Gli ultimi giorni di Tolomeo Grey: tra crime e denuncia sociale una storia toccante con Samuel L. Jackson

Gli ultimi giorni di Tolomeo Grey **1/2

Ptolemy Grey ha 91 anni, soffre di una forma avanzata di demenza senile e vive da solo in un appartamento infestato dagli scarafaggi, pieno di polvere e cianfrusaglie, con il bagno inagibile e la cucina con il gas rotto, in un quartiere periferico di Atlanta. La moglie è morta, così come gli amici, mentre la sua famiglia si è dimenticata di lui: il vecchio Grey sopravvive a se stesso e ai drammatici ricordi della propria infanzia, mangiando fagioli in scatola e ripensando a Coydog (Damon Gupton), lo zio linciato dai bianchi quando aveva sette anni. Ptolemy Grey esce di casa solo per andare dal medico o per portare la pensione in banca, accompagnato dall’unica persona che si preoccupa di lui, cioè il pronipote Reggie (Omar Benson Miller) che, prima di venire misteriosamente ucciso, gli fissa un appuntamento con uno specialista che sta sperimentando una cura innovativa per le malattie neurologiche, il Dr. Rubin (Walton Goggins). Al funerale del nipote, Ptolemy incontra Robyn (Dominique Fishback), una diciassettenne orfana che finisce, più per necessità che per scelta, con il trasferirsi a casa sua. Sarà lei ad accompagnarlo non solo nella terapia sperimentale del Dr.Rubin, ma anche nella missione a cui il vecchio Grey vuole dedicare la temporanea lucidità (i miglioramenti portati dalla cura hanno una durata di circa un mese), cioè la ricerca dell’assassino di Reggie.

The Last Days of Ptolemy Grey è una serie ambiziosa, che parte da un romanzo di Mosley, ricco di molteplici spunti e di tonalità narrative diverse, che spaziano dalla detection alla denuncia sociale, con un sapore  sci-fi legato alla miracolosa terapia che costringe a porsi domande etiche e a riflettere sui limiti della scienza. Da subito veniamo catapultati in una realtà squallida, descritta senza sconti: il racconto della malattia del vecchio Grey è concreto, vivido, materico e occupa la prima puntata in modo così rilevante da rendere la visione tutt’altro che semplice per lo spettatore in cerca di intrattenimento. Non solo per i contenuti, ma anche dal punto di vista narrativo, dato che il momento determinante per lo sviluppo del plot (il farmaco che restituisce la memoria a Ptolemy e gli permette di agire nello sviluppo della detection) arriverà solo nel secondo episodio. Una volta recuperata la memoria, il vecchio Grey inizierà il suo viaggio, nel presente (per scoprire l’assassino del nipote), e nel passato (per affrontare ricordi misteriosi e ritrovare il tesoro che Coydog gli ha affidato).

L’interpretazione di Samuel L. Jackson, finora perfetto in ruoli meno caratterizzati a livello drammatico, rende in modo efficace il misto di sconforto e rabbia di chi non riesce più a ricordare le cose quotidiane. Quando recupera la memoria, è lo stesso Papà Grey a descrivere le sue emozioni: “Non sai se odiare la tua condizione o odiare te stesso”. “Provavi tutto questo?” – gli chiede Robyn. “Sì, costantemente”. Al contempo però, dopo l’assunzione della prodigiosa medicina, Jackson riesce anche a far vivere un nuovo Uncle Grey, con coerenza, senza strappi, facendo sembrare questo passaggio una performance semplice e naturale. Jackson è bravo, ma per il suo personaggio è determinante l’alchimia con la giovane  Robyn, interpretata in modo ottimale, con una fisicità efficace e mai sopra le righe, da Dominique Fishback. Il loro rapporto è complesso e difficile da definire: come dice Robyn, se avessero avuto una minore differenza d’età, avrebbe potuto essere qualcosa di diverso. Quello che è certo è che la loro alchimia sorregge la trama e con naturalezza riesce a far passare in secondo piano una serie di trovate piuttosto improbabili, come soldi dimenticati in una valigia di alligatore, dobloni del valore di milioni di dollari, assassini affrontati senza timore da un vecchio novantenne che si muove e cammina come se avesse trent’anni di meno.

Nell’economia complessiva del racconto queste scelte però finiscono per penalizzare la coerenza della parte investigativa e quindi minare l’efficacia di una delle due gambe che sorreggono lo sviluppo narrativo. Se la parte drammatica funziona, soprattutto grazie all’interpretazione della coppia Jackson-Fishback e al realismo della descrizione della vita quotidiana di Uncle Grey, la parte investigativa appare troppo leggera e piuttosto prevedibile

La serie, in sei episodi, è stata realizzata sulla base del romanzo di Walter Mosley, The last Days of Ptolemy Grey, pubblicato nel 2010 e, al momento in cui scriviamo, non ancora tradotto in lingua italiana. Il romanzo è stato scritto con una forte componente autobiografica: la madre dell’autore infatti è stata colpita da demenza senile e Mosley ha assistito al drammatico degenerare della malattia. Un aspetto autobiografico che peraltro coinvolge anche Samuel L. Jackson, che ha condiviso di aver sperimentato nella sua famiglia il dramma dell’Alzheimer. Questo spiega anche la perseveranza dell’attore nel portare avanti il progetto di cui è anche produttore esecutivo.

Mosley ha curato la scrittura dello show e quindi, come nel caso di Neil Gaiman per American Gods o di Stephen King per La storia di Lisey, si tratta di un’operazione transmediale gestita dalla stessa personalità creativa. Un’occasione non solo per non snaturare la storia, ma per adattarla al diverso medium, nel solco di un’autorialità spesso preclusa agli adattamenti televisivi. Mosley è uno degli scrittori americani più prolifici dell’ultimo trentennio, autore di romanzi come Il Diavolo in Blu e 1998: Blue Light che si muovono attraverso generi diversi, spaziando dallo sci-fi con preoccupazioni etiche sul futuro alle storie d’amore, dalla detection noir alla narrativa impegnata a descrivere le ingiustizie sociali e le discriminazioni razziali. A livello televisivo  aveva già fatto qualche esperienza nella scrittura di Snowfall (2017-in corso).

La storia intreccia quindi molteplici tematiche, che spaziano dal razzismo al rapporto tra le generazioni, dai problemi legati all’accudire e sostenere gli anziani malati alle questioni di genere: insomma è indubbio che ci sia materia per un intrattenimento non solo piacevole, ma anche capace di stimolare delle riflessioni, per quanto su temi ampiamente trattati dalla serialità di questi anni.

Non stupisce la qualità della realizzazione tecnica, perché, insieme alla scelta di attori di chiara fama cinematografica, è ormai un marchio di fabbrica delle produzioni Apple. La periferia degradata di Atlanta dove vivono Ptolemy e Robyn, raccontata tramite una fotografia ricca di contrasti e dai colori freddi, immerge lo spettatore in un mondo narrativo credibile e avvolgente, anche se non particolarmente originale. Nelle rappresentazioni infatti si sente il sapore del già visto, ad esempio nella villa dove opera il Dr. Rubin, o nel racconto del passato: c’è insomma qualche cliché di troppo che cozza con quella ricerca di  realismo di cui abbiamo parlato in precedenza. Non ci ha convinto fino in fondo nemmeno la scelta tecnica di sfocare parzialmente la visuale periferica nelle rappresentazioni del passato.

Come in molte serie Apple, siamo di fronte ad un prodotto che ha diversi tratti di eccellenza, soprattutto a livello di performance e di sviluppo tecnico, ma che non riesce a lasciare il segno. Si guarda, si apprezza, ma non resta. Manca di qualcosa per essere una serie memorabile o forse, al contrario, il problema è che c’è troppo e questo eccesso di performance finisce per appesantire il racconto, rendendolo troppo denso. Se pensate alle produzioni della casa di Cupertino, vengono in mente diversi titoli di buon livello, ma manca lo show in grado di lasciare davvero il segno, come è successo per la grande serialità HBO o per le produzioni Netflix. La sfida di Apple è proprio quella di trovare questo titolo, per superare la sensazione di realizzare prodotti buoni, ma non eccellenti. Tutto il contrario della filosofia di Steve Jobs: uno che di eccellenza se ne intendeva.

Titolo originale: The last days of Ptolemy Grey
Durata media degli episodi: 60 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Apple TV +
Genere: Drama, Crime

Consigliato: a chi è affascinato dall’incontro di dolore e crime, che cerca una storia ricca di spunti di riflessione e varia nelle tonalità emotive, senza eccessive pretese di verosimiglianza narrativa.

Sconsigliato: a quanti fanno della struttura narrativa un punto determinante nel piacere della visione: la parte introduttiva è piuttosto lenta e disperde minutaggio prezioso a fronte delle molteplici tematiche sviluppate.

Visioni parallele: The Father con Anthony Hopkins e Olivia Colman, un racconto dell’Alzheimer elegante e pieno di umanità, con performance difficili da dimenticare.

Il diavolo in blu, film di Carl Franklin con Denzel Washington nei panni di Easy Rawlins, tratto dal romanzo crime di Mosley più conosciuto a livello internazionale.

Un’immagine: la sigla racconta tutti i momenti salienti della serie. Su di un brano strumentale, immagini disegnate con tratti espressionistici sintetizzano tutti gli snodi più importanti della vicenda, con garbo e sensibilità, soprattutto nel descrivere il rapporto tra il vecchio Grey e Roby, simboleggiata dall’uccellino che gli vola attorno.

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