Azor

Azor ***

Il debutto alla regia del ginevrino Andreas Fontana, presentato nella sezione Panorama della Berlinale del 2021, è ora disponibile sulla piattaforma MUBI ed è uno dei film più inquietanti e oscuri che possiate vedere in questo momento avaro di grandi scelte cinematografiche.

Scritto assieme all’argentino Mariano Llinas, autore del fluviale e misconosciuto capolavoro La Flor, Azor è un film sulla seduzione del potere e dei soldi, ellittico, ipnotico, elegantissimo dal punto di vista formale, tutto chiuso nelle grandi haciende dei latifondisti, negli ippodromi dove corrono i cavalli dei nuovi ricchi, nelle lobby degli hotel di lusso e nei circoli del potere.

Siamo in Argentina, 1980.

La giunta militare ferma e perquisisce i suoi giovani in mezzo alla strada. I militari hanno il fucile in braccio. Ma l’alta borghesia quasi non se ne accorge.

La situazione colpisce invece Yvan De Wiel, titolare di una banca privata svizzera, che raggiunge Buenos Aires per la prima volta, assieme alla moglie Ines.

Keys, il suo socio di stanza in Argentina, è sparito improvvisamente dalla circolazione, lasciando in sospeso accordi e affari con un pugno di clienti fondamentali per la banca.

Yvan deve ricominciare a tessere il filo bruscamente interrotto, recuperando la fiducia di uomini potenti e diffidenti.

Ci sono speculatori rampanti che si fanno rappresentare da avvocati senza scrupoli, vecchie ereditiere che temono l’imprevedibilità del potere militare, anziani latifondisti che hanno perduto i figli prediletti, desaparecidos per passione politica, monsignori che speculano su monete e mercati con propensioni al rischio del tutto innaturali.

E c’è infine un ultimo nome misterioso, sulla lista che Yvan recupera nella grande casa repentinamente abbandonata da Keys: Lazaro.

Chi è? Dove sta? Come avvicinarsi a lui?

Fontana ha rivelato che l’idea iniziale per il film è nata leggendo il diario di viaggio del nonno, un banchiere privato nell’Argentina del 1980. Colpito dalla mondanità futile degli appunti e dal modo in cui il nonno evitava di menzionare la situazione politica nonostante ne fosse certamente consapevole, in quanto ex diplomatico, Fontana ne ha tratto “una sensazione agghiacciante, come se quell’assenza fosse, in un certo senso, intenzionale, come se fosse il suo modo di guardare dall’altra parte.”

Azor nasce allora come “contrappunto a quel taccuino, come la parte che non raccontata”. Anche la rappresentazione di Ines, la moglie del banchiere, è stata ispirata da sua nonna. L’intreccio è immaginario, naturalmente, ma lo spunto nasce da suggestioni molto familiari.

Il film di Fontana è un ritratto sottile, algido del potere, in cui prevalgono voci basse, silenzi, sguardi eloquenti e persino un linguaggio originale, quello dei banchieri privati, che usano la parola Azor per suggerirsi di stare zitti e di fare attenzione a quello che si dice.

Yvan cerca di capire i suoi clienti, le loro fragilità, la loro ambizione e cerca al contempo di comprendere chi fosse davvero il suo socio Keys, che tutti ritraggono con aggettivi diversi, dai più generosi ed entusiastici ai più diffidenti e oscuri.

Ma Yvan non è arrivato a Buenos Aires da solo, con lui c’è la moglie Ines, una sorta di Lady Macbeth che tra piscine, cocktail e sigarette gioca il suo ruolo fino in fondo, partner impeccabile anche negli affari, oltre che nella vita.

E’ lei a dire a Yvan, dopo che uno dei clienti si è tirato indietro, “la paura ti rende mediocre”.

E’ lei a spiegare il linguaggio dei banchieri e a notare le sfumature psicologiche su cui far leva, per assicurarsi la continuità di accordi decisivi per la piccola banca privata gestita dal marito. 

Yvan è un protagonista curiosamente modesto: poco perspicace, sempre timoroso, privo di quella spietata sicurezza che probabilmente Keys aveva, per navigare in quel mare tempestoso, restando sempre a galla.

Ma Keys ha passato probabilmente il segno, è diventato un Kurtz ossessionato dai suoi metodi e circondato da uomini “terribili” che l’hanno costretto a sparire.

L’alta borghesia argentina sembra vivere in un altrove fuori dal tempo e dalla storia, in cui quello che conta di più è mantenere il proprio potere, i propri soldi e la propria influenza.

Anche chi ha perduto i propri affetti più cari per la violenza oppressiva della dittatura, lo considera un incidente inevitabile e si è chiuso ancor di più nel proprio dolore, senza mai mettere in discussione lo status quo.

Yvan è l’uomo dei soldi, grigio e opaco a sufficienza per evitare ogni domanda e ogni giudizio, capace tuttavia di scendere lungo il fiume della vergogna, fino a raggiungere quel misterioso “Lazaro” e risalire con un inquietante sorriso sulle labbra.

Fontana dirige con mano saldissima, evita ogni deriva formale e di senso, senza mai alzare la voce e lasciando che la dimensione politica del suo racconto si faccia strada delle crepe, nelle incrinature della sua storia.

Resta accanto al suo protagonista e alla moglie perfidamente glaciale, accompagnandoli in un percorso che dopo lo shock iniziale delle perquisizioni di polizia, è fatto solo di grandi feste, ippodromi, proprietà sterminate, piscine, ricevimenti, in cui la vita reale delle persone non entra mai.

Azor è un film piccolo, lineare, discreto, che – proprio come il suo protagonista – nasconde un animo assai più complesso e oscuro, capace di raccontare come il filo rosso della responsabilità, delle connivenze e delle coperture colleghi non solo generali e torturatori, ma si estenda fino a raggiungere il cuore della placida Europa.

Da non perdere.

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