Killer Sally: un crime atipico che ci mostra come il racconto influenza la realtà.

Killer Sally ***

Sally McNeil, sposata con il culturista Ray e madre di due figli, John e Shantina, il giorno di san Valentino del 1995 chiamò il 911 per chiedere aiuto: aveva sparato al marito che sarebbe morto, a distanza di qualche ora, in ospedale. Da qui si sviluppa la miniserie: in tre episodi ripercorriamo la storia d’amore tra Sally e Ray: dal primo incontro durante il servizio nei marines, attraverso gli anni del matrimonio, passati tra la ricerca di un modo per sbarcare il lunario, gli allenamenti e la crisi di un rapporto di coppia sempre più fragile e violento; per giungere all’epilogo nella notte di sangue del 14 Febbraio in cui Sally spara a Ray invocando la legittima difesa. Da questo momento in avanti Sally è sola: affronta un processo e lunghi anni in prigione, per poi venire liberata e coltivare la speranza di una nuova vita.

La scelta di raccontare non solo l’omicidio e il processo, ma un periodo più lungo della vita di Sally ci permette di dare alla serie la giusta prospettiva: non è tanto un prodotto true crime, a discapito del titolo e della chiave di promozione, quanto piuttosto la storia di una donna in un determinato periodo storico, la metà degli anni ’90 e in un ambiente socio-culturale specifico, quello del body building. Ci sono infatti due aspetti affascinanti nel racconto di Sally: il primo è la descrizione della comunità dei culturisti americani. Un quadro visto attraverso le lenti del presente che ne deformano necessariamente le proporzioni, fornendoci una lettura storicamente determinata. Abbiamo così il ritratto di un mondo malato, pieno di eccessi e di dipendenza da steroidi anabolizzanti. in cui le donne stentano a trovare la propria dimensione. L’attenzione alle donne che praticano questo sport è del resto frutto di una sensibilità coltivata negli ultimi anni.

L’altro aspetto che voglio evidenziare è la capacità del racconto di capovolgere la prospettiva e di invertire i ruoli tra Sally e il marito a più riprese. Il racconto parte dalle parole di Sally, dal suo punto di vista, ma coinvolge una pluralità di voci così da poter presentare visioni molto diverse del rapporto di coppia, di fronte alle quali si resta spiazzati. Lo spettatore ha del resto la possibilità di farsi una propria idea: il racconto non prende una posizione univoca, sebbene la versione di Sally sia centrale ed empaticamente quella di più immediata ricezione.

Sally è al centro della scena e ci sta con naturalezza, semplicità, fierezza. Per certi versi sorprende: indipendentemente dall’idea che ciascuno si è fatto della drammatica notte in cui è morto Ray, oggi Sally può presentarsi come una donna che ha tutto il diritto di aspirare alla felicità dopo aver trascorso oltre 20 anni in carcere. Il suo è un diritto conquistato sul campo, comunque la si voglia giudicare: anche se colpevole, ha scontato la sua pena. La prigione ha inghiottito non solo una parte importante della sua vita, ma anche la relazione con i figli, John e Shantina. Entrambi hanno vissuto una vita complicata, segnata da quella tragica notte di Febbraio e dall’immagine del patrigno (sono figli di un precedente matrimonio) riverso nel proprio sangue. Il servizio nell’esercito ha poi aggiunto un disturbo post traumatico da stress che ha portato John ad una dipendenza importante. Entrambi hanno rimosso per lungo tempo la madre dalla loro vita, un po’per necessità e un po’ per scelta, e solo ora sembrano pronti a riabbracciarla, sebbene gli anni trascorsi abbiano scavato un fossato difficilmente superabile.

La serie di Nanette Burstein va però oltre la vicenda narrata perché ha la capacità di farci riflettere sul potere delle narrazioni.

La storia di Sally McNeil fece scalpore negli anni ’90: la donna fu inserita nella categoria delle “donne arrabbiate”, con Lorena Bobbit e Tonya Harding1. Una compagnia che di certo non le ha giovato in chiave processuale, dove l’accusa non ha esitato a sfruttare il suo passato e i pregiudizi della società contro di lei. Sally è stata infatti presentata come una donna ex marines tutta muscoli e con un carattere un po’ fumantino. Il racconto che ne hanno fatto i media all’epoca andava nella direzione di presentare una donna irrequieta e aggressiva, lontana dallo stereotipo della femmina debole e fragile che potesse essere vittima di violenza domestica. A questo racconto fa da contraltare quello odierno, che non solo non è più influenzato dalla cronaca del tempo, ma che ha maturato ben altra sensibilità verso le violenze domestiche, oltre ad aver sdoganato ulteriormente gli ambiti d’interesse propri del genere femminile.

Dal punto di vista tecnico è pregevole l’ampiezza delle fonti che concorrono alla narrazione, amalgamate con tocco leggero e senza pesantezza; tra di esse spiccano i video degli interrogatori a cui è stata sottoposta Sally in carcere le ore immediatamente successive al fermo per aver sparato al marito. E’ una documentazione straordinaria che tocca corde emotive profonde, in particolare quando la donna può rivedere e salutare per l’ultima volta i figli, in procinto di essere affidati alla nonna materna.

Nel mosaico delle docuserie crime di Netflix, ricco di tasselli compositi, questo è sicuramente da identificare come uno dei più periferici, ponendosi pienamente al confine tra drama e crime. Del crime mancano la tensione, l’ineluttabilità del destino, il magnetismo del villain: sono piuttosto le emozioni a muovere il racconto. A irretire lo spettatore è la storia di Sally, il suo dramma, il naufragio del suo amore per Ray e la speranza che gli ultimi anni della sua vita siano diversi dai precedenti.

TITOLO ORIGINALE: Killer Sally
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 55 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 3
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Documentary, Crime, Drama

CONSIGLIATO: a quanti amano ragionare su come la rappresentazione influenzi la percezione della realtà e per quanti, curiosi delle passioni umane, vogliono passare qualche ora tra gli amanti del body building.

SCONSIGLIATO: a quanti cercano una serie crime adrenalinica, con ritmo e adrenalina.

VISIONI PARALLELE: per gli appassionati di body building è davvero imperdibile il documentario Uomo d’acciaio del 1977 in cui si racconta la preparazione del torneo Mister Olympia, il più importante del settore, del 1975. Tra gli interpreti, un giovane e muscoloso Arnold Schwarzenegger.

UN’IMMAGINE: la serie è ricca di filmati d’epoca, immagini di tornei e dietro le quinte che raccontano al meglio il mondo del body building degli anni ’90. Un esperto del settore lo definisce così: “né sport, né body art, né concorso di bellezza, ma tutti e tre insieme”. Una definizione calzante a cui forse aggiungerei anche una spruzzata di capacità teatrale che non a caso consente a molti dei protagonisti della scena, tra cui la stessa Sally, di impegnarsi anche nel wrestling o di sconfinare, come Schwarzenegger, nel cinema.

1 Lorena Bobbit, moglie di John Bobbit, il 23 giugno del 1993 evirò il marito durante il sonno; Tonya Harding. è una pattinatrice artistica coinvolta nel 1994 in un’aggressione organizzata verso una collega. Tonya (link), è il film che ne racconta le vicende, con Margot Robbie.

 

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