Anche io – She Said

Anche io – She Said **

Una giovane assistente di produzione sul set di un film in costume: serena, sorridente. Un attimo dopo la vediamo fuggire sconvolta con i vestiti in mano venendoci incontro.

Comincia così, con un colpo basso piuttosto scioccante,  il secondo film della tedesca Maria Schrader (Unorthodox), una coproduzione di Annapurna e Plan B per Universal, che intende ricostruire l’inchiesta giornalistica del New York Times che portò nel 2017 alla rovinosa caduta di Harvey Weinstein dall’olimpo degli intoccabili produttori hollywoodiani e allo scoppio  del movimento #metoo.

Nonostante l’incipit possa apparire manipolatorio e sensazionalistico, She Said invece continua in modo piuttosto rigoroso nel racconto del lavoro delle due giornaliste del prestigioso quotidiano liberal, che firmeranno il reportage premiato con il premio Pulitzer.

Megan Twohey, una reporter investigativa piuttosto nota per le sue inchieste sugli abusi nei luoghi di lavoro, aveva svelato prima delle elezioni del 2016 le accuse nei confronti di Donald Trump da parte di alcune candidate a Miss America, molestate dal futuro presidente.

Quando la collega Jodi Kantor viene a conoscenza delle accuse di Rose McGowan, nei confronti del mogul della Miramax, la sua indagine sembra arenarsi velocemente: Ashley Judd e Gwyneth Paltrow confermano un pattern abusivo ricorrente nella società indipendente, ma non vogliono esporsi in prima persona.

Kantor coinvolge così Twohey e assieme cercano di indagare sugli abusi cominciati negli anni ’90, non solo a danno delle aspiranti attrici, ma anche nei confronti di impiegate e assistenti della Miramax.

Si scontrano però con un muro di NDA, accordi di riservatezza che impediscono alle vittime di rivelare i particolari delle violenze e delle molestie subite e archiviate nel silenzio complice di chi sapeva e della stessa procura di New York.

Pian piano però quel muro sembra mostrare le prime crepe, qualcuno si fa avanti, avvocati e amministratori non riescono più ad arginare ammissioni e confessioni.

Il film della Schrader percorre in modo piuttosto prevedibile i topoi narrativi di quello che è sempre stato un vero e proprio genere nella storia del cinema americano.

Solo negli ultimi anni The Dropout e Il caso Spotlight, The Post e Dopesick hanno raccontato il valore inestimabile, in una democrazia liberale, del giornalismo investigativo: capace di svelare violenze e soprusi, esporre scelte politiche controverse, mostrare gli inganni del potere, ancor prima delle procure.

La Schrader non sembra sempre a suo agio nel muoversi tra gli spazi asettici della redazione del Times e in quelli privati di testimoni e vittime. E’ costretta dar conto di molte telefonate non sempre particolarmente efficaci dal punto di vista cinematografico e allora talvolta cede al ricatto del flashback, che rompe l’unità d’azione, con una scorciatoia che tuttavia non aggiunge nulla, se non una dimensione sentimentale ed emotiva, che il film altrimenti non riesce mai davvero a raggiungere.

Forse perchè le due interpreti, Zoe Kazan e Carey Mulligan, attraversano il film senza grande trasporto, nonostante la sceneggiatura della Lenkiewicz (Ida, Disobedience) soprattutto all’inizio cerchi di costruire per loro anche un background familiare che tuttavia non arricchisce mai il racconto e sembra anch’esso posticcio e “dovuto”.

Inutile cercare qui il fuoco degli Hoffman e Redford di Tutti gli uomini del presidente o il senso di colpa della Streep di The Post o il gioco di squadra della redazione di Spotlight.

Il film della Schrader è semplicemente corretto, modesto, televisivo si sarebbe detto una volta. Incapace di trascendere i confini stretti del genere, She Said non riesce a mostrare l’eccezionalità del lavoro delle due giornaliste nè a suggerire quel terrore che circondava il potentissimo Weinstein e che gli ha consentito di perpetrare abusi e violenze per quasi trent’anni.

Quel sentimento che The Assistant, il bellissimo esordio di Kitty Green, riusciva a restituire in tutto il suo orrore.

She Said non riesce invece mai a far salire il disgusto per quelle violenze ripetute o a farci palpitare per il destino delle sue vittime o mostrarci la verità attraverso gli occhi delle protagoniste.

La Schrader non è neppure capace di valorizzare lo spazio così particolare della redazione, uno degli elementi essenziali del racconto giornalistico, mostrando di non aver mai un’idea per mettere in scena questa storia, se non affidandosi alla scrittura Lenkiewicz e all’interpretazione dei suoi attori.

Peccato che un momento così decisivo per il dibattito pubblico, culturale e sociale, sia stato affidato a mani così inesperte e fragili.

Il flop clamoroso di She Said negli Stati Uniti è, per una volta, una testimonianza esatta della dimensione di questo film.

In Italia dal 12 gennaio 2023.

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