Dark Mirrors: un’estate legal… parte seconda!

Ecco la seconda parte dei nostri consigli estivi per gli amanti del legal drama. Nella prima puntata vi abbiamo presentato The Lincoln Lawyer, la serie tratta dai romanzi di Michael Connelly e For Life, un prodotto dal forte sapore morale, che confina con il prison drama.

Avvocata Woo. Questa serie, rilasciata da Netflix con la cadenza di due episodi a settimana tra Luglio e Agosto, racconta la storia dell’avvocata Woo Young-woo (Park EunBin), una brillante donna che, pur dovendo convivere con i problemi di chi si trova nello spettro autistico, riesce a laurearsi con il massimo dei voti e ad iniziare la carriera di avvocato in uno degli studi più importanti della Corea del Sud. Certo le sfide da superare non mancano: raggiungere ogni giorno da sola il luogo di lavoro, non dire sempre proprio tutto quello che pensa, superare le porte girevoli e soprattutto … non parlare troppo dei Capodogli, la sua maggiore passione e il suo argomento preferito, come si evince fin dalla sigla, fumettosa e pop quanto basta.

Per quanti volessero intraprendere questo viaggio affascinante nei tribunali della Corea del Sud è giusto precisare che si tratta di un K-Drama e come tale la parte drammatica riveste un peso uguale, se non superiore, a quella strettamente legale. Recitazione volutamente accentuata, toni da commedia romantica e leggerezza nell’approccio ai singoli casi sono quindi da mettere in conto. In cambio però potrete godere di una seria di avventure coinvolgenti, molto diverse le une dalle altre, che interessano non solo il diritto penale, ma anche quello civile e che, anche per questo, riescono a raccontarci la società coreana.

Inizialmente, in questo quadro pop dalle tinte pastello, si ha la sensazione che l’autismo venga edulcorato nella figura sognante dell’avvocata Woo, ma con il prosieguo del racconto viene descritto in modo più realistico e sfaccettato, dando spazio soprattutto ai molteplici pregiudizi che la donna si trova ad affrontare nel presente, tra i colleghi dell’ufficio legale, con i magistrati in tribunale, con i potenziali clienti e di quelli che ha affrontato nel passato, durante gli studi. E’ quindi una visione della malattia meno stereotipata di quanto non appaia inizialmente che ci trasmette, anche se con leggerezza, l’idea di come sia difficile convivere con la disabilità in società altamente competitive.

La serie ha ottenuto in Corea un successo di pubblico così significativo da portare il canale satellitare che l’ha prodotta e distribuita, ENA, a raggiungere uno share altissimo, con una punta del 10%, secondo le fonti Nielsen Korea. Basti pensare che lo share medio delle altre produzioni ENA è intorno all’1%.

TITOLO ORIGINALE. Weird Lawyer Woo Young Woo
NUMERO EPISODI: 16
DURATA MEDIA A EPISODIO: 70 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix

PER QUELLI CHE: amano i K-dramas e sono alla ricerca di una rappresentazione dell’autismo e dell’attività forense in Corea del Sud posta all’interno di un prodotto lieve e godibile.

You don’t know me ci presenta il processo di un giovane di colore accusato di omicidio. Le prove sembrano essere tutte a suo carico, ma al momento dell’arringa difensiva il giovane prende la parola e inizia a raccontare la sua versione dell’accaduto, confutando una per una le evidenze dell’accusa. Le parole del giovane, (Samuel Adewunmi), di cui peraltro non viene mai detto esplicitamente il nome, rievocano gli accadimenti che vengono presentati con lunghi flash back alternati al dibattito processuale. Dal racconto del protagonista emerge soprattutto la sua storia d’amore con Kyra (Sophie Wilde), enigmatica compagna amante dei libri, che scompare all’improvviso, senza lasciare traccia. E’ nei segreti cha si nascondono dietro la misteriosa scomparsa della ragazza che va cercata la ragione dell’omicidio di Jamil (Roger Nsengiyumva), giovane spacciatore capo di una gang attiva nella periferia londinese.

Questa miniserie in quattro episodi, disponibile nel catalogo Netflix dal mese di Giugno, è l’adattamento curato da Tom Edge (The Crown) dell’omonimo romanzo di Imran Mahmood, che peraltro è un avvocato e ben conosce la giustizia inglese. La compattezza della narrazione, l’abilità degli attori e la solida regia, curata da Sarmad Masud (Bullet Proof), riescono a catturare l’attenzione dello spettatore, che però deve superare l’ostacolo posto dalla narrazione biografica del protagonista, che toglie ritmo e anestetizza i colpi di scena. La scelta drammaturgica del racconto in prima persona, che parte e ritorna all’aula di tribunale dove si sta svolgendo il processo, inseriscono il racconto in una cornice che appartiene al sotto genere del courtroom drama. Il genere di Perry Mason per intenderci e, se il riferimento vi sembra troppo datato per la serialità 2.0, allora diciamo di Your Honor. Quello che però in questo caso manca è un dibattito processuale e quindi una qualche forma di movimento dialettico capace di conferire ai dialoghi una maggiore dinamicità. L’esito è quindi tale per cui, ogni volta che la narrazione torna in aula, lo spettatore sospira rassegnato e spera che questo momento termini presto.

TITOLO ORIGINALE. You don’t know me
NUMERO EPISODI: 4
DURATA MEDIA A EPISODIO: 55 minuti
DISTRIBUZIONE: Netflix

PER QUELLI CHE: cercano un courtroom drama ben recitato, anche se appesantito dal racconto in prima persona.

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