X Vs Fresh

Due horror americani, usciti a poche settimane di distanza cercano di ridisegnare ancora una volta i confini di un genere, che rinasce ogni volta come una fenice.

X **1/2

Prodotto da Sam Levinson per A24 e girato back-to-back assieme ad un prequel, X è ambientato nel Texas rurale del 1979. Con una troupe ridotta all’osso il produttore Wayne è intenzionato di girare un film porno dal titolo The Farmer’s Daughter, per piazzarlo nel pionieristico mercato dell’home video.

Con il suo furgone blu, parte verso la campagna assieme alla sua fidanzata, l’attrice Maxine, ad altri due attori, al regista e alla sua ragazza addetta al sonoro in presa diretta.  Quando la troupe raggiunge la fattoria sperduta che Wayne ha affittato, scopre che è abitata da una coppia molto anziana e piuttosto irascibile.

Dopo una lunga giornata di riprese che fa scoppiare qualche tensione e qualche desiderio represso, la notte sarà lunga e sanguinosa.

Il quarantenne Ti West, con alle spalle già una discreta carriera di genere, qui sembra trovare una chiave interpretativa nuova, pur lavorando con gli stessi elementi di un classico come Non aprite quella porta: c’è il furgone, il gruppo di giovani, la campagna del Texas, una casa che sembra disabitata e che invece nasconde segreti e crudeltà.

Il regista ci mette qualcosa di suo, calando quella storia nel contesto di un set cinematografico e in particolare pornografico. La sessualità libertina e promiscua è da sempre uno degli elementi chiave del racconto horror, capace di scatenare istinti repressi e forze oscurantiste e conservatrici.

Qui West usa in modo esplicito la legge del desiderio, costruendo tuttavia una coppia di villain inediti e anziani, che sviluppano forme di attrazione/repulsione rispetto ai sei giovani ospiti. Queste si legano poi al consueto moralismo cristiano qui incarnato nelle immagini del predicatore televisivo, che fa da sottofondo all’azione e che solo alla fine scopriremo avrà un ruolo fondamentale nel prossimo prequel.

X non inventa nulla, ma ruba con una certa grazia: West dimostra di avere ormai il pieno controllo espressivo del genere e costruisce così, un po’ come nel citato Psycho, due storie diverse che finiscono per convergere proprio a metà e proprio con una doccia a segnarne la divisione.

E’ cinema, cinema: croccante, prevedibile, con la sua dose di eccitazione e spavento. E con una final girl che si allontana all’alba, come da manuale.

Fresh *1/2

Più originale il tentativo tutto al femminile di Fresh, diretto da Mimi Cave, al suo debutto nel cinema dopo una gavetta nei video musicali, che adatta per lo schermo una sceneggiatura di Lauryn Kahn, prodotta da Adam McKay per Legendary e Searchlight.

Il film sembra seguire le orme di Promising Young Woman, trasformando in materia di genere, in modo persino più greve, l’interrogativo sotteso al modern dating, social oppure no: la persona che ho conosciuto questa sera e che mi sembra assolutamente rispettabile, oltre che attraente, sarà veramente così? O nasconde più di qualche lato oscuro?

Non è un caso che i titoli di testa arrivino solo dopo 35 minuti, quando Noa, la protagonista, ottiene una risposta inequivocabile a questo interrogativo: Steve, l’affascinante chirurgo plastico che ha conosciuto al supermercato, l’ha drogata e legata con una catena e confinata in quella che appare una cella, nel seminterrato della sua villa isolata.

Ma l’orrore è assai più radicale, perchè la prigionia non è fine a se stessa e non ha intenti sessuali, bensì alimentari…

Non diremo di più per non rovinare la sorpresa, ma certamente il film della Cave è tanto grossolano e manicheo dal punto di vista ideologico, quando invece camp e grottesco nel suo racconto.

Peccato che la sceneggiatura sprechi l’unico personaggio interessante e ambiguo, ovvero la moglie di Steve, lasciandole solo un pugno di scene e rinchiudendola dentro un altro degli stereotipi su cui tutto il film è costruito.

Il resto è sempre tagliato con l’accetta del neofemminismo, che sembra voler mettere in guardia le brave ragazze dalle avventure di una notte, con una morale ultra-bigotta, da vecchia America anni ’50. Il film poi si chiude con un peana all’amicizia femminile, unica ancora di salvezza di fronte al sopruso e alla violenza maschile.

Se non fosse gravato da questo sottotesto ideologico così strabordante, il film avrebbe anche potuto riservare delle sorprese, soprattutto nel rapporto tra Stan e Noa all’interno della prigione, che invece è privo di qualsiasi sfumatura psicologica, con quel determinismo tipico di chi vuole venderci una tesi e non invitarci a riflettere. Chissà se la Cave ha mai visto Portiere di notte della Cavani o La morte e la fanciulla di Polanski: mi pare difficile crederlo, vedendo Fresh.

Quello che resta è la solita pornografia della vendetta, un po’ paranoica e già vista un milione di volte nell’ultimo ventennio post 9/11.

Le scelte di casting rispondono alla stessa logica manichea con l’ambiguo Sebastian Stan e la faccia acqua e sapone di Daisy Edgar-Jones a chiarire senza ombra di dubbio da che parte stare sin dall’inizio.

Nonostante il debutto al Sundance, la Disney ha dirottato il film in streaming su Hulu negli Stati Uniti e in Italia su Star.

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