Bardo

Bardo ***

La bella confusione.

E’ questo il titolo che avrebbe dovuto avere 8 e 1/2 di Federico Fellini e si adatta perfettamente anche a Bardo, il settimo lungometraggio di Alejandro G. Iñárritu, che segna il suo ritorno in patria, dopo oltre vent’anni di cinema apolide seguiti alla fuga precipitosa da Città del Messico dopo l’enorme successo di Amores Perros.

Il film si apre nel deserto, con la soggettiva di un uomo di cui vediamo solo l’ombra proiettata dal sole. Quell’ombra comincia a correre, poi si alza in cielo, più volte.

In ospedale l’ultimo figlio neonato di Silverio Gama, giornalista e documentarista famoso, non ha intenzione di venire al mondo e chiede agli ostetrici di rientrare nel ventre materno.

I titoli di testa in bianco rosso e verde ci riportano quindi a Città del Messico dove Silverio viene assillato da parenti, amici e collaboratori di un tempo, perchè è in procinto di essere premiato a Los Angeles con il premio Alethea dell’American Society of Journalists, a coronamento di una carriera che negli Stati Uniti ha trovato il grande successo.

Vediamo brani dei suoi lavori sulla scomparsa di un gruppo di migranti, addebitata all’apparizione della madonna e su un pericoloso criminale desideroso dal carcere di raccontare al pubblico le sue massime sulla vita e la politica.

Nel frattempo Silverio viene convocato dall’ambasciatore americano, a cui ricorda un particolare episodio della guerra messico-statunitense del 1947, quello dei Niños Héroes, cadetti che trovarono la morte proprio nel collegio militare Chapultepec, oggi sede della diplomazia a stelle e strisce.

Si nega all’amico e collega di un tempo, Luis, che conduce un programma trash pomeridiano di grande ascolto, timoroso che quest’ultimo smascheri le sue ipocrisie e metta alla berlina in modo volgare il suo successo, raggiunto lavorando per gli americani.

Tra sogno e realtà, Silverio incontra la pin up dei suoi desideri di ragazzino, fa l’amore con la moglie Lucia, accoglie i figli di ritorno dagli Stati Uniti e che sembrano insofferenti della loro vita americana.

La sera alla festa che i giornalisti messicani gli hanno organizzati, Silverio fugge dagli omaggi e preferisce ballare in pista. In bagno incontra il fantasma del padre, morto da otto anni.

Il giorno dopo va dalla madre, che vive da sola, sempre più lontana dalla realtà. Uscito dalla casa familiare, si ritrova in una città vuota, che pian piano si anima. Ma è solo un’impressione. Una donna cade a terra, è una desaparecida. Dopo di lei cadranno in molti, riempiendo le strade di corpi. Cala la notte e Silverio incontra all’alba Hernan Cortèz, in cima ad una piramide di cadaveri, si ritrova al mare con tutta la sua famiglia allargata ai fratelli e alle sorelle, nella villa bellissima di uno dei suoi amici. Qui la figlia gli confida il desiderio di tornare a vivere in Messico.

Il ritorno a Los Angeles finisce in un enorme litigio con l’addetto al controllo dei passaporti e con una ritrovata e inattesa felicità che dura tuttavia pochissimo, lo spazio di una corsa in metropolitana, con in mano una busta in cui nuotano gli axolotl, anfibi messicani, che non erano sopravvissuti al primo trasferimento negli Stati Uniti.

Alla cerimonia di premiazione parteciperà la figlia. Nel finale Silverio si ritrova ancora nel deserto dell’inizio, spazio metafisico della memoria e dell’incontro.

Iñárritu mette in scena il suo ritorno a casa con un film che racconta le sue paure e i suoi dolori, giocando con la propria biografia quasi senza filtri. Lo stesso Daniel Giménez Cacho, che interpretata Silverio, ha il suo stesso taglio di capelli, la sua stessa barba incolta, il suo stesso look trasandato. Il segno autobiografico è particolarmente forte, in un lavoro che condensa le ossessioni, i dubbi, il cinema del suo autore, in modo personale e diretto.

E che lavora continuamente sulle opposizioni: una piccola storia familiare assume le dimensioni di un kolossal con grandi scene di massa e in costume; la vita del protagonista e quella del suo autore diventano sempre più indistinguibili; realtà e sogno si confondono in continue sovrapposizioni, in cui il ricordo e la memoria giocano un ruolo essenziale; il Messico stesso in cui il film è quasi interamente girato si contrappone agli Stati Uniti, continuamente evocati, fin dalla news che sente all’inizio secondo cui Amazon sarebbe interessata ad acquistare la Baja California.

Non meno essenziale la contrapposizione tra il deserto sterminato e senza confini e la città invece quasi sempre inquadrata attraverso una successione d’interni. Eppure anche qui il sogno cambia le carte in tavola: le case si riempiono di sabbia e la metropolitana di acqua, mentre la città si apre allo sguardo improvvisamente, nella lunga scena della passeggiata di Silverio che attraversa strade deserte che pian piano si popolano e poi si animano.

Iñárritu sembra voler fare i conti con se stesso e le proprie scelte familiari, con amici e detrattori, con il senso di colpa e il desiderio di fuga.

Il film è ricchissimo, fino all’eccesso, di idee, deviazioni, detour: come ha dichiarato il suo autore è una reiterpretazione emozionale di un flusso di ricordi. Occupa lo stesso spazio del cinema di Buñuel, di Jodorowsky, di Ophuls, con una capacità prodigiosa di attraversare lo spazio e il tempo, reiventando il reale e seminando continuamente il dubbio.

Anche questa volta Iñárritu ricostruisce poeticamente una verità possibile, che si allontana da ogni realismo, che si struttura secondo canoni che sfidano continuamente lo spettatore: non è un film fatto con la testa ha dichiarato a Venezia, ma con il cuore. La stessa sceneggiatura, scritta con il fidato Nicolás Giacobone è stata per i suoi attori solo un canovaccio da cui allontanarsi seguendo le suggestioni nate dalle prove e dal confronto con il regista e con gli altri attori, tra i quali si è formato un legame speciale, che replicava quasi quello familiare di cui erano protagonisti nel film.

L’ossessione di Iñárritu per il controllo si è spinta questa volta fino a condividere anche i crediti per il montaggio e la musica, segno di un coinvolgimento totale del suo autore, in ogni aspetto, curato con la solita maniacale puntualità.

Dal punto di vista stilistico, la scelta del direttore della fotografia iraniano Darius Khondji, dopo Lubezki e Prieto, è felicissima: ritroviamo sia la fluidità dei lunghissimi e articolati piani sequenza di Birdman e Revenant, sia l’immediatezza e lo stile nervoso, denso e ipersaturo di Amores Perros e dei suoi film girati in pellicola. Se Bardo è infatti è una riflessione critica su se stesso e sul proprio cinema, una summa di quanto realizzato negli ultimi vent’anni, ecco che al suo interno ritroviamo i pattern che abbiamo imparato a riconoscere.

Il debito con il cinema di Fellini è indubbiamente molto forte, così com’è accaduto a molti altri in passato, ma nel mettere in scena se stessi e le proprie idiosincrasie, ciascuno aggiunge qualcosa di personale.

Naturalmente chi ha sempre rimproverato a Iñárritu autoindulgenza, magniloquenza e ambizione senza freni, troverà qui nuovi motivi per farlo. Il film è anche segnato in modo evidente dal senso di colpa dell’emigrante, di chi ha abbandonato il proprio Paese per trovare la sua strada lontano e ad un certo punto del percorso si volta all’indietro sentendosi improvvisamente perduto.

Il peso si avverte non solo nelle scene familiari e nel suo rapporto con i figli e gli amici di un tempo, ma anche nella grande epifania di Cortèz, conquistatore e genocida assieme.

Tuttavia quando Iñárritu riesce ad abbandonarsi alla sincerità della memoria, il suo è grandissimo cinema: la lunghissima sequenza che si apre con la festa dei giornalisti messicani, prosegue sulla pista da ballo dove la voce di Bowie scandisce una Let’s Dance senza musica, si arricchisce con l’apparizione del padre nei bagni, quindi si sposta a casa della madre e infine trascolora nelle strade deserte di Città del Messico è semplicemente sublime e mostra quanto il suo autore sia capace come pochissimi suoi contemporanei di trasformare la realtà in quel caleidoscopio di immagini e suoni che costituiscono l’essenza più autentica della fabbrica dei sogni.

Se Birdman era la sublimazione di una crisi attraverso la commedia e il teatro, Bardo assomiglia piuttosto a quel pianto liberatorio del suo protagonista, quando rientra finalmente a casa negli Stati Uniti: sincero, disperato, spesso incomprensibile, ma emozionante e contagioso.

Un pensiero riguardo “Bardo”

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.