Beforeigners 2: delude la seconda stagione, sprecando tanti buoni spunti

Beforeigners 2 **

Diciamolo subito, così ci togliamo il dente: la seconda stagione di Beforeigners ha deluso le aspettative di quanti, come chi scrive, avevano ritenuto la serie uno dei prodotti più freschi del 2019.

Nella prima stagione abbiamo infatti familiarizzato con un mondo ucronico in cui, tra le acque del porto di Oslo, appaiono dei migranti temporali. Vichinghi, uomini primitivi, gentiluomini e prostitute dell’Inghilterra Vittoriana si ritrovano misteriosamente proiettati nel futuro e, una volta approdati negli anni ’10 del XXI secolo, devono confrontarsi con la modernità. Da qui una serie di situazioni surreali, con i migranti impegnati nel rivendicare i propri diritti come una qualsiasi minoranza, decisi a utilizzare canali di comunicazione paralleli (come social network dedicati) e a consumare prodotti tipici della loro epoca, come l’idromele, in locali esclusivi. Tra i migranti temporali (befor –foreigners, appunto) c’è anche chi resiste all’omologazione con atteggiamenti estremistici, come i neoluddisti, pronti a tutto pur di contrastare l’assimilazione nella cultura contemporanea. Alfhildr Enginsdottir (Krista Kosonen) è la prima migrante a entrare nella polizia e, nonostante le resistenze di alcuni colleghi, riesce a ottenere il rispetto e la collaborazione del suo partner, Lars Haaland (Nicolai Cleve Broch), un brillante investigatore in crisi a seguito della conclusione del suo matrimonio. In questa seconda stagione Lars ha superato (almeno parzialmente) la dipendenza dalla droga ed è intenzionato a tornare operativo. Al centro della scena c’è però sempre più Alfhildr, impegnata con Lars nella ricerca di un assassino che sembra nientemeno che Jack the ripper, ma anche e soprattutto perché protagonista del tema che progressivamente diventa centrale e cioè i viaggi nel tempo. Del resto una narrazione con l’ambizione di proseguire per diverse stagioni non poteva eludere il mistero alla base della comparsa dei migranti e Alfhildr sembra la persona giusta per risolvere l’enigma. Se nella prima stagione abbiamo familiarizzato con il fatto che Ia bambina, salvata dal mare e allevata dai vichinghi, in realtà era arrivata dal futuro e, una volta adulta si era trovata a compiere il viaggio a ritroso, tornando quindi in modo inconsapevole quella che era la sua epoca originaria, ora comprendiamo che Alfhildr è una delle poche persone in grado di viaggiare nel tempo nei due sensi e, nel finale, ne scopriamo anche la sorprendete identità.

A livello narrativo assistiamo quindi al passaggio da un racconto polarizzato intorno a due figure (Lars e Alfhildr) a un racconto che ha sostanzialmente una sola protagonista, peraltro sempre più a suo agio nei panni del lead character. Lars diventa così un carattere di supporto e le sue vicende sono piuttosto legate alla famiglia che alle tematiche centrali nell’attività di detection, cioè il caso di Jack lo squartatore e il mistero dei viaggi nel tempo. Una scelta coerente con quanto visto nella prima stagione, la questione è però che le vicende secondarie di Lars e della sua famiglia allargata, con i problemi legati alla gravidanza inaspettata della figlia, così come quelle relative alla (veggente) Volva e al re Olav, risultano poco accattivanti sia per ritmo che per contenuti. In una stagione di 6 episodi è un peccato capitale sprecare tempo per raccontare linee secondarie senza mordente. Lo stesso si può dire anche per l’incursione in un mondo parallelo diverso dal nostro, una forma di multiverso cristiano totalitario guidato dal re Olav e dalla (regina) Volva. Ad esso viene dedicata parte della sesta puntata, riducendosi a una divagazione, a tratti caricaturale, più che alla presentazione di un mondo parallelo. La critica sociale della prima stagione, peraltro giocata con sagacia e ironia, lascia ora il posto a quella dei totalitarismi religiosi e dei meccanismi di potere, senza lo stesso tocco lieve e con esiti che impallidiscono di fronte ad altri racconti analoghi, come The Handmaid’s Tale (link), tanto per fare un esempio significativo. La storia del resto non regge il paragone nemmeno con un racconto iconico dei viaggi nel tempo e cioè Dark (link), che presenta ben altra complessità narrativa. Ci sono poi degli archi che vengono chiusi in modo troppo drastico, come l’esperienza dei terroristi neoluddisti o la stessa attività di Jack the ripper, che pure rappresenta l’antagonista principale di questa stagione.

E’ davvero un peccato perché la qualità del cast e dello staff tecnico (dietro alla macchina da presa c’è in tutti gli episodi Jens Lien, il regista di The Bothersome Man or Norway of Life) e la particolarità del taglio autoriale di Anne Bjornstad ed Elif Skovdin (Lilyhammer), lasciavano presupporre una seconda stagione in linea con la precedente. Il cast è stato selezionato con attenzione, nella scelta di attori locali dal profilo internazionale come il norvegese Nicolai Cleve Broch (Max Manus, Morden i Sandhamn) e la finlandese Krista Kosonen (Blade Runner 2049) e contribuisce a trasmettere il realismo del racconto.

Quel mix di generi, dal thriller allo sci-fi, passando dalla black comedy, che nella prima stagione aveva rappresentato un tocco, forse un po’ naive, ma del tutto peculiare, ora appare solo un mix di ingredienti mal assortiti perché applicato a una narrazione che perde la sua compattezza a livello strutturale (con linee secondarie deboli) e i suoi temi caratteristici (critica sociale, accoglienza, paura del diverso).

Nonostante i dubbi sulla performance complessiva di questa stagione, l’ambizione del progetto ne esce paradossalmente rafforzata, con un’apertura interessante sugli sviluppi futuri che ci lascia la speranza che la terza riesca dove la seconda ha fallito.

Titolo originale: Beforeigners
Durata media degli episodi: 60 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Rai Play
Genere: Drama, Crime, Sci-fi

Consigliato: a chi cerca un prodotto originale, capace di miscelare generi diversi. Il fascino dell’ambientazione nordeuropea e il tema dei viaggi nel tempo garantiscono un piacevole intrattenimento.

Sconsigliato: a quanti hanno apprezzato la prima stagione per la sua capacità di smuovere, con leggerezza, problemi sociali complessi, raccontando la nostra realtà da una prospettiva affatto nuova. Nella seconda stagione questo aspetto è piuttosto annacquato, così come si perde il fascino dell’incontro/scontro tra culture.

Visioni parallele: Lilyhammer, il titolo più adatto per quanti sono alla ricerca di un prodotto non banale ambientato nel nord Europa. La serie, distribuita da Netflix tra il 2012 e il 2014, racconta le vicende da un malavitoso newyorkese che, inserito in un programma di protezione testimoni, si nasconde nelle campagne di Lillehammer per sfuggire alla vendetta dei suoi ex soci. Tra azione e umorismo nero, un titolo originale da recuperare.

Un’immagine: la sigla si conferma uno dei momenti migliori della serie. Sulle note di Ain’t no Love in the Heart Of The City, quindi una scelta coraggiosa fatta di musica e testo, la camera accompagna Enginsdottir dalla roulotte dove vive all’ufficio centrale della polizia di Oslo, attraversando la città, in ogni episodio da prospettive diverse. Nella prima stagione, sulle note della stessa canzone, era Lars ad essere accompagnato: è il segnale di una modifica dei ruoli narrativi, con la piena acquisizione di centralità da parte della ragazzona norrena. La sigla rappresenta uno snodo cruciale nella costruzione del patto tra spettatore e racconto, è una soglia liminale che immette nella serie, stabilendo i parametri di riferimento. Musica, parole e immagini si fondono davvero alla perfezione in questo caso.

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