è soprattutto uno sguardo: non solo quello inquietante della protagonista o di una generazione di giovani adulti, ma quello di tutti coloro che si sentono perennemente a disagio nel mondo che li circonda. Il loro sguardo è come quello della piccola Addams che si rifugia nella musica e nella scrittura per trovare la pace. E’ quindi soprattutto un racconto di formazione quello a cui ci troviamo di fronte ed è questa la chiave di lettura giusta per non restare delusi per la semplicità e la fragilità del meccanismo investigativo che, di fatto, si riduce ad essere un semplice pretesto e poco più.

Di Wednesday hanno parlato in molti. Ci siamo sentiti di spendere qualche ulteriore parola in merito non solo perché la serie è tra le più amate dal pubblico negli ultimi anni, ma anche perché ancora una volta la rielaborazione di un tema attraverso gli anni consente di capire com’è cambiata la lettura che ne dà la società.

Se negli anni ’60 la centralità della casa e della famiglia era determinante, a livello visivo come di contenuto, ora invece dell’una come dell’altra rimangono pochi e sparuti cenni. Nelle vignette originali e nella celebre serie tv degli anni ’60 la casa di famiglia, una magione vittoriana adiacente a una palude e a un cimitero era ben più di uno sfondo, ma assurgeva a vero e propria personaggio all’interno di una narrazione corale di una famiglia unita contro il mondo nel rivendicare la propria dimensione privata. Oggi è piuttosto il singolo al centro del racconto, con il supporto dei propri pari più che della propria famiglia. L’identità di gruppo si basa sugli interessi comuni e sul rispetto reciproco più che su di un legame di sangue o di un’appartenenza etnica. Wednesday riesce a salvarsi e a scoprire l’assassino grazie al gruppo che la supporta, in particolare ai fidi Mano, Eugene ed Enid. La questione non è rivendicare il diritto alla propria diversità, quanto piuttosto mettere la propria diversità al servizio degli altri, darle una dimensione comunitaria. La centralità narrativa di Wednesday è comunque determinante e manifesta l’interesse della nostra società per le immagini di donne autonome, libere, forti. La sua però è una femminilità molto diversa da quella di Morticia, che in virtù della sua personalità era diventata un simbolo per i movimenti femminili degli anni ‘70. Wednesday non ha desideri di rivalsa o di affermazione: la sua è una femminilità che non deve dimostrare niente e che quando si mette in competizione lo fa solo perché costretta, quasi riluttante. Vince la gara di canoa, proprio come la madre in gioventù, ma in modo diverso, senza enfasi ,come qualcosa di naturale. Se nel nostro Paese riuscissimo a vivere in questo modo il fatto che ci siano donne in ruoli chiave a livello politico, economico e sociale avremmo fatto un significativo passo avanti a livello culturale.

Comunque la si voglia vedere, una serie da non perdere.

TITOLO ORIGINALE: Wednesday

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 8

DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix

GENERE: Horror, Thriller, Teen Drama

CONSIGLIATO: a quanti amano la famiglia Addams, il cinema di Tim Burton e hanno voglia di gustarsi una serie piena di ritmo e battute taglienti.

SCONSIGLIATO: a quanti si aspettano di ritrovare una storia con tutta la famiglia Addams: alcuni personaggi non compaiono, altri lo fanno solo marginalmente. Anche gli amanti del thriller potrebbero restare delusi dalla fragilità della trama investigativa.

VISIONI PARALLELE: naturalmente la serie originale, The Addams Family, andata in onda per la prima volta nel biennio 1964-1966: 64 episodi in uno splendido bianco e nero con personaggi indimenticabili.

UN’IMMAGINE: la sequenza in cui Wednesday diffonde le note del suo violoncello su tutta la scuola è di grande impatto visivo, ma serve anche per esprimere il desiderio profondo della ragazza di connettersi a quanto la circonda: la musica è il veicolo che le permette di esprimere qualcosa di riposto, segreto e nascosto, almeno parzialmente, anche a se stessa.

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